«Una volta ero vivo. Un giorno ho avuto un incidente e sono scomparso. Poi sono iniziate le incarnazioni». Anticipiamo l'incipit de “La scomparsa di me”, il nuovo romanzo di una delle firme di IL in uscita per Feltrinelli

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Eh? Chi è? Non ho fatto nulla. Ho fatto tutto quello che dovevo fare. Stavo dormendo. Ero addormentato. Cosa c’è? Chi è dall’altra parte? Perché vedo solo due mani? Dove sono i miei bambini? Dov’è la mia Ada? Dov’è lo zaino che non si chiude? Di chi sono queste mani davanti a me? Chi è che mi parla, chi è che mi parla dopo tutto questo tempo in cui nessuno mi ha rivolto uno sguardo, dopo tutti questi risvegli nelle teste degli altri? Proprio ora, che mi sono abituato al puro incontrovertibile dato di fatto, ognuno ha il suo compito, il mio compito è solo guardare. Il mio compito è stato guardare, senza mai intervenire. Senza che nessuno mi chiamasse in causa. Senza che nessuno mi invitasse in casa. Ma ero già in casa: ero nella casa dell’anima altrui: gli occhi: ecco ribaltato un cliché: gli occhi non sono lo specchio: sono l’appartamento.
Sono passati 365 giorni. Mi sono svegliato 365 volte. Sono andato a dormire nella microscopica materia pulviscolare di cui è fatto tutto – altrettante notti immerse nelle rapide inutili che separano gli esseri umani. Scivolano, filtrano. Scendono. Una volta ero vivo. Un giorno ho avuto un incidente e sono scomparso. Poi sono iniziate le incarnazioni. 365. Che cosa volete ancora? Sto per morire davvero? Come fanno due mani a parlare? Chi è che parla? Chi sta chiedendo tutte queste cose? Io non ho fatto nulla. Stavo guidando. Stavo vivendo. Non stavo guardando. Ho misurato il punto di vista di tutti quelli che ho conosciuto. Dove sono i miei bambini? Mi fate vedere la mia piccola Ada? Vi devo ancora qualcosa? Qualunque cosa, qualunque cosa. Ma portatemi dalla mia Ada, manca solo lei: manca: solo lei, manca: vi prego, rispondo a tutto, faccio tutto. Ma portatemi da lei. Anche un secondo soltanto, ma vicino alla sua guancia. Devo stare zitto e rispondere, vero? Devo stare zitto? Devo rispondere. Vero?

«In tutti i miei libri, di qualunque genere e forma, c’è una collaborazione con un artista visivo. Insieme a Emiliano Ponzi abbiamo pensato di riprendere il motivo del “portarsi le mani alla faccia”, che è centrale nel romanzo – visto che si tratta di una storia ambientata tra un incidente in moto e un aldilà molto mentale – occupando le ultime dieci pagine del volume cartaceo. L’effetto consiste nello sfogliarle generando un’impressione di movimento. Il desiderio è quello di invitare il lettore a imitare l’ultimo gesto del personaggio: un gesto di protezione e scaramanzia, come una piccola performance apotropaica da far vivere al lettore». (Gianluigi Ricuperati)

Emiliano Ponzi

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Scusate, non so davvero chi sia che mi sta parlando, e comunque non sento nulla, vedo – o forse ho la vaga impressione di vedere – cose che non intendo, non so come uscirne, non so cosa volete da me. Che cosa posso fare ancora? Dopo tutto quello che è successo.

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Ci provo, ma vedo solo onde e forme e semi di materiale cupo, senza costrutto, senza alcun ordine. Ho la mente in ordine, almeno credo. Ma tutto il resto è molto strano. Posso sapere cosa sta succedendo?

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No! Non voglio nessun ringraziamento. Grazie a voi, o loro, o te – non so esattamente come chiamare, come rivolgermi –, siete due mani che mulinano nel buio, e stranamente vi vedo mentre non vedo niente di tutto il resto. Nero su nero, ma molto chiaro. È stata l’esperienza più straordinaria della mia vita. Insomma – della mia scomparsa di vita: di quello che è, d’accordo. E intuisco che sta per finire. Dopo tutti questi giorni, intuisco che sta per finire. Ma ripeto: non dovete ringraziarmi, sono io che mi inchinerei, se avessi ginocchia, e schiena, e l’unico sentimento che devo trasmettervi davvero è l’invidia per il fatto di avere due mani, un corpo: perché è stato come andare sulla Luna. No. È stato come essere la Luna. No. È stato come essere l’insieme dei calcoli che sottendono alla progettazione di un viaggio lunare, e insieme l’onda dell’atterraggio, il raggio di un destino fisico e cosmico, e una storia ben riuscita, mettere i piedi in un luogo eccellente, non meritando niente. Chiedo scusa.

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Cos’è successo quel venerdì di un anno fa? Cos’è successo il 3 luglio 2014, alle ore 8.29? Non posso rispondere senza fare prima alcune precisazioni. Sono un fallito di successo, sto guidando una motocicletta lungo una via invasa dal sole per andare a un consiglio d’amministrazione: è un’altra azienda che sto per perdere.
Se fossi bravo a gestire le mie energie come sono bravo a sgusciare tra i cofani nel traffico, non finirei sempre così, non dovrei correre per difendere i miei interessi – ma toccherebbe agli altri. E invece va in questo modo, vado in questo modo: sono le 8.28 di un venerdì estivo insolitamente freddo, nelle facce degli automobilisti si scorgono riflessi antichi – sfiorano oggetti digitali ma è come se imbracciassero vanghe. Non le sento, ma le immagino: parole che rimbombano da auricolari o sistemi stereofonici: madri, padri, amanti, nonne. All’incrocio tra via Martin Luther King e via Della Robbia vedo una Porsche nera, rapida, distratta, e benedico i freni luminosi rossi perché si ferma senza farmi perdere l’equilibrio, e l’equilibrio è un fattore cruciale nella mia vita: e nel tenere in piedi le due ruote, dopo essermi svegliato di corsa, aver salutato i bambini di corsa, essere sceso di corsa. Ieri ho preso quattro aerei in un giorno, e ho incontrato persone in due città diverse, sempre con l’istinto terribile di salvare il culo quando devi proprio salvarlo, e non puoi fare altro. Poi una cena che si è protratta a lungo, sorbetti come colpi di vento inattesi – avrei sempre bisogno di dormire ma non dormo mai quanto dovrei. Comunque lascio indietro la Porsche, intendendo un saluto di ringraziamento per il mancato incidente: procedo. Sorpasso un’altra auto dopo aver suonato il clacson, come faccio sempre: le nocche della mano destra sono arcigne, sull’asta del freno, mentre l’arco di uno spillo sembra conficcarsi lungo la spina dorsale, ma non mi preoccupo: vado avanti, pensando ancora alla forma dei freni, simili a stelle meccaniche, o bulloni giocattolo, e immagino automobili costose che pattinano con lentezza sul ghiaccio delle cose possibili o probabili, e si fermano al momento giusto. Non è trascorso che un minuto, quando il semicerchio della mia ruota anteriore incalza il tratto che separa la linea retta – Martin Luther King – e la nuova perpendicolare, che si chiama Lucini: Gian Pietro Lucini, penso, mentre non ho il tempo interiore di trarre un ricordo di adolescenza, il poeta futurista che aveva intitolato una sua raccolta Revolverate e Nuove Revolverate. C’è il respiro contro la visiera di plexiglas del casco e ci sono le parole immaginate dei guidatori e dei trasportatori, al di là dei parabrezza: i padri, gli impiegati, gli amanti, le zie. C’è la seconda metà del semicerchio della ruota anteriore, prima che me ne renda conto, al centro esatto di una rete di posizioni in movimento e corpi inerti. Assenza di pensiero. Il semaforo è verde. Sessanta chilometri all’ora – forse troppi, forse imbardati nel velo di rapida distrazione che avvolge il casco, l’abito gessato a righe molto sottili, le scarpe, lo zaino con il computer e qualche libro, e l’idea delle revolverate, e l’idea dei freni, e delle auto costose, e delle nonne. E infine – il colpo. Traiettoria senza grazia, come una virgola portata via dal vento: il rumore di tessuto prezioso, fatto a mano, che sfrega contro l’asfalto: il rumore di lamiera: il rumore di un urlo indistinto: l’intimo strano rumore di una bella faccia innocente, guardata da una faccia che ha sbagliato tutto. Da questo punto in poi non avrei dovuto sentire più nulla – e invece: c’è stato un poi. Poi: la donna è uscita dall’auto: sconvolta: mani sul favo color d’argento: goffa: l’aiuto e la rabbia di qualche astante: l’aria che si rapprende come un verricello sottomarino, sospendendo il tempo e le corse dei tram, mentre nessuno protesta: mio Dio, ma è morto?, e mio Dio, ero morto.

Gianluigi Ricuperati

La scomparsa di me

Feltrinelli 2017
240 pagine, 16 €
In libreria dal 23 febbraio
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