La legge di Manzoni (sì, lui, Alessandro) è ancora più infallibile di quella di Murphy

Quando l’ho letta, poco c’è mancato che gridassi «Eureka!», come Archimede; e in effetti avevo scoperto qualcosa di simile a una legge matematica, la formula in grado di spiegare il grosso dei disastri italiani. Ma non è la legge di Murphy, è la legge di Manzoni, enunciata in due righe dei Promessi sposi:

«Da’ trovati del volgo, la gente istruita prendeva ciò che si poteva accomodar con le sue idee; da’ trovati della gente istruita, il volgo prendeva ciò che ne poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e confusa di pubblica follia».

Nel caso specifico, le superstizioni del popolo e i «sogni de’ dotti» – infiorettati di citazioni latine e di bizzarri calcoli astronomici – si combinavano per dimostrare che la peste era manufatta dagli untori. L’applicazione della legge di Manzoni è semplice: si sostituisca alla peste un disastro X (reale o percepito); al «volgo», la nostra nazione, leader nel settore dell’analfabetismo funzionale; alla «gente istruita», l’élite più provinciale d’Europa. Ecco decifrati, in un colpo solo: il caso Stamina, la persecuzione di Ilaria Capua, il flirt di Gustavo Zagrebelsky con i grillini, le polemiche sui terremoti, il processo sulla trattativa Stato-mafia, la vicenda Xylella. O, anche, la campagna sul referendum costituzionale: il «volgo» paventava nuovi fascismi e macchinazioni della finanza mondiale; la «gente istruita» lo supportava a colpi di «combinato disposto» e dava dignità, su giornali in teoria prestigiosi, alle frottole su J.P.Morgan; si formò così una «massa enorme e confusa di pubblica follia» che cacciò via l’untore. Non è retorica sulla perenne attualità dei classici; il fatto, semmai, è che in Italia continuano a succedere cose secentesche. Certo, non c’è più la peste; ma non disperiamo, qualche anno di guerra ai vaccini e torna anche lei.

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