Explicit / Fiction

Quel brutto vizio di narrare

di Marco Rossari
illustrazioni di DANIELA BRACCO
IL 88 18.01.2017

Chabon si piega alla tirannia dell’autofiction ma poi, per fortuna, la “fabula” prevale

«“È tutto tuo. Te lo regalo. Quando non ci sono più, scrivilo. Spiega tutto. Mettici un significato. Usa un mucchio di quelle tue fantasiose metafore. Sistema tutto quanto nel giusto ordine cronologico, mica come il guazzabuglio che ti sto propinando io. Comincia con la notte della mia nascita. Il 2 marzo 1915. Quella sera c’era un’eclisse di luna, sai cos’è?”.

“Quando l’ombra della Terra colpisce la luna”.

“Molto significativo. Sono sicuro che sia la metafora perfetta di qualcosa. Comincia da lì”.

“Un po’ scontato”, ho detto».

Forse i posteri racconteranno del momento preciso nella cultura (letteraria) occidentale in cui l’invenzione non è più bastata. Accadde, diranno al nipotino davanti al fuoco, che ogni lettore provò un tic fastidioso: davanti a un’opera d’immaginazione domandava che cosa ci fosse di vero e davanti a ogni opera ispirata a fatti realmente accaduti chiedeva che cosa ci fosse di falso. Insomma, il romanzo senza il pettegolezzo non piaceva più, ma anche il memoir senza un intorbidimento delle acque aveva rotto i santissimi. Ecco che a un tratto, rinvenuta tra i sollazzi di certi oziosi intellettuali francesi, l’idea dell’autofiction aveva cominciato a dilagare. Poco importava che innumerevoli romanzieri avessero già ampiamente giocato con l’equivoco della scrittura e dell’io: non c’è niente come una nuova etichetta per rivendere un prodotto stantio. E così per lungo tempo, diranno al frugoletto, fioccarono racconti fittizi che giocavano con l’identità del narratore stesso, debitori di una fame di realtà individuata qualche anno prima in un saggio avventuroso scritto da David Shields. Era una moda?, chiederà il nipotino, un escamotage? I nuovi romanzi erano le persone? E in questo modo la verità poteva infiammare nuovamente la fantasia?

Verrà spontaneo porsi queste domande nel momento in cui un meccanismo non direi scontato, ma insomma fragile, diventa una risorsa istintiva per speziare una narrazione. All’inizio di Moonglow, ottavo romanzo di Michael Chabon – premio Pulitzer per Le fantastiche avventure di Kavalier & Clay – un’avvertenza ci sbarra l’entrata: non “Lasciate ogni distinzione tra realtà e fantasia o voi ch’entrate”, ma qualcosa di simile. Recita, infatti: «Nel preparare questo memoir, mi sono attenuto ai fatti tranne quando i fatti si rifiutavano di conformarsi al ricordo, allo scopo narrativo o alla verità per come preferivo intenderla io». Il libro è mio, la storia idem, e ci faccio quello che mi pare.

La vicenda è questa. Il nonno (chiamato “nonno” come ogni nonno) del protagonista (chiamato “Mike” come Michael Chabon) è affetto da tumore alle ossa e, per colpa degli oppiacei, comincia a snocciolare una serie di reminiscenze sepolte che il nipote ci viene a raccontare. In ordine alterato, su piani sfalsati, seguiamo la vita di un uomo tutto d’un pezzo che ha attraversato il secolo con piglio fermo e laconico: l’esperienza in Europa durante la Seconda guerra mondiale, l’incontro con la nonna, il suo lavoro come ingegnere aerospaziale nell’America del Dopoguerra, il suo breve periodo in carcere dopo un’aggressione, la saldatura ariostesca tra la fascinazione per la luna e i problemi mentali della moglie (che vede in allucinazione una creatura inquietante chiamata il “Cavallo Scuoiato”, eco e fardello delle persecuzioni naziste), via via fino alle minime vicissitudini di vedovo e pensionato, con un’amante senile.

Tutto è realtà, tutto è irrealtà, tutto segue l’andirivieni – il guazzabuglio – della memoria labile e dell’immaginazione narrativa. Non sono sicuro che in questo modo Chabon sia riuscito, come sostiene il New York Times, ad affrancarsi dalla tirannia della narrazione. (Ma poi: il complotto del plot, le trame della trama! E io che credevo ci avesse già pensato Laurence Sterne nel 1767. Basta una piccola cornice di autofiction per emanciparci da… già, da cosa? Dal brutto vizio di narrare. Oggi andrà fatto senza lasciare quest’impressione, come il viandante che fischietta per non dare nell’occhio mentre varca la porta del sexyshop e nel medesimo istante attira l’attenzione di ogni passante. Che male ci sarebbe, poi, a entrare in un luogo deputato, in fondo, al piacere?). Di sicuro è acuto, intelligente, compassionevole. Al netto di qualche verbosità, Chabon scrive sempre benissimo. Prendiamo l’estate, ad esempio:

«…dall’altra parte della staccionata, un milione di insetti suonavano un poema sinfonico composto di una sola nota e intitolato “Caldo”».

Il punto è capire che cosa fare di una storia: ammantarla di realtà per renderla più appetibile o abbandonarla alla fantasia e perderla una volta per tutte? Lasciar vivere e respirare le lacune della memoria o colmarle con l’immaginazione? Quale scelta è più straziante, quale più etica?

Moonglow sceglie di stare a metà strada, un colpo all’intellettuale pretenzioso e uno al lettore tradizionale, uno alla tirannica narrazione classica e uno a una struttura più ambiziosa. E se il filone è un po’ abusato e facile (distante da un memoir come Il velo nero, in cui Rick Moody divorava vita e narrazione, finché lo scrittore non era più in grado di distinguere ciò che si era inventato da ciò che era accaduto per davvero, per approdare alla vergogna abissale della scrittura, taumaturgica o no) e la fabula rientra sempre dalla finestra (non a caso, il dialogo iniziale, che esplicita le intenzioni dell’autore nel sabotare la narrazione tradizionale, si colloca parecchio tradizionalmente a metà libro: un po’ scontato, direbbe Mike, kind of trite), Moonglow invece che ricamare un ottimo romanzone storico (che pure c’è) o un buon libro sul dolore della malattia mentale (che pure c’è) o una saga famigliare novecentesca (che pure c’è), sceglie di assecondare poeticamente le bizze della memoria, diventando una sorta di omologo teneramente famigliare de L’arcobaleno della gravità, un bright side di quell’oscura parabola intorno ai razzi V2, in un impossibile eppure riuscito incrocio tra un racconto di Alice Munro e un romanzo di Thomas Pynchon.

Michael Chabon
Moonglow

Harper 2016
448 pagine, 28,99 $
La traduzione italiana del romanzo sarà pubblicata prossimamente da Rizzoli
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