Explicit / Non fiction

«Questo articolo scrivilo tipo New Yorker»

IL 88 18.01.2017

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L’ambizione di alcune riviste italiane di essere “qualcos’altro” ci ha fatto bene. Al punto che non cadiamo in certi snobismi dell’originale

«Vorremmo essere una specie di New Yorker italiano». «Fallo tipo New Yorker». Io e i miei colleghi scrittori e giornalisti delle riviste culturali abbiamo sentito spesso queste frasi. E, anche se ogni volta avevamo qualcosa da obiettare, ci ha fatto bene l’ambizione di certe riviste italiane: essere qualcos’altro, fuori dalle tracce moraviane, calviniane, manganelliane: la recente  tensione a superare certe abitudini del giornalismo culturale italiano – l’elzeviro o la recensione tirata via – ci ha permesso di fare un lavoro nuovo: ora è possibile, in posti come Studio, il sito di Internazionale, questa rivista e tante altre grandi e piccole (che non cito perché ci lavoro), guadagnarsi da vivere scrivendo articoli lunghi e approfonditi. Una nuova generazione di penne (per orientare il lettore cito alla rinfusa solo alcuni tra i miei colleghi preferiti: Michele Masneri, Matteo Bordone, Vincenzo Latronico, Claudia Durastanti, Daniele Rielli, Giulio D’Antona, Arianna Giorgia Bonazzi, Giorgio Fontana, Francesco Longo, Tim Small, Davide Coppo, Violetta Bellocchio, Cesare Alemanni, Cristiano de Majo…) ha finalmente potuto esprimersi in reportage lunghi, con quel non so che di poco italiano, quella serietà d’importazione con cui descrivere di più e insieme sviluppare di più i concetti: insomma fare il giornalismo culturale senza passare per il magma retorico un po’ accademico della pur amata terza pagina all’italiana.

Ora: non mi piace l’atto di dissacrare in sé, e i miti di solito sono miti per dei buoni motivi. Più che dissacrare il mito del New Yorker, sento il bisogno, dopo un lustro che ha rinnovato il panorama del giornalismo culturale italiano, di fare il punto della situazione su questa idea.

Ho comprato l’edizione tascabile di Reporting Always, la raccolta degli articoli più belli di Lillian Ross, una delle firme più significative della rivista che vanta innumerevoli tentativi d’imitazione. Ross è la persona perfetta per fare una radiografia allo stile New Yorker: è diventata staff writer nientemeno che nel 1945, e il libro comincia con una giovane Julie Andrews e poi il cane Lassie. Tra gli ultimi pezzi, un ritratto dell’artista Wes Anderson da giovane, nei primi anni Duemila. Il libro è dedicato «al branco talentuoso degli editor disinteressati [selfless] del New Yorker 1945-2015». Settant’anni di Bauhaus giornalistica: funzionalismo, abnegazione, stile redazionale unificante e a prova di ego (perfino il vanitosissimo John Updike pubblicava recensioni brevi non firmate).

Lillian Ross è la perfetta “fly on the wall”: sa cioè che è impossibile seguire la regola che ci vuole invisibili “mosche sul muro” quando raccontiamo un posto, una persona, una celebrità, un mondo. Pur scrivendo con il “noi”, questa reporter è una donna che stringe relazioni con tutti, conquistando Ernest Hemingway, Federico Fellini, J. D. Salinger e tanti altri. Certo, come nota il direttore del New Yorker David Remnick nella prefazione, erano altri tempi, «senza l’intralcio degli specialisti delle pubbliche relazioni», e Ross riceveva inviti a unirsi alle scampagnate dei geni del suo tempo, saltava in macchina con loro e raccontava tutto senza problemi… Ma non possiamo lamentarci: con questo libro irresistibile possiamo imparare come funziona il mestiere, e al tempo stesso tranquillizzarci, perché anche il New Yorker ha i suoi difetti, e scoprirli ci farà bene.

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Partiamo dai pregi: è il 1986 e Ross ci vuole parlare di Robin Williams, comico di stand up, presentatore degli Oscar, filantropo, attore, e di sua moglie, una produttrice. Nelle diciotto righe del primo paragrafo, veniamo messi al corrente di tutte le informazioni rilevanti di cui potremmo avere bisogno per seguire l’articolo, che racconterà la produzione di Mrs. Doubtfire, il grande successo in cui un divorziato (Williams) si traveste da anziana tata adorabile per rimanere accanto ai propri figli. Il primo paragrafo si apre con un elenco delle produttrici americane più famose, con annessi titoli. Vengono fatti alcuni distinguo, poi si introduce Marsha Garces Williams, si parla della sua casa di produzione, si elenca il cast di Mrs. Doubtfire, si danno un po’ di date. Nemmeno un virtuosismo: tanta chiarezza, sembra di bere acqua. Ma poi nei suoi articoli Ross si concede qualunque virtuosismo narrativo. È una maestra del dialogo spontaneo con gli intervistati: nel ritratto del set dei Tenenbaum di Wes Anderson, Anjelica Huston dice del regista:

«I suoi pantaloni sono di sartoria, hanno il cavallo a dieci centimetri dalle ginocchia. È tutto pelle e ossa, e ogni giorno che passa sul set si fa più magro. Vogliamo tutti coccolarlo e fargli da mamma. Siamo veramente orgogliosi di lui».

È difficilissimo arrivare così vicini ai propri soggetti. E c’è grande intimità in questa vita dell’alta società cui ha accesso Ross, come se il New Yorker fosse la casa al mare in cui registi, stilisti, attori, musicisti arrivano quando ce l’hanno fatta, e possono rilassarsi.

E questo è il problema del New Yorker: parla troppo dall’alto, fino al paternalismo. Il suo podcast, per esempio: gli editor della rivista boriosi e banali, gli editor del New Yorker, per radio, scoprono l’acqua calda culturale in ogni puntata, portano in studio personaggi già arrivatissimi (è capitato con Amy Schumer) e ne parlano come se li stessero lanciando.

Ross ci fornisce un esempio di paternalismo più elegante ma altrettanto forte. Nei suoi brevi talk of the town, quei pezzi in cui si racconta in poche cartelle chi passa per la città, chi sta facendo qualcosa di rilevante, Ross fa una cosa che non mi piace. In un articolo del 1967 sui Beatles, per l’uscita di Sgt. Pepper, il primo paragrafo ripete ossessivamente, al posto del nome del gruppo, il mantra «John, Paul, George, and Ringo», per prendere in giro la ormai ex boy band. E senza deontologia professionale, per una pagina intera, sul finale, lascia la parola a un personaggio intervistato, uno dei tanti che per le strade la aiutano a definire il fenomeno: bene, quel personaggio, chiamato con falso nome, è in realtà William Shawn, l’allora direttore della rivista, che voleva dire la sua sui Beatles. Non proprio all’altezza della nostra versione idealizzata del New Yorker. (E al tempo stesso… quanta maestria nel far sentire in diretta l’emozione generazionale per il cambiamento interiore dei Beatles.)

L’articolo su Julie Andrews, dove la si definisce, dati i tempi, «deliziosa creatura», è il tentativo frivolo di raccontare la storia di questa ragazza ingenua e affettata insieme, che ce l’ha fatta a teatro: il pezzo crede al mito di Broadway e al tempo stesso sembra deriderlo. Quando si riferisce la sua nostalgia di casa, ecco il parlato: «Still, it is a comfort to have this little flat to drink tea in, isn’t it?».

Ma è nei due articoli sulla Beat Generation, raccontata nel suo manifestarsi, che si sente come la rivista, di solito completamente priva di senso critico verso qualunque elemento dello star system che trova gradevole e accettabile (vedi Wes Anderson), ami invece fare grottesche caricature di ciò che la infastidisce. Così, il fenomeno beat viene subito raccontato, attraverso la sineddoche di un incontro per la presentazione di un’antologia, come uno sgangherato ritrovo di ambiziosi e furbi, un incastro di contestazione modaiola e pose grandiose che si merita l’esercizio di stile di riferire ogni singolo difetto. In un pezzo peraltro memorabile, ecco smontato ciò che il New Yorker non trova abbastanza carino.

Nessun tono critico è riservato invece ai momenti tipo le scampagnate con Fellini, Anita Ekberg e Marcello Mastroianni a casa dei ricconi (pezzo in cui tra l’altro Ross prende in giro il modo in cui i nostri pronunciano “Connecticut” ignorando che la seconda “c” è muta, una trovata retorica abbastanza povera).

Questo libro è uno spettacolo, un manuale, ma è anche un antidoto alla nostra esterofilia. Ogni prodotto culturale dice tante cose oltre quelle che dice di dire. Se penso agli articoli delle penne italiane che ho citato sopra, non mi vengono in mente altrettanti esempi di snobismo e classismo, e forse in fondo è un bene, ed è qualcosa su cui possiamo costruire.

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