Black Lives Matter. Dopo l’hashtag #OscarsSoWhite, che lo scorso anno ha preso di mira l’Academy, e i mai sopiti movimenti di protesta popolare, Hollywood rilancia film e documentari che mettono al centro le vite degli afroamericani. E i frutti della Awards Season cominciano già ad arrivare

La stagione dei premi, italianizzazione di quella Awards Season che solo gli americani hanno e sanno fare, è al momento il posto più liberal del mondo. È una bontà d’animo annunciata: l’anno scorso l’hashtag #OscarsSoWhite (nessuna candidatura ad attori di colore e film per così dire a tema) ha fatto venire giù un pieno, quest’anno correggere il tiro era inevitabile. La politica è venuta in soccorso: l’elezione di Donald Trump ha compattato Hollywood più di quanto non abbiano fatto i tagli di Berlusconi al Fus coi Centoautori di Roma Nord. Dai Golden Globe agli Oscar, ogni happening di categoria è dunque oggi buono per rimarcare la netta differenza tra Bene e Male. Tre parole per dirlo: Black Lives Matter, dal movimento girotondino (più o meno) che da qualche anno ha riattivato il fronte della protesta.

Domanda: è nato prima l’uovo o la stagione 2016-2017? Meglio: così tanti film candidabili (per la gioia dei pentiti dell’Academy) sono solo un caso oppure a produttori e spettatori quelle vite importano davvero? Information is Beautiful, che monitora la veridicità delle notizie e la loro rielaborazione, ha di recente stabilito che Selma di Ava DuVernay è il film in cui i fatti riadattati al racconto cinematografico corrispondono di più alla realtà. I fatti sono, in tre parole: Martin Luther King.

BARRIERE
di Denzel Washington
con Denzel Washington, Viola Davis, Mykelti Williamson
In uscita il 23 febbraio

IL DIRITTO DI CONTARE
di Theodore Melfi
con Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe
In uscita il 16 marzo

MOONLIGHT
di Barry Jenkins
con Mahershala Ali, Ashton Sanders, Naomie Harris
In uscita il 2 marzo

Nell’ottica del «non solo queste vite valgono, devono anche essere rispettate», il documentario aiuta. Il titolo più accreditato a vincere l’Oscar 2017 di categoria è O.J.: Made in America di Ezra Edelman, accuratissimo docu-biopic del campione caduto. Arriva sulla scia di una delle serie più premiate del 2016 nonché Golden Globe 2017, The People v. O.J. Simpson: American Crime Story di Ryan Murphy: quella che oggi ha fatto sentire tutti tanto bravi, guarda che brutto razzismo girava a Los Angeles vent’anni fa. Fa il paio col primo il più istituzionale I Am Not Your Negro di Raoul Peck, con Samuel L. Jackson che dà voce all’opera dello scrittore James Baldwin su Malcolm X e compagnia attivista.

A chiamare al cinema frotte di professoresse democratiche c’è pure la fiction, col suo assioma «era tanto bello e ho pianto tanto». Hidden Figures – dal titolo italiano (scemissimo) Il diritto di contare – racconta di tre donne di colore laureate in ingegneria matematica che contribuiscono a sviluppare il programma di ricerca aerospaziale nella Nasa degli anni 50. Una di loro è interpretata da Taraji P. Henson, già protagonista della serie black più seguita di sempre (non solo dai neri): Empire. È tutto così equo e solidale che si rischia la discriminazione inversa, coi bianchi unanimemente stupidi e cattivi tranne uno: Kevin Costner, che però già ballava coi pellerossa in tempi non sospetti.

O.J.: MADE IN AMERICA
di Ezra Edelman
Uscito il 20 maggio (Usa)

I AM NOT YOUR NEGRO
di Raoul Peck
In uscita il 3 febbraio (Usa)

Le teste di serie di stagione guardano indietro per parlare di oggi, vecchio trucchetto che piace tanto ai giurati anziani. Fences di e con Denzel Washington (esce da noi come Barriere) mette in tavola la stessa combo di lotta per i diritti e anni 50: puro Oscar material. Tanto che Viola Davis, attrice di lungo corso che ha trovato il successo popolare in tv con Le regole del delitto perfetto (dietro c’è Shonda Rhimes, a proposito di nuovo black power), è già Golden Globe come miglior attrice non protagonista. L’altro titolo che fa molto caragnare (a ragione) è Loving di Jeff Nichols, storia vera di un matrimonio interrazziale nella Virginia – indovinate un po’ – anni 50: la favolosa Ruth Negga fa venire gli occhi lucidi solo a guardarla. E un’altra bomba a glicerina è Moonlight, fresco di Golden Globe come miglior film drammatico: alla lotta per l’emancipazione unisce tossici e omosessualità. Qui l’attore da tenere d’occhio è Mahershala Ali, che sta pure in Hidden Figures: ogni tendenza crea il suo piccolo star-system. Chiude la parata per i diritti The Birth of a Nation, già uscito senza troppo clamore. Era stato lanciato allo scorso Sundance come il nuovo 12 anni schiavo, ma visto che sul suo autore Nate Parker pende un’accusa di stupro la corsa alle statuette è finita presto. «Uno in meno, grazie a Dio», avranno tirato un sospiro di sollievo all’Academy. Anche le minoranze etniche devono imparare ad essere politicamente corrette, se vogliono importare davvero a qualcuno.

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