Yolo / Musica

Le canzoni di Brunori contro la paura

di Christian Rocca
fotografie di MATTIA BALSAMINI per IL
IL 88 16.01.2017

Il nuovo disco del musicista calabrese si intitola “A casa tutto bene” ed è un dialogo con se stesso sull’attualità e sul logorio della vita contemporanea, ma con molta autoironia. Anche perché, alla fine, i testi «parlano d’amore, perché in fondo, dai, di che altro vuoi parlare?»

Sono pazzo di Dario Brunori, in arte Brunori Sas, cantautore calabrese di Joggi, frazione di Santa Caterina Albanese, quattrocento anime in provincia di Cosenza. Il suo nuovo disco, A casa tutto bene, è un capolavoro. Ho iniziato ad ascoltare Brunori per caso, sei o sette anni fa, grazie a una pratica ormai dimenticata: mi era piaciuta la copertina del suo debut album, raffigurante un bambino urlante, il giovane Dario Brunori. Quel disco, Vol 1, conteneva un brano molto bello, Come stai, e aveva testi sarcastici e un andamento musicale che facevano pensare a una specie di Rino Gaetano indie, anche se questo deve essere il destino inesorabile per chiunque imbracci la chitarra tra la Sila e l’Aspromonte.  Il secondo disco, Vol 2, era ancora più bello: splendida confezione anche quella, e almeno quattro canzoni fenomenali, a cominciare da Una domenica notte, una ballata tragicomica sull’imprescindibile ineluttabilità della vita di coppia («E la conosci questa sensazione, questo senso di vuoto senza una ragione; è una specie di ottimismo senza una ragione»).

Brunori è bravissimo nel raccontare la monotonia della quotidianità senza sopracciò e senza prendersi sul serio, come sanno fare le persone serie. Canta di poveri cristi, tra cui lui stesso, alle prese con i tassi Euribor del mutuo, con la spesa all’Ikea, con «chi beve Negroni, chi nemmeno un caffè, chi si è rotto i coglioni di guardare RaiTre». Ascoltate anche il suo terzo album, Il cammino di Santiago in taxi, e in particolare le canzoni Kurt Cobain e La vigilia di Natale, per comprendere che in fondo Brunori è il cantore della depressione felice, dell’accettazione entusiastica dell’insoddisfazione cronica, una filosofia di vita che sembra paradossale ma che in realtà è motivo di un vitale dialogo con se stesso.

Il nuovo disco è un album che al primo ascolto sembra diverso, dal punto di vista musicale è certamente più curato, con fiati e archi e arrangiamenti sofisticati, ma senza per questo risultare sovraprodotto e soprattutto senza suonare come tutto il resto che si sente in giro. Confesso che A casa tutto bene all’inizio mi ha spiazzato, perché mi è sembrato che Brunori avesse perso la leggerezza e l’ironia dei suoi dischi precedenti. Le nuove canzoni parlano di razzismo, di immigrazione, di terrorismo, di femminicidi, addirittura di Salvini, apparentemente come quelle di un cantautore qualsiasi.

Mi sbagliavo: le ho ascoltate e riascoltate, coinvolto sempre più dalla musica, e ho ritrovato in purezza il suo tipico modo immaginifico di raccontare le storie. Ed è lui stesso a farmi notare che il passaggio decisivo del brano apparentemente più politico, L’uomo nero, che parla di chiusura mentale della società contemporanea e di paura del diverso, in realtà è il ritornello, dove dice: «E io che sorseggio l’ennesimo amaro seduto a un tavolo sui Navigli, pensando in fondo va tutto bene, mi basta solo non fare figli».

Anche il brano sul femminicidio, Colpo di pistola, oltre a essere uno dei più belli, è tutto tranne che una doverosa ma banale denuncia della violenza domestica, anche perché è raccontato dalla parte del femminicida innamorato («Ma io non la tenevo prigioniera. La incatenavo solo verso sera»). Su IL di un paio di mesi fa, Brunori ha scritto che il suo disco è contro la paura, una riflessione sul disagio che prova di fronte a una società che ha perso ogni tipo di solidità. Il suo antidoto è dialogare con se stesso, contraddicendosi con ironia e disincanto. Ecco, Brunori è un disincantautore.

Nel brano iniziale, La verità, c’è la sua filosofia: «Te ne sei accorto, sì? che parti per scalare le montagne e poi ti fermi al primo ristorante e non ci pensi più». In Sabato bestiale canta: «Ma tu mi parli ancora di pensioni. E di barconi pieni di africani, come se fossero problemi tuoi, come se non c’avessi già i problemi miei. Ché i sindacati stanno coi padroni. Altro che primo maggio e festa dei cazzoni». In Lamezia-Milano, il suo personale viaggio della speranza, canta: «Con il terrore di una guerra santa, e l’Occidente chiuso in una banca, io me ne vado in settimana bianca».

In Canzone contro la paura c’è l’autorecensione perfetta del disco: «Sono canzoni poco consistenti, insomma, canzoni come me, che non faccio più ragionamenti, che voglio solo sensazioni, solo sentimenti e una tazzina di caffè. Canzoni che parlano d’amore, perché alla fine, dai, di che altro vuoi parlare? Che se ti guardi intorno non c’è molto da cantare, solamente una tristezza che è difficile toccare».

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