Siamo andati a Madrid per assistere alla resa dei conti tra Pablo Iglesias e Íñigo Errejon, ma Vistalegre II è in realtà terminato soltanto ieri: dopo aver vinto il voto degli iscritti, il Capo ha sistemato il suo ex numero due. Il racconto dei sette giorni di passione di Podemos

Com’è finito il Congresso di Podemos lo sapete: 50% a 33% per Pablo Iglesias e il volto terreo di Íñigo Errejon alle spalle del líder che ringrazia il pubblico di Vistalegre II (sì pubblico, i biglietti si acquistavano online come per un concerto) e promette «unità e umiltà» nella gestione futura di questa specie di “Cosa” (al contrario) spagnola che esce da un fine settimana che poteva essere tutto e un po’ è stato e molto no, ma che ha comunque oscurato nel dibattito iberico la contemporanea assise del partito Popolare che anche lì riconfermava il Capo, il Richelieu di Galizia don Mariano Rajoy, certo in una cornice, quella della Caja Magica di Madrid, decisamente più high-brow rispetto al palazzaccio ex plaza de toros di Podemos, nel quartiere popolare di Carabanchel, peraltro gemma trascurabile dell’urbanistica europea.

Quello che forse non sapevate è che in realtà il Congresso si è chiuso per davvero soltanto ieri, sabato 18 febbraio, a una settimana esatta dalla due giorni di passione podemita con la destituzione di Errejon dalle cariche che fin qui aveva rivestito: quella di Segretario politico, carica eliminata e assorbita dalla Segreteria Generale di Pablo Iglesias, e quella di portavoce del gruppo parlamentare di Unidos Podemos alle Cortes, passata a Irene Montero, capo di gabinetto di Pablo Iglesias nonché fidanzata di Pablo Iglesias.

Pablo Iglesias ringrazia l'Assemblea. In questa foto c'è anche Errejon ma non si vede: premonizione?

Madrid, 11-12 febbraio 2017

Il sabato mattina è già chiaro: Iglesias stravincerà. Nemmeno il tempo di entrare a Vistalegre II e le speranze del probabile unico cronista  – in realtà in compagnia di una collega di Repubblica, evidentemente “pazza” abbastanza – imbarcatosi in regime di autofinanziamento nell’avventura dell’Assemblea podemita sono già frustrate: scontro frontale e dibattito aperto niente, nisba, ¡No pasarán!
L’organizzazione è fortemente irregimentata: per evitare che il fratricida show twittero delle settimane precedenti continui anche live si decide per interventi brevissimi – dieci minuti al massimo– a loro volta periodicamente disturbati da un’insulsa pianola che entra a gamba tesa sulle parole degli oratori, cristallizzando stili concilianti e margini temporali: quando il pianista salta su facendosi carne in dubbiosi crescendo freejazz che sovrastano il discorso rivoluzionario, quello è l’avvertimento: s’ha da terminare. In ogni caso l’applausometro non tradisce: i «Si, se puede» e gli «U-ni-dad» più roboanti sono quelli per Iglesias, che in questa categoria doppiava o triplicava Errejon, accolto bene ma non benissimo dal pueblo unido e in questo caso anche re-unido.

Andati in bianco sul discorso, rimane da sondare il contesto. Al primo caffè annacquato nell’inospitale «Paraíso del Jamón» – la militanza su questo era subito adamantina: «Locale fascista, Jamón scadente» – si cerca di capire di più sulla composizione del popolo “morado”. A mobilitarsi e raggiungere Vistalegre II da ogni “rincon de España” era un censo diverso dall’atteso: molto rurale, di età media elevata, con svariati editori improvvisati (ho contato una dozzina di “fogli” indipendenti dentro e fuori il palazzo, in un «fate girare!» d’altri tempi). In netta minoranza l’elettorato che abbiamo potuto conoscere grazie alle analisi della composizione sociodemografica del voto: Podemos è il primo Partito di Spagna fino ai 45 anni di età; poi la tendenza cambia per roversciarsi oltre i 65, dove il Pp sfiora un incredibile 60%. Nella squadra organizzativa, qui sì, si intravede la generazione attesa: a tirare le fila ai controlli e agli accessi sono tutti giovanissimi, e purtroppo si vede: disorganizzazione e messaggi confliggenti si susseguono impazziti per tutte e due le giornate – «Errejon non parla»; «Parla Iglesias alle 13»; «Domenica si comincia alle 11»; «No alle 10» «Alle 14! Alle 14!» «I risultati saranno resi noti tra 30 minuti»; «No! I risultati sono già usciti su diario.es». Tutto così: sembra più un’assemblea di fuori sede che un Congresso di partito.

Íñigo Errejon durante il suo intervento di sabato 11 febbraio. Applausi sì, ma il pubblico non si scalda

Mi si nota di più “socialdemócrata” o fighetto?

La simpatica Beatriz, con l’accento argentino e la sua bella pila di Izquierda Revolucionaria in vendita a uno e cinquanta la copia, mi dipana le forze in campo: «È la solita questione: rivoluzione contro socialdemocrazia. Ci siamo già passati. La lotta si fa por la calle, la lotta è di popolo, la lotta è fuori dalle istituzioni». «Sì ma Errejon? È intelligente no?» «Sì sì, è intelligente. Viva Pablo».

Non è l’unica a pensarla così: le accuse che serpeggiano nel palazzo in direzione di Errejon sono politiche ma anche antropologiche. Errejon è considerato un “pijo”, un fighetto, peggio, un borghese fatto e finito. Figlio di un alto funzionario dell’amministrazione dello Stato (anche se con immacolato pedigree di sinistra, il padre fu tra i fondatori del partito dei Verdi spagnolo, esperienza comunque elettoralmente marginale), Íñigo è cresciuto nientemeno che a Pozuelo de Alarcón, il municipio alle porte di Madrid con il reddito più alto di tutta Spagna (oltre i 70mila euro, cinque volte la media nazionale): è a Pozuelo, per dire, che vivono la maggior parte dei calciatori del Real Madrid, Cristiano Ronaldo compreso. Un fatto che certo non infiamma gli animi dei sopraggiunti qui a Carabanchel.

Poi c’è la questione politica: sono in molti ad associare il suo nome all’aggettivo socialdemócrata, che a Vistalegre se la gioca con quello di fascista, e non saprei dire quale dei due sia considerato il meno grave. E però non è vero, stiamo parlando dell’intellettuale di punta del populismo in Spagna, quello che teorizzando la frattura arriba/abajo (sopra/sotto, potenti contro gente comune) ha consentito di far superare definitivamente lo storico destra/sinistra garantendo a un partito nato senza soldi né padrini se non gli indignados del 15-M di diventare un attore in ascesa nello scenario elettorale e un referente con cui fare i conti nel day to day politico.
L’idea di Errejon, vincente fino a Vistalegre II, è stata quella di marcare micro linee di frattura continue assecondando quasi cronachisticamente le contingenze della società spagnola, in modo da creare nuove maggioranze variabili su singoli temi, meglio se non identitari (sanità pubblica contro privata, sfratti contro diritto alla casa, povertà energetica contro energia come diritto inalienabile). Il populismo à la Errejon – che semmai ha qualche tratto peronista – sfocia nell’idea di “creazione di popolo” e non di sua semplice rappresentazione. Se non c’è nel Paese – e non c’è in nessun Paese occidentale, né ci sarà mai più – una maggioranza disposta ad autodefinirsi tout court di estrema sinistra oppure proletaria oppure anti-imperialista, si può pensare di crearne diverse volta per volta e su singoli temi, solo apparentemente minori e accidentali. La risultante di queste continue polarizzazioni creerà una nuova coscienza, via via più ingrossata, che se non sarà di classe, sarà, appunto, perlomeno di popolo.

 

L'ex portavoce, la nuova portavoce, il Capo

Questa linea teorica ricorda la formazione delle moderne fedeltà individuali. Esauritesi – o svuotatesi di senso – le grandi macro-fedeltà tradizionali (lingua, classe sociale, nazione, religione…) il singolo va approssimandosi al riconoscimento della propria tribù per micro-scelte successive: figli o no, gusti musicali, tempo libero, squadra di calcio, tipo di cucina, eccetera. Questo andare per domande spicce può essere applicato anche in politica? Perché no, pensa Errejon. È populista? Ovvio che lo sia, ma è un tipo di populismo diverso da quello che siamo abituati a vedere dalle nostre parti. È comunque politico: tenta di costruire qualcosa e non si limita a distruggere l’ecosistema condiviso.

Ecco quindi che l’ampliamento dell’orizzonte di Podemos di cui parla Errejon non è la semplice possibilità di accordi elettorali con l’odiato Psoe traditore, ma è quasi un progetto di ingegneria sociale. Per attuarlo bisognerebbe però necessariamente espellere dalle faretre ideologiche molte etichette sicuramente comode alla coscienze politiche individuali ma scomode a quella elettorale di gruppo, cosa che la militanza ha, per due terzi, sonoramente rigettato. Anche Pablo Iglesias lo ha fatto: dopo i primi due anni di apparente accordo, decide di rompere – perché è lui che cambia la direzione del partito – con tutto il corpus teorico errejonista spingendo per l’accordo con gli ex comunisti di Izquierda Unida che ha fatto perdere oltre un milione di voti al partito ma gli ha garantito un’immacolatezza ideologica tanto applaudita qui a Vistalegre II quanto alla Caja Magica, dove il partito Popolare capisce immediatamente che la principale forza d’opposizione nel Paese si sta probabilmente garantendo l’opposizione a vita.

Potrebbe essere l'ultima foto di gruppo di Errejon: il futuro è di Irene Montero, portavoce del partito e fidanzata di Iglesias

«Pablo capirà» contro «Attenti a Pablo»

Questo avrebbe dovuto esserci a Vistalegre II, il dibattito politico vecchio e nuovo: non solo il trito massimalismo-riformismo, ma anche questo inedito massimalismo-populismo, ortodossia-immaginazione, addirittura identità-creatività. Non è stato possibile comprendere nulla di tutto ciò dalla viva voce dei dirigenti, che come detto hanno limitato al massimo la possibilità di confronto, ma lo è stato eccome dalla parte dei militanti. Non solo il voto dei 150mila che si sono espressi online, ma l’atmosfera dentro e fuori dal Congresso non lasciava dubbi: Podemos è un partito moderno con una base, in buona parte, ideologicamente antiquata. Certo, un terzo del partito dalla parte di Errejon non è poca cosa, ma con un terzo non ci fai molto, al massimo una scissione, ma poi per fare che?

I più avvertiti in Spagna naturalmente scongiurano l’ipotesi. Un ex direttore della più importante agenzia di stampa nazionale è sicuro: «Ora tocca a Pablo. E su questo Pablo è sempre stato molto intelligente. È un maestro a fare la sintesi politica delle varie anime. Certo, deve essere generoso e non farsi prendere dall’istinto di liquidare la corrente nemica, vedremo. Il problema è che il livello di scontro è già trasceso dal politico al personale». Purtroppo per l’ex direttore la sua previsione è crollata sotto le spingardate che Iglesias aveva in serbo per l’ex numero due: da queste parti invece si erano puntate le fiches sulle purghe pabliste e, per una volta, si può passare a raccogliere in cassa.

«Spero che Pablo mantenga fede al mandato che è uscito con chiarezza da Vistalegre II – “unità e umiltà” – e calibri bene la nuova Giunta Esecutiva: Errejon deve almeno mantenere cinque membri», sospirava l’ex direttore, questa volta davanti a una caña rinfrescante al termine dei lavori congressuali. E invece niente: Iglesias ha allargato l’Ejecutiva (da 13 a 15 membri) ma l’ha infarcita di suoi uomini, ben 11. Al povero Íñigo vanno solo tre posti (compreso il suo). Dalla Segreteria Politica passa a una non meglio specificata “Analisi Strategica“: più che una Segreteria siamo di fronte a una vera e propria supercazzola politica. È allo studio anche il Governo ombra di Podemos, che dovrà riunirsi una volta al mese calendarizzando i lavori come se fosse in carica; mentre Errejon pare abbia accettato la sotto-rappresentazione negli organismi direttivi in cambio del sostegno alla sua candidatura per la Comunità di Madrid – ora in mano al Pp – alle elezioni del 2019. In sostanza, la tanto reclamata pluralità di Podemos è andata a farsi benedire sull’altare di un sillón (la nostra “poltrona”) peraltro tutto da guadagnare.

Non pare quindi voler mantenere fede al mandato di “unità e umiltà“, Iglesias, anzi ha allungato le mani sul partito ben oltre i risultati usciti da Vistalegre II. La sua strabordante leadership carismatica, i «con me o contro di me», il suo essere “duro e puro” contro tutto il sistema politico spagnolo, perfino i colpi bassi della campagna pre-Congressuale non hanno fatto altro che aumentarne la proiezione di capo indiscusso. La gente di Podemos ha fede in lui, qualsiasi cosa faccia o quasi. All’uscita dal palazzo di Vistalegre, domenica 12 febbraio, c’erano anche due suore e un prete. “Pablo, amigo, Dios está contigo”, era il cartello in mano a una delle due sorelle. «Creemos en Iglesias, queremos a la Iglesia» («Crediamo in Iglesias, amiamo la Chiesa»), diceva l’altra.

Chiudi