Indagini sulla sorveglianza a Berlino, David Hockney alla Tate Britain di Londra e l'arte degli anni Ottanta al Whitney di New York: che cosa andare a vedere nel prossimo mese

Mishka Henner, “Nato Storage Annex, Coevorden, Drenthe”, 2011, dalla serie “Dutch Landscapes”

Julian Roeder

Unbekannter Stecher, “Das Feld hat Augen, der Wald hat Ohren“, 1546

Kupferstichkabinett, Staatliche Museen zu Berlin / Jörg Anders

Claude Nicolas Ledoux, “Das Auge des Architekten”, 1804

Kunstbibliothek, Staatliche Museen zu Berlin / Dietmar Katz

1 — Watching You, Watching Me. A Photographic Response to Surveillance / “The Field Has Eyes…”: Images of the Surveillant Gaze

Dal 17 febbraio al 2 luglio 2017. Museum für Fotografie, Berlino

Il Museum für Fotografie di Berlino propone due mostre complementari sul tema della sorveglianza – sociale, politica e religiosa. La mostra The Field Has Eyes si occupa del passato, dall’occhio mistico, al panottico, alle antenne; mentre Watching You, Watching Me indaga il presente. L’arte attuale raramente rivolge la propria attenzione all’iconografia, per sommi capi si può dire che il simbolo iconografico è stato soppiantato dal riferimento a immagini della cultura di massa. The Field Has Eyes prende il nome da un cartiglio in un’incisione tedesca del XVI secolo, che recita a un viandante: «Il campo ha occhi, la foresta ha orecchie»; disseminati sul suolo secco decine di ocelli sporgono come talpe, mentre le orecchie penzolano dai rami degli alberi. Secoli dopo, sempre in un’incisione, Gustave Doré proponeva l’idea che spioni non fossero Dio o il demonio, ma i vicini di casa: un uomo dorme mentre due nariciute figure sporgono fuori dalle crepe sul muro. Una mostra a triplo senso sulle tecniche di controllo da parte del potere, sulla prudenza e il silenzio, sulla presenza della paranoia di chi guarda, ma soprattutto di chi si sente guardato.

smb.museum

 
 

David Hockney, “Portrait of an Artist (Pool with Two Figures)”, 1971

2 — David Hockney

Dal 9 febbraio al 29 maggio 2017. Tate Britain, Londra. A cura di Chris Stephens, Andrew Wilson ed Helen Little

In occasione dell’ottantesimo compleanno di David Hockney, la Tate ha deciso di dedicargli una retrospettiva che raccoglie le opere maggiori: le geometrie delle piscine, i tuffi, i ritratti degli amici nei loft e le foreste, i pennelli lunghi metri e il tablet, i molti successi. Hockney è un maestro che ha sempre cercato di tenere il passo con l’attuale, lo testimonia il fatto che in alcune comunità pittoriche i suoi quadri recenti sono tutt’ora oggetto di critica vivace. Visitare una mostra come questa, che si propone di esporre i lavori più celebri dell’artista, equivale a camminare nella timeline di una biografia in cui brillano numerosi traguardi, senza però che tra l’uno e l’altro vi siano i perché di quelle tappe – insomma, senza le opere minori. Ognuno troverà la sua chiave e romanzerà questa esposizione come più gli piace, quel che io vedo e cerco in ogni quadro di Hockney è la strada del pittore inglese che tenta di smarcarsi dalla propria britishness utilizzando altre geografie, luci da climi caldi, architetture lisce e riverberanti la felicità di chi le abita.

tate.org.uk

 
 

Kenny Scharf, “When the Worlds Collide”, 1984

2016 Kenny Scharf / Artists Rights Society (ARS), New York

Eric Fischl, “A Visit To / A Visit From / The Island”, 1983

3 — Fast Forward: Painting from the 1980s

Dal 27 gennaio 2017. Whitney Museum, New York. A cura di Jane Panetta e Melinda Lang

Il 2016 ha visto i più importanti magazine americani pubblicare a cadenza ciclica articoli intorno all’onnipresente influenza degli anni Ottanta sulla grafica e sulla moda d’oggi. Anche nel mondo della pittura si comincia a indagare i lasciti dei «fabulous Eighties»: moltissimi gli artisti giovani che utilizzano tavolozze di quel tempo, tinte fluorescenti o colori da felpa passata in lavatrice migliaia di volte, da zaino dell’Invicta, per intenderci. Al Whitney Museum di New York si riscoprono i maestri di allora: i telai cartoonistici di Elizabeth Murray, le superfici di caseina a pois délabré di Moira Dryer, la figurazione prepotente di Eric Fischl e quella a rebus postmoderno di David Salle… Soprattutto, si riscoprirà Julia Wachtel che nelle proprie tele unisce stampe fotografiche, mostriciattoli da cartone animato per l’infanzia, e una pittura semplice, piatta, auto esplicativa, post-pop. Una mostra che scalderà i cuori di decine di pittori ventenni spingendoli verso un normcore figurativo che farà pappa e ciccia con il formalismo zombie oppure verso un totale rigetto di qualsiasi spunto anni Ottanta, dalle radio cassette agli sticker sul frigo.

whitney.org
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