Abbaini bolognesi, studenti fuorisede, birrette e riviste velleitarie. Un estratto da “False coscienze”, trittico di long-short stories di Matteo Marchesini (Bompiani)

Totem e tabù, Lojacono irradiava intorno a sé un’atmosfera perturbante. Il fatto è, almeno io la vedo così, che dietro quella sua ostinata partecipazione alla rivista e agli eventi conviviali messi in piedi dal gruppetto di fuorisede che si era trovato a seguire le lezioni di Astolfo Bordiga nell’aula sei di Lettere (gruppetto che si è poi espanso a poco a poco per la naturale tendenza dei clan veneti, salentini e abruzzesi a riunire i loro disiecta membra in cenacoli straripanti di rustelle, orecchiette e valpolicella), il fatto, dicevo, è che dietro tutto questo molti di noi percepivano un insondabile eppure radicato fanatismo. Un fanatismo senza aggettivi, intendo: senza oggetto; del quale sentivamo intorno a lui la mansueta ma paurosa presenza al modo in cui le future prede percepiscono l’odore acre di una belva ancora nascosta tra i cespugli.

Ma in effetti non c’era solo questo. Perché le rare volte che Lojacono parlava, ad esempio nelle riunioni, le sue frasi metalliche e apparentemente insignificanti sembravano imprimere un adeguato peso specifico alle parole altrimenti poco convincenti che Franco e l’Ebreo avevano appena sparato come cartucce a salve contro i muri della nostra cucina. In fondo Lojacono non faceva che ripeterle, parafrasarle, rigirarsele sotto il palato come ci si rigira una moneta nella mano: magari lustrandole o scheggiandole appena con un dubbio, con un cenno perentorio alla più piatta attualità domestica o mondiale, e più spesso ancora con l’estrazione di un predicato già analiticamente contenuto nel discorso degli altri. Eppure, non c’è che dire, la tecnica funzionava: era come una passata di fissante sul colore fresco. Se per esempio Franco tirava fuori il nome di un quartiere berlinese che sembrava letterariamente in gran fermento (e “fermento”, specie dopo la quinta birra, era senza dubbio una delle sue parole preferite), se si sbracciava come un guitto a dire che bisognava dedicargli un numero monografico, e insomma trovare i soldi per farci un viaggetto e inventare poi il format giusto per raccontarlo (“format”, invece, era il suo cavallo di battaglia quando alle riunioni partecipava l’indimenticata Martinez, un’oriunda messicana così magra e ieratica da apparire un geroglifico bidimensionale sotto qualunque prospettiva), allora Lojacono era capace di rompere il solido nulla del suo silenzio scandendo che «descrivere l’ultima generazione di scrittori berlinesi, quelli che si ricordano della caduta del muro come di un mito dell’infanzia, è oggi effettivamente imprescindibile». Proprio così diceva, lo giuro: “effettivamente imprescindibile”. Ed ecco che quell’avverbio muscoloso, quell’aggettivo stringente tipo camicia di forza si stampavano come un riposante quadro astratto nell’aria della cucina.

A quel punto, spesso, Franco e l’Ebreo tacevano incantati, come due cestisti che abbiano guardato oscillare a lungo sul ferro il pallone lanciato a canestro oltre la linea dei tre punti, e che a un tratto, grazie alla invisibile mano del destino, lo vedano finalmente precipitare nella reticella con un soffio perfetto. Tuttavia il silenzio durava poco, perché l’Ebreo ricominciava presto ad agitare il suo pancione sformato sulla sedia e a implorare che il numero monografico non sfrattasse le pagine delle recensioni da lui curate. L’Ebreo, infatti, era ossessionato dal genere letterario della recensione: genere che rifiutava di applicare soltanto ai prodotti poetici o latamente artistici, e che tentava ogni volta di estendere ai ristoranti, agli autobus, ai professori, perfino alle ragazze o alle nostre facce. «La recensione, dobbiamo resuscitare la recensione, i piccoli resoconti ben fatti, proprio perché adesso tutti li snobbano e dicono che sono inutili: ebbene, noi ci prenderemo il compito da formiche di recensire la vita da cima a fondo, anche partendo dalle piccole cose, dai dettagli… cosa ne dite, eh, cosa ne dite? Ho ragione sì o no, Franco, ho ragione?».

In genere Franco non diceva niente, perché ormai quella tiritera l’aveva sentita un milione di volte e lui si entusiasmava solo per le novità, mica per gli affondi teorici. Però, quando alle riunioni veniva anche Strofinacci, allora lui sì lo sentivo saltar su impaziente, buttando fuori le sillabe a scoppi come una cascata che non trovi un buco abbastanza largo per far sgorgare l’acqua: «La recensione, la recensione…» balbettava con sprezzo. «Il commento, vorrai dire!… La glossa, la…! La parafrasi a margine!… Questo è il vero genere che può redimere i dettagli…». E qui partiva in un lungo comizio sulla redenzione, che metteva in tutti il sospetto che lui avesse partecipato alla riunione soltanto per trovare un appiglio da cui prendere il largo con le sue fantasie talmudiche.

Bisogna infatti precisare che Strofinacci viveva nella costante attesa di poter vomitare su qualcuno le centinaia di pagine mitteleuropee divorate ogni giorno; così che riusciva ad ascoltare il resto dei discorsi (cioè quasi tutti) solo saltando frenetico sulla sedia o accendendosi sigarette a ripetizione e strizzando l’occhio in un tic coordinato stranamente al tremolio degli indici. In più, va anche detto che questo suo atteggiamento toccava il parossismo davanti all’Ebreo. Lo irritava, credo, il fatto che uno che aveva la fortuna di appartenere per nascita alla cultura labirintica di cui Strofinacci venerava ogni minimo lacerto, non si curasse affatto del proprio privilegio, e anzi badasse a recensire quel che gli capitava sottomano con l’ottimismo di chi il messia lo vede arrivare tutti i giorni. Insomma Strofinacci, che sui muri dello sgabuzzino di via Begatto dove s’era sistemato con branda e libreria aveva affisso le gigantografie sgranate di Benjamin, Kafka e Celan, avrebbe voluto averlo lui un cognome come Peled, e una nonna che negli ultimi bagliori dell’Alzheimer biascicava gli incipit di barzellette yiddish di cui poi non ricordava la battuta finale. Avrebbe voluto averli, quel cognome e quella nonna, perché gli pareva che sarebbe stato in grado di onorarli in ben altro modo che l’Ebreo.

Ma l’oscura influenza magnetica di quel monolito sudaticcio che Franco presentava a tutti come B. Lojacono (il nome di battesimo credo fosse Bettino, anche se poi decise di firmarsi Bernardo) toccava il suo vero culmine e otteneva la vera ratifica (ratifica che ricadeva retroattivamente sulle poche frasi pronunciate in precedenza) quando dal gorgo dostoevskiano delle scale attraverso cui ci s’arrampicava al nostro bilocale-abbaino in via del Riccio faceva capolino la testa di Astolfo Bordiga.

Era una testa ossuta, aerodinamica, da uccello; come del resto tutto il suo corpo di burattino. Probabilmente fin dalla giovinezza, Bordiga aveva imparato a sfruttare a suo vantaggio la similitudine che, guardandolo, irresistibilmente affiorava nel cervello dei suoi interlocutori: e ogni suo gesto spigoloso, ogni suo passo scoordinato sembravano un’ironica mise en abîme della marionetta, un modo beffardo di costringere alla leggerezza della danza quella sua figura segaligna e mal rappezzata. Spesso entrava con uno sguardo compiaciutamente malinconico; ma io l’avevo visto più volte indossare questo sguardo nel momento esatto in cui incrociava per strada uno di noi – indossarlo, dico, sopra un sorriso crudele, allegro, anche vorace. Di solito ostentava di volersi fermare soltanto per un po’, a sentire «cosa si dice di bello», a bere una birretta. Ma poi s’allungava indolente sul bordo del divano, torturando cogli artigli giallastri una molla uscita dalla fodera e spenzolando le gambe al centro della cucina come due ali di pipistrello.

A quel punto, ognuno dei partecipanti alla riunione tentava di mettersi in mostra e al tempo stesso di imitarlo: cioè di primeggiare restando sottotono, buttando lì con finta noia qualche constatazione sulla fatuità della rivista, sul bisogno di “semplificare”, o su un paesaggio padano esplorato di recente a bordo di una vecchia Fiesta priva di fanali antinebbia. Però si trattava di tentativi goffi, perché nell’eloquio dei miei compagni tutte quelle parole ostentatamente semplici, infantili e succose per le quali soltanto Bordiga mostrava di avere orecchie, sia con noi sia nelle definizioni della sua poetica (parole come “bello”, appunto, come “naturale”, “aereo”, “leggero”, “impaluga”, “botta”, “puzzolente”, “rocambolesco”, “scoreggia”, “roba” eccetera), si affiancavano all’aggettivazione roboante, alla compulsività avverbiale tipica di ogni noviziato teorico senza cancellarle affatto, ma sottolineandole anzi come con una matita rossa. E lo stesso succedeva con gli anacoluti, pronunciati tentando invano di mimare la mise en abîme umoristica che lui comunicava a gesti.

Ogni tanto, mi sembrava che Franco si esercitasse a parlare così anche quando eravamo da soli. Il fatto è che, nonostante le mie assenze alle riunioni, da quando avevano scoperto che provenivo dallo stesso paesino ferrarese in cui era cresciuto Bordiga, partecipavo ai loro occhi del prestigio immeritato di cui godettero un Max Brod o un Antonio Ranieri, o anche soltanto Yoko Ono o Ninetto Davoli. Questo prestigio acquisito di riflesso mi ripagava in parte dello speculare handicap di cui pativo, nel nostro gruppuscolo, per il fatto di non essere un vero fuorisede – cioè un quasi migrante che s’è scavato la tana a centinaia di chilometri da casa – bensì un doppiogiochista al quale bastava sobbarcarsi un’oretta di treno per rivedere il natio borgo sul delta.

In ogni caso, tornando a Lojacono, la cosa che stupiva e faceva rodere dentro un po’ tutti era che Bordiga, mentre restava quasi indifferente davanti ai più raffinati tentativi di mimare quel suo stile sobrio fino al bamboleggiamento e appena increspato da un impalpabile acume, sembrava letteralmente incantato dal linguaggio tra burocratico e pomposo (“effettivamente imprescindibile”) che dopo lunghi intervalli di silenzio le labbra di Lojacono irradiavano con un filino di bianchiccia bava ecclesiale. Bastava che il monolito si schiarisse l’ugola, ed ecco che Astolfo s’era già sollevato dal divano proteggendo la più vicina delle sue orecchie a sventola col palmo a cucchiaio (Bordiga non compiva azioni, ma le esibiva teatralmente: non ascoltava, recitava l’ascolto). Quindi, assorbita con aria di estremo e serioso interesse la frase del suo studente, composta di quelle stesse formule che a lezione era solito irridere con ferocia quando commentava testi e discorsi di qualche suo collega accademico o scrittore, si accingeva subito a interrogarlo – a chiedergli chiarimenti, precisazioni, chiose, sempre come se da quell’autoesegesi di Lojacono dovesse dipendere un futuro e decisivo piano d’azione. Ognuno dei membri del cenacolo, chi più e chi meno, provava disperatamente a scoprire in questa posa di Bordiga un sottotesto canzonatorio per l’ineffabile compagno: ma se sornioneria c’era, appariva ormai così impalpabile e duratura da mettere in serio pericolo il loro apostolato.

Comunque, tutto questo non poteva durare a lungo. La maggior parte di noi stava giusto scollinando oltre la metà dei venti, l’ansia da precari e dottorandi incombeva oramai sulle riunioni, e il maestro non aveva ancora pronunciato nessuna parola chiara sul nostro destino. Ora, se questa attesa s’adattava in qualche modo all’ideologia messianica di Strofinacci (il cui fisico inclinava tuttavia alle più impazienti convulsioni), né Franco né l’Ebreo avevano alcun motivo per accettare di stagnarci dentro. E d’altra parte, il sadismo pedagogico di Astolfo non era di quelli esibiti, tronfi, tribunizi, ma anzi si nascondeva sotto il suo contrario, fingendosi una complicità tra pari, così che diventava davvero difficile inchiodarlo alle labili tracce delle promesse disseminate nel corso di assemblee e riunioni. Tra le mani ambiziose dei suoi discepoli, Bordiga sgusciava con l’agilità di un’anguilla ferrarese; e l’unico a non farci caso, di nuovo, sembrava Lojacono: allievo in apparenza privo di pensieri e desideri, e interamente occupato dalla facoltà umana del Volere, o meglio da una resistenza insana e passiva che ogni tanto mi veniva da paragonare a quella del reduce-lemure della Paga del soldato.

© Bompiani/Giunti editore spa

 

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