Il problema del gruppo editoriale Catapult non è la proprietaria (l’ultraliberista Koch) ma il modello che propone: la riduzione della letteratura a pollo di scarto da fast food

Il tema di chi paga scrittori e intellettuali e cosa ciò comporta quanto ai contenuti è un caposaldo della cultura occidentale almeno a partire da Illusioni perdute di Honoré de Balzac. È un discorso complesso fatto di tante storie diverse, spesso divertenti, spesso non raccontate. Qui ne prendo una così bizzarra che si può scegliere se elevarla all’altezza di simbolo di un’epoca oppure godersela come fosse un film del primo David O. Russell.

Parliamo del caso molto sottile di Catapult, gruppo editoriale americano con case editrici e rivista letteraria finanziato da Elizabeth Koch, scrittrice e animatrice culturale quarantenne diplomata al corso di scrittura di George Saunders alla Syracuse University. Koch è figlia di Charles, uno dei due uomini d’affari conosciuti come Koch Brothers. Per immaginarceli, prendiamo i due bizzarri macchinatori della finanza di Una poltrona per due e mettiamoli a capo della Spectre. Koch Industries è la seconda società privata più ricca d’America: lavora su tutte le fasi della lavorazione del petrolio e in molti altri campi. Per sostenere le loro attività a livello politico, i KB formano e sostengono gruppi di pressione come Citizens of the Republic, con i quali, tra le altre cose, spingono le cause del Tea Party, fanno campagne contro i progetti di Elon Musk sull’energia solare e in favore dei negazionisti dei cambiamenti climatici. Hanno finanziato con centinaia di milioni le campagne per far eleggere parlamentari conservatori. Secondo il Guardian, Koch Industries sviluppa 24 milioni di gas effetto serra all’anno. Libertari anti-Stato, temono i modi troppo espliciti di Donald Trump ma sono molto vicini al vice Mike Pence.

È affascinante pensare che questi soldi ora mantengano ottimi elementi dell’editoria come Andy Hunter e Pat Strachan: ma non, come avviene di solito, per i soliti giri corporate della grande editoria, bensì attraverso un piccolo progetto che grida qualità. Strachan è stata editor delle opere di Seamus Heaney e Czesław Miłosz, ha lavorato a Farrar Straus & Giroux e a Little, Brown; Hunter è il fondatore dell’ormai importante sito letterario Electric Literature. All’LA Times, Hunter ha dichiarato: «Penso che [Elizabeth] sia veramente in gamba. È una sostenitrice appassionata della letteratura in un modo che mi ispira». Il piccolo gruppo editoriale di Koch è formato dalla casa editrice Catapult, che ha pubblicato in un paio d’anni autori come Padgett Powell e Peter Orner; dal sottomarchio Black Balloon («allarghiamo i confini di quel che può essere un libro. Sosteniamo ciò che non è convenzionale e crediamo sopra ogni cosa a ciò che è significativo» – su questo linguaggio mistico e vago tornerò più avanti); e, tramite fusione, dalla storica Counterpoint, che comprende la celebre imprint Soft Skull Press, piccola e adorata dalla controcultura alternativa.

Ora, l’unica cosa che ho sentito dire a proposito di Catapult nell’ambiente culturale newyorkese è che il collegamento con Koch non va bene per principio. Un articolo su Salon di un anno e mezzo fa riassumeva il ragionamento contro il mecenatismo in questo modo: il problema è che i Koch, che hanno regalato soldi, fra gli altri, al Lincoln Center e a PBS, sono anche abituati a fare pressioni.

La posizione di Salon è ineccepibile – anche per il buon senso con cui sottolinea che Elizabeth Koch è “apolitica” e da lei non ci si può aspettare niente di troppo grave. Mi stupisce però che nessuno in America sia ancora andato a fondo su un’altra questione: la scrittura di Elizabeth Koch. Può sembrare un approccio stupido, ma credo che la parte più affascinante di questa storia sia lo stile con cui pensa e scrive e dirige Elizabeth Koch.

È uno stile misticheggiante e ammiccante, buffo, strampalato. Secondo me crea un ponte interessantissimo tra, da un lato, lo spontaneismo cultural-esistenziale della sottocategoria twee del cosmo hipster – quell’epica pop sentimentale e dolcemente grandiosa che ci ha dato Miranda July (arte e letteratura), MGMT (musica), Wes Anderson (cinema); e, dall’altro, be’, Ayn Rand e l’atavico vitalismo americano di destra, libertario e nichilista insieme.

Ecco come Elizabeth Koch racconta il modello di business di Catapult in una lettera aperta ai suoi lettori-clienti (attenzione sia al contenuto diabolico sia allo stile pedestre):

«Abbiamo pensato non una semplice casa editrice, ma un posto per pubblicare. Dove, da un lato, noi ti stimoliamo (lettore) con scritture direttamente dal campo – storie incredibili che mostrano e rivelano ogni stadio dell’evoluzione, dalla speranza al dolore alla lotta alla sottomissione. Dove, dall’altro, noi ti motiviamo (scrittore) per farti condividere la tua necrosi e la tua rinascita (se sei uno da happy end). A questo scopo abbiamo creato una storytelling zone dove le storie che pubblichiamo nel nostro magazine quotidiano ispirano le storie che tu posti nella nostra sezione Community. Dove i membri della Catapult Community diventano gli iscritti dei corsi Catapult che diventano contributors del magazine Catapult che, quando è ora di andare a vendere i loro manoscritti, magari tornano proprio da noi. Immaginatevi che trottole di cadaveri sublimi che si sbattono per corridoi virtuali di pragmatiche note di editing curate da autori che adori. Immaginati quegli stessi autori che ti allungano un polmone d’acciaio letterario mentre sciaguatti nello spazio bianco del tuo libro, cercando le più forti espressioni verbali delle sensazioni imagistiche [sic – non esiste] che ti premono perché tu le faccia tue. Hai capito? Troppo e troppo in fretta?»

Questa lettera racconta bene le due questioni principali sollevate dalla figura di Elizabeth Koch, molto oltre la questione del mecenatismo. La prima: Koch sta mercificando il lettore in una maniera molto contemporanea: il lettore qui blandito è di fatto – con le sue aspirazioni – la materia prima a partire dal quale costruire un sistema per fare soldi: condividi la tua necrosi e la tua rinascita per alimentare una filiera di social-magazine-scuola-editing pagato-pubblicazione di libri-acquisto di libri. Troppo e troppo in fretta?

E qui passiamo allo stile. Se Catapult fosse stata un’impresa culturale all’altezza del curriculum di Strachan e Hunter, non avrebbe pubblicato questa lettera di Koch. È una lettera aggressivamente mediocre, che alletta il lettore facendogli credere che una prosa del genere sia già prosa pubblicabile, che l’ingresso nella scena letteraria passi per questi slanci egotici e velleitari. Afferma la supremazia del pressappochismo e del sentimentalismo interessato.

Senza questa lettera, la storia di Catapult sarebbe una storia come tante: cerchiamo soldi per pubblicare e non sempre troviamo i soldi giusti. Ma Elizabeth Koch va oltre: pensa che la scrittura sia un pastone che si autoalimenta, un disgustoso prodotto di massa formato dalle interiora, un bocconcino di pollo da fast food prodotto con tutti gli scarti delle interiora di chi poi lo compra e se lo mangia. Koch lo pensa, e lo dice al suo lettore.

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