Divertissement sulle contraddizioni ideologiche del Presidente americano. Uno o due Stati in Israele e Palestina, l'importante è divertirsi

Uno o due stati in Palestina e Israele ? Quello che conta è la pace, dice Trump. Gli analisti più attenti hanno scomodato paragoni eccellenti per interpretare la strategia del Presidente USA. Sono tornate alla memoria altre questioni fondamentali tipo: mare o montagna quest’estate ? Non importa, quello che conta è divertirsi. Oppure: mora o bionda ? È uguale, l’importante è to grab. Gli stati potrebbero in realtà diventare tre, che peraltro è il numero perfetto, e sorprende che nessuno ci abbia mai pensato prima. Anche perché cosa c’è meglio della perfezione ? E poi con tre almeno c’è la maggioranza, mentre con due stati rischi sempre il pareggio e poi tocca a Pence decidere.
La strategia di Trump sul Medio Oriente è in movimento. L’ambasciata Usa in Israele potrebbe spostarsi da Tel Aviv. Ma non a Gerusalemme, ipotesi suggestiva ma potenzialmente dirompente. I consiglieri di Trump spingono per Taiwan. La mossa avrebbe un effetto doppio: mandare un segnale ai palestinesi che non è Tel Aviv la vera capitale di Israele, e un altro a Xi, appena rassicurato sulla One China doctrine.
La recente visita di Abe ai Trump potrebbe apparire scollegata dai temi del Medio Oriente ma non lo è. Trump e il primo ministro nipponico hanno passato una lunga giornata a Mar-a-Lago mettendo al centro del tavolo proprio la politica estera. Il team del Presidente USA ha schierato la mappa del Risiko, assegnando ad Abe i mini carri armati gialli (pare vi siano state proteste del protocollo giapponese per la mossa ritenuta di cattivo gusto, proteste però negate da fonti della Casa Bianca). Il Presidente Trump ha avuto come obiettivo quello di conquistare 24 stati a scelta. Dopo aver chiarito ad Abe che lui gli Stati li ha già conquistato lo scorso novembre, Trump ha riscontrato difficoltà notevoli nel conseguire l’obiettivo. Malgrado i dadi fossero tremendous, il Presidente ha rapidamente perso gran parte dei carri armati dopo averne accumulato la maggioranza al confine con il Messico.
Del resto, ha spiegato Trump ad Abe, la strategia “America First” è esattamente all’opposto del Risiko e con tutti i problemi che deve fronteggiare internamente (posti di lavoro più stabili, infrastrutture, riforma sanitaria – ma soprattutto, la libera informazione, la distribuzione retail, l’esistenza delle leggi e delle prassi nonché la sostituzione dell’impianto di aria condizionata nella casa in Florida), la politica estera diventa di per sé un problema. Secondo quanto riportato da alcuni testimoni dell’incontro, a quel punto Abe ha mostrato grande signorilità e avrebbe detto al Presidente: “Mr Trump, non si preoccupi. Ventiquattro stati o no, l’importante è divertirsi”.
Da qui la geniale reazione di Trump, che colpito dalla saggezza del premier giapponese, ha definito la sua nuova dottrina per il Medio Oriente. Nello script iniziale predisposto per la conferenza stampa congiunta con Nethaniau, la frase sarebbe dovuta essere “Uno o due stati non importa. Quello che conta è divertirsi”, poi sostituito con un più istituzionale “la pace”.

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L’apertura di Trump a soluzioni innovative sul conflitto mediorientale (indiscrezioni non confermate parlano anche di quatto stati e una capitale, uno stato e due capitali ma con moneta unica, due macroregioni con elezione diretta senza ballottaggio ma con premio di maggioranza, tre stati e quaranta hotel di lusso) ha sorpreso per l’ennesima volta i critici del Presidente che lo descrivono come un uomo inesperto e dalle idee grette.
Già in precedenza il Presidente aveva invece espresso grande apertura di vedute: si era detto “very open minded” sul riscaldamento globale, dicendo che può esistere come no; sulla spesa pubblica, dicendo che sotto di lui potrebbe diminuire ma anche aumentare; sui rapporti con l’Europa, dicendo che è un grande alleato degli Stati Uniti, ma potrebbe anche essere irrilevante; sul problema del razzismo, spiegando che il suo obiettivo è l’unità del Paese purché non si chieda a lui di occuparsene.
L’accoglienza trionfale ricevuta a Washington è stata una grande rivincita per Nethaniau dopo le umiliazioni subite durante la presidenza Obama. Alla Casa Bianca ancora ricordano le vibrate proteste del protocollo di Tel Aviv una volta ricevuto il draft del menù per la cena dei due leader, che prevedeva: “tortino di MAIZENA marca Abu, con composta di gamberi – pork roast con trionfo di patate – insalata di stagione con crumble di prosciutto essiccato”. Washington ha sempre sostenuto che fu inviato per errore un menù sbagliato e vi furono delle scuse, ma tant’è.
Con Trump tutta un’altra musica. Prossimo obiettivo Teheran. L’accordo nucleare traballa e il regime iraniano da segnali di nervosismo. La diplomazia nascosta degli ayatollah è già al lavoro, e i grandi magazzini di Teheran sono entrati in contatto con Nordstrom per rilevare le giacenze della linea Ivanka e aprire una breccia decisiva nel cuore del Presidente e sigillare la faticosa tregua raggiunta con gli USA. C’è già chi lo chiama l’accordo “gonne per una centrifuga”. I servizi segreti israeliani, venuti a conoscenza dell’iniziativa di Teheran, hanno immediatamente informato il primo ministro, e in questa luce va letta la frase sibillina diretta da Nethaniau a Jared prima della conferenza stampa: “da quanto tempo ci conosciamo noi, eh?” – come a dire: “niente scherzi con gli ayatollah per via di Ivanka”. Il Presidente ha subito chiamato una riunione di urgenza degli sherpa sulla politica estera per provare a dipanare la matassa iraniana. Su un paio di loro è calata inesorabile la collera del Presidente quando i cosiddetti esperti hanno portato come materiale fondamentale il Risiko anziché, come richiesto dal Presidente, il Monopoli. I due malcapitati sono stati licenziati in tronco. Alla Casa Bianca di Trump non c’è spazio per l’incompetenza.

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