7 anni, 500mila morti e 5 milioni di rifugiati. In Siria si combatte una guerra mondiale senza distinzione tra buoni e cattivi

Il conflitto siriano è uno dei maggiori disastri umanitari dai tempi della Seconda guerra mondiale: oltre mezzo milione di morti, cinque milioni di rifugiati e sette milioni di sfollati. Eppure continua a essere una realtà difficile da decifrare, a causa della complessità del quadro politico e militare e dei diversi attori locali e internazionali che si confrontano, direttamente o per procura, da sei anni.

Così la tragedia nella tragedia siriana è che si è persa la distinzione tra i buoni e i cattivi. Tutti sono vittime, tutti sono carnefici. L’unica costante è stata, fin dall’inizio, l’incapacità da parte del regime di Bashar al Assad di concepire alcuna apertura verso le istanze genuinamente riformiste di molti siriani. Un’incapacità intrinsecamente correlata al carattere della dittatura siriana, che nel corso di 45 anni si è consolidata attorno a una famiglia, e ai clan e ai gruppi di affari a essa collegati. Se Assad si indebolisse, il sistema di potere che lo sostiene e che da lui dipende rischierebbe di collassare. “Al-Asad, aw narhuq al balad”, “Assad o bruciamo il Paese”: questo era il motto delle milizie a maggioranza alauita, gli Shabiha (“i fantasmi”), che ha ispirato la strategia di Damasco. È arduo immaginare un regime più spietato di quello siriano, capace di incarcerare, torturare e far sparire migliaia di civili, nonché di assediare, affamare, bombardare e, in alcuni casi, persino gasare la propria gente.

Oggi, secondo fonti delle Nazioni Unite, circa 700mila civili si trovano sotto assedio in Siria, senza accesso a cibo, medicinali e cure. Gran parte di questi sono assediati da Assad; 90mila dall’Isis nella città di Deir el Zor; circa 15mila dai ribelli nelle piccole cittadine sciite di Fouah e Kefrayah. Dal punto di vista di Damasco gli assedi, definiti dall’allora segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon uno strumento di guerra «medievale», sono efficaci: dopo anni di indicibili sofferenze, alcune località sono state costrette alla resa con accordi eufemisticamente definiti “di riconciliazione”, che prevedono un salvacondotto per i ribelli locali e i loro familiari.

Sarebbe tuttavia scorretto attribuire ogni violenza di questi anni esclusivamente al regime di Assad. Da un lato, quest’ultimo è stato fin qui responsabile della maggior parte delle vittime civili del conflitto, anche in ragione del monopolio dell’arma aerea e dell’uso deliberatamente terroristico che ne ha fatto. Dall’altro lato, però, anche vari gruppi ribelli si sono macchiati di crimini: dalle esazioni gangsteristiche a danno dei civili, al ricorso a bombardamenti verso aree abitate, fino a vari altri comportamenti che il diritto internazionale umanitario considera abusi. In categorie a parte si collocano i due gruppi terroristi, l’Isis e Jabhat al Nusra che, dopo una dichiarata e non credibile separazione da al Qaida, si è rinominato Jabhat Fatah al Sham (JFS – Fronte per la conquista del Levante). L’Isis ha costruito attraverso la pubblicità dei propri crimini efferati un mito intimidatorio. Il JFS (ex Nusra, cioè al Qaida), pur ricorrendo a strumenti più sottili e raramente violenti per penetrare le comunità locali, è anch’esso ben noto per la sua spietatezza verso il nemico e per l’approccio settario.

Aleppo

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La guerra siriana è quindi, per definizione, una guerra “sporca”. Conflitto civile e, al tempo stesso, teatro di scontro tra bande e tra milizie, nonché guerra settaria, regionale, mondiale.
Con la caduta di Aleppo-Est nel dicembre scorso, le fazioni armate anti-Assad e i loro sostenitori hanno subito un duro colpo militare e psicologico. Le forze ribelli, del resto, si trovavano già sulla difensiva nelle principali zone ancora sotto il loro controllo, attorno a Damasco, a Hama e a Homs. La guerra potrebbe durare ancora a lungo, ma è ormai inverosimile che Assad cada per mano dei ribelli. Il regime e i suoi alleati hanno dato priorità alla cosiddetta “Siria utile” (che corrisponde alla fascia costiera del Paese e alle città principali nei pressi, con i rispettivi collegamenti) e oggi controlla poco più di un quarto della Siria abitata. È tuttavia eufemistico parlare di “controllo” da parte del regime: sul terreno comandano gli attori che hanno salvato Assad dalla disfatta. L’esercito siriano è ormai esangue. L’apparato statale del tutto sfilacciato. L’economia, a parte quella dei signori della guerra, in rovina. In questi anni, il regime ha mostrato un’inattesa capacità di resilienza, ma senza l’intervento prima di Hezbollah e dell’Iran, poi della Russia, non sarebbe sopravvissuto così a lungo. Come ha sostenuto di recente il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, l’intervento militare di Mosca nel settembre 2015 ha impresso la vera svolta al conflitto, salvando le forze di Assad e di Hezbollah che erano «a poche settimane dal tracollo».

Oggi Assad sta vincendo (ovvero sopravvivendo), pur a costo della totale distruzione del suo Paese, e lo stesso si può dire dell’Iran. La Russia invece ha sostanzialmente già vinto, perché ha realizzato gli scopi che si prefiggeva al momento dell’intervento militare. Arabia Saudita e Qatar sono invece i grandi sconfitti in Siria. Lo stesso si potrebbe dire della Turchia, se non fosse che il presidente Recep Tayyip Erdoğan – con uno spregiudicato riorientamento della sua strategia, e rinunciando de facto al suo obiettivo, che era la caduta di Assad – si è posto tra gli attori-chiave per una futura composizione del conflitto, mediando l’avvio di un dialogo diretto tra le fazioni armate e i russi. Anche gli Stati Uniti e i Paesi europei, secondo cui, sin dal 2011, Assad aveva perso legittimità a causa della repressione e avrebbe dovuto cedere il potere, sono da annoverare tra gli sconfitti.

 

Aleppo

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Osserviamo da vicino i principali attori sul campo o in guerra per procura: l’Iran, la Russia, gli Stati Uniti, la Turchia, l’Arabia Saudita e il Qatar; l’opposizione e le fazioni armate anti-Assad; i curdi; i gruppi terroristi.

L’Iran è il Paese che ha il maggiore interesse nella sopravvivenza del regime di Damasco e dello stesso Assad. La Siria ha sempre costituito un alleato chiave del cosiddetto “asse della resistenza” ed è un ponte indispensabile verso Hezbollah in Libano, che per l’Iran è il massimo strumento del “contenimento” anti-israeliano e anti-americano. Una sconfitta di Assad comprometterebbe in modo fatale l’influenza iraniana che da Teheran si espande attraverso l’Iraq, la Siria e il Libano. E fu proprio l’intervento diretto di Hezbollah in Siria, su ordine di Teheran, a fermare la rotta dell’esercito di Assad nel 2013. In parallelo, Teheran ha inviato in Siria centinaia di “consiglieri” militari della Brigata al Quds delle Guardie Rivoluzionarie, guidata dal generale Qasem Suleiman, e coordinato l’arruolamento, l’addestramento e l’invio di migliaia di “volontari” sciiti iracheni, afghani e pakistani, nonché le attività delle Forze di difesa nazionale siriana (che sono milizie locali fedeli al governo di Damasco).

La Russia è l’altro sostenitore-chiave del regime di Assad. Con il suo intervento militare, in poco più di un anno, Mosca ha impedito la caduta del presidente siriano, rafforzandone le posizioni, si è imposta come attore ineludibile per qualsiasi processo politico e come interlocutore obbligato degli Stati Uniti (promuovendo la nascita del Gruppo di supporto internazionale per la Siria) e si è assicurata sia il mantenimento della base navale di Tartus – unico accesso al Mediterraneo – sia la creazione di una base aerea a Hmeimim. Inoltre Vladimir Putin ha incrinato il fronte della ribellione, sventolando il vessillo della lotta al terrorismo, benché la campagna contro l’Isis non sia mai stata la sua priorità (di recente l’Isis è stata anzi capace di espandersi in Siria, riprendendo Palmira e attaccando Deir el Zor) e pur non facendo alcuna differenza tra Nusra e altri gruppi armati. Per Mosca salvare Assad non era soltanto un obiettivo in sé per preservare la propria influenza nel Paese, dimostrare la propria lealtà agli “amici” e contenere il rischio di una deriva islamista, ma era anche una questione di principio: prevenire un altro regime-change e dare uno schiaffo geopolitico e simbolico a Washington. Che l’intervento militare russo sia costato la vita a migliaia di civili siriani, non abbia indebolito l’Isis in Siria e, paradossalmente, abbia finito per radicalizzare ulteriormente l’opposizione armata anti-Assad, per il Cremlino è in fondo secondario: oggi Mosca può rivendicare di aver conseguito gran parte dei suoi obiettivi e ora l’Occidente, così come l’opposizione stessa, è costretto a sperare nella Russia per una soluzione politica.

Palmira

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Gli Stati Uniti di Barack Obama sono considerati tra i grandi perdenti del conflitto e sono costretti all’irrilevanza nel dossier siriano. Nell’ottica degli obamiani, un sostegno decisivo alla ribellione anti-Assad comportava rischi maggiori rispetto ai benefici perseguiti. La traumatica esperienza irachena e le convinzioni politiche di Obama, secondo cui l’interventismo militare americano non è la panacea per i mali del mondo, anzi è talvolta fonte di ulteriori danni, spiegano perché, pur investendo ingenti risorse a beneficio dei ribelli moderati, gli americani non siano mai voluti andare fino in fondo, consentendo in ultima analisi ad Assad di sopravvivere, anche dopo che quest’ultimo ha fatto uso di armi chimiche. Washington ha valutato come inaccettabile il rischio che l’Isis o al Qaida potessero approfittare di un vuoto di potere a Damasco e della debolezza dell’opposizione siriana. Del resto, nel corso dell’ultimo anno e sotto la guida del segretario di Stato John Kerry, l’Amministrazione è stata impegnata nel tentativo di condurre la Siria, insieme con la Russia, verso una transizione politica negoziata, perseguendo al tempo stesso la lotta contro l’Isis e al Qaida. Il tentativo è fallito a causa della profonda sfiducia reciproca tra l’establishment americano e quello russo e perché, alla fine, Mosca ha preferito massimizzare il proprio investimento militare e imporre le proprie condizioni a un’America priva di leverage. Ma è ancora presto per capire che cosa farà la nuova Amministrazione Trump.

L’Arabia Saudita ha fatto della Siria un campo di battaglia contro l’Iran e, nella caduta di Assad, ha visto la possibilità di ridimensionare l’influenza e il peso regionale dei persiani, cresciuti a dismisura dopo la caduta di Saddam Hussein in Iraq. Per anni l’Arabia Saudita è stata, insieme con il Qatar, la principale fonte di fondi e armamenti per i ribelli, con una preferenza per le formazioni islamiste rispetto a quelle dell’Esercito libero siriano. Al di là della retorica sulla soluzione militare contro Assad, nell’ultimo anno il profilo saudita sul teatro siriano è andato decrescendo in parallelo con l’incancrenirsi del conflitto in Yemen, che è ora la vera priorità strategica per il Regno.

Palmira

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La Turchia di Erdoğan è il Paese delle giravolte in Siria. Dopo aver provato per mesi a indurre al negoziato il suo “amico” Assad, Erdoğan si è schierato con i massimi sostenitori della ribellione, trasformando la Turchia in un attivo partner dei gruppi armati e in una condiscendente area di transito per armi e combattenti stranieri. Il Paese che avrebbe dovuto essere il modello di Islam politico moderato per le rivolte della Primavera araba si è andato trasformando in un ambiguo sostenitore di forze estremiste, nella presumibile convinzione di poterle controllare al fine di far cadere Assad. Così Ankara, più o meno consapevolmente, ha foraggiato il mostro jihadista, che gli si è poi rivoltato contro, facendo della Turchia un target privilegiato del terrorismo dell’Isis. Ad aggravare la posizione di Ankara, è sopraggiunto l’irrigidimento dei rapporti con Mosca, conseguente all’abbattimento di un Sukhoi 24 russo nel novembre 2015, in conseguenza di un presunto sconfinamento dell’aereo. Inoltre, la fine della tregua interna con il Partito indipendentista dei lavoratori curdi (Pkk) e il parallelo rafforzarsi in Siria dei curdi del Pyd (il Partito dell’unione democratica, che è la costola siriana del Pkk turco) hanno scatenato un’ulteriore dinamica che oggi guida le scelte strategiche di Ankara.

A dispetto dell’arroganza della sua leadership, la Turchia si è ritrovata in una posizione di debolezza insostenibile, stretta tra le tensioni sul fronte interno, dovute alla ripresa della guerra contro il Pkk e poi al fallito colpo di Stato dell’estate scorsa, e l’isolamento sul piano esterno, nei confronti di Mosca e di Washington, che è decisa a sostenere i curdo-siriani del Pyd quale strumento anti-Isis. Ankara non ha mai fatto mistero dell’indisponibilità ad accettare una presenza del Pyd lungo la sua frontiera con la Siria, una presenza che considera una minaccia per l’integrità territoriale turca, e ha sempre lamentato l’ipocrisia della comunità internazionale che è pronta ad aiutare il Pyd quale baluardo anti-Isis, benché il Pyd sia assimilabile a un’altra organizzazione terrorista quale il Pkk. Washington e i Paesi europei, peraltro, rigettano l’equivalenza Pyd-Pkk ma, al di là dei distinguo giuridici, è difficile negare i legami tra combattenti curdi in Turchia e Siria. La verità è che per gli occidentali la priorità è sconfiggere l’Isis, mentre per la Turchia la minaccia esistenziale è quella dell’indipendentismo curdo.

Con queste premesse, Ankara ha deciso di riavvicinarsi a Mosca e chiederle ciò che gli americani non volevano darle. Così, a partire dall’estate 2016, i turchi, con la benedizione russa, sono penetrati nel territorio siriano, guidando alcune fazioni armate siriane contro l’Isis e anche contro le forze legate al Pyd curdo, nell’intento di impedire la creazione di una fascia territoriale continua dal Mediterraneo fino al confine iracheno sotto controllo curdo. Come contropartita, Mosca ha chiesto ai turchi di accettare senza intervenire la ripresa di Aleppo-Est da parte del regime e l’abbandono dei progetti di destituzione di Assad.

Homs

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Gli attori decisamente più difficili da decifrare in Siria sono i gruppi armati ribelli: qualcuno continua a utilizzare il generico termine “moderati” mentre altri, all’estremo opposto, tendono a identificare tutti i ribelli con il terrorismo. Per semplicità si possono dividere le fazioni armate in tre categorie: l’Esercito libero di Siria, gli islamisti moderati o salafiti, e i jihadisti transnazionali. A essi vanno aggiunti il Ypg curdo (che è il gruppo armato legato al già citato Pyd) e i suoi alleati. La prima formazione armata che si è sviluppata all’inizio della rivolta, con l’aiuto di vari ufficiali e soldati che avevano defezionato dalle file di Assad, si chiama Esercito libero di Siria. Laico e votato alla costruzione di una democrazia, a dispetto del nome e dei vari tentativi di unificazione, l’Esercito libero di Siria è sempre rimasto un coacervo di gruppi debolmente coordinati e, in genere, militarmente poco incisivi. Le formazioni ribelli islamiste si distinguono in gruppi moderati, che sono legati alla Fratellanza Musulmana e perseguono la creazione di uno Stato con una Costituzione islamica civile, e gruppi salafiti, o islamisti radicali, che sono mossi dalla volontà di stabilire uno Stato islamico con l’applicazione della Sharia, ma si considerano soprattutto nazionalisti siriani (tra le fazioni radicali Ahrar al Sham – ovvero Uomini liberi del Levante – e Jeish al Islam – ovvero Esercito dell’Islam, sono le più importanti). Questi gruppi salafiti (o islamisti radicali) si distinguono dai gruppi jihadisti transnazionali come Jabhat Fatah al Sham (ex Nusra) e Isis, che sono mossi dall’obiettivo di creare un califfato transnazionale e da sentimenti e obiettivi anti-occidentali.

Peraltro, benché siano entrambi derivazioni di al Qaida in Iraq, vi sono sensibili differenze tra Jabhat Fatah al Sham e l’Isis. L’Isis persegue l’immediata creazione di un Califfato e la guerra totale contro tutti quelli che – infedeli, sunniti o sciiti – vi si oppongono. Jabhat Fatah al Sham, invece, persegue un approccio graduale, mirando a farsi accettare dalle comunità locali attraverso la fornitura di servizi sociali, un’applicazione meno rigida della Sharia e la collaborazione con altri gruppi. La sua dirigenza è formata da jihadisti stranieri, ma essa può contare su una maggioranza di combattenti siriani, attirati più che dalla sua ideologia, dalle sue capacità militari e finanziarie. Tutto ciò, insieme alla comune militanza contro il regime di Assad, spiega perché gli altri gruppi islamisti e talvolta anche quelli dell’Esercito libero di Siria si siano prestati a collaborare sul campo con la formazione qaidista.

Le fazioni anti-Assad si sono caratterizzate per un’estrema mobilità, fondendosi, dividendosi e cambiando nomi e alleanze. Inoltre, le differenze tra islamisti moderati e salafiti si sono andate via via diluendo, sia per i comuni interessi militari, sia perché gruppi come Ahrar al Sham e Jeish al Islam, pur con qualche contraddizione interna, hanno abbandonato l’approccio duro e puro dei primi anni, aprendosi al dialogo con la comunità internazionale e accettando il negoziato politico.

Homs

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La collaborazione militare tra molti gruppi anti-Assad e Jabhat Fatah al Sham (ex-Nusra) è stata a lungo un nodo fondamentale da risolvere per l’opposizione. Anche le fazioni ribelli ideologicamente più distanti da al Qaida hanno sempre sostenuto come la loro priorità fosse difendersi da Assad e non lo scontro con i qaidisti di Jabhat Fatah al Sham. Per paura, convinzione o interesse gli altri gruppi armati sono sempre stati riluttanti a “separarsi” da Jabhat Fatah al Sham. Tuttavia, la sconfitta di Aleppo e il riavvicinamento turco-russo hanno innescato un processo che sta ponendo fine a tali ambiguità.

Una categoria a parte dei gruppi armati è costituito dal Ypg, e cioè dalle Unità di protezione popolare legate al Pyd curdo che guidano le Forze democratiche siriane, un’alleanza formata da forze curde ma anche da gruppi arabi, siriaci e rappresentanti di altre comunità etniche. Sin dall’inizio della ribellione anti-Assad, il Pyd-Ypg ha preso il controllo di ampie zone del Nord della Siria. Dopo la vittoria di Kobane (all’inizio del 2015), con l’aiuto americano il Ypg è riuscito a cacciare progressivamente l’Isis da quasi tutta la frontiera siro-turca, dando vita a un’entità autonoma curda (la Rojava o Kurdistan occidentale) che oggi copre quasi un quarto delle aree popolate della Siria. Oltre a far mostra di notevoli capacità militari, il Pyd-Ypg si è distinto per l’approccio opportunistico che lo ha condotto a cooperare con qualunque attore potesse favorirne il progetto politico (la Coalizione a guida americana, ma anche i russi e addirittura il regime di Damasco).

Accanto alle fazioni armate, un altro attore essenziale da comprendere è l’opposizione politica, che ha partecipato alle tre fallimentari sessioni negoziali di Ginevra (2012, 2014 e 2016). L’opposizione ha attraversato diverse fasi. Si è partiti con il Consiglio nazionale siriano, nato a Istanbul nel 2011, per poi creare a fine 2012 una più ampia Coalizione dell’opposizione siriana e arrivare infine a una piattaforma ancora più inclusiva che è stata varata nel 2015 e coinvolge vari partiti e fazioni armate islamiche e dell’Esercito libero di Siria: l’Alto comitato negoziale delle opposizioni siriane (Hnc), sotto la leadership dell’ex premier siriano Riad Hijab. Negli ultimi anni l’opposizione ha compiuto molti sforzi per superare personalismi e divisioni interne e ha finalizzato un progetto politico laico e democratico per il futuro della Siria, imperniato sul presupposto dell’uscita di scena di Assad. Ci sono altre singole personalità politiche e ulteriori gruppi dalla rappresentatività più discutibile (ad esempio la piattaforma del Cairo e quella di Mosca, costituita da “oppositori” vicini al regime) che sono fuori dall’Hnc, ma la risoluzione 2254/2015 del Consiglio di sicurezza Onu attribuisce a quest’ultimo comitato un ruolo privilegiato per i negoziati con il regime.

Homs

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La battaglia di Aleppo ha rappresentato una svolta del conflitto, non soltanto per l’esito favorevole al regime, ma anche perché, al fine di favorire l’evacuazione dei civili, l’esercito russo ha cominciato a negoziare con le fazioni armate avvalendosi della mediazione di Ankara. Ne è scaturita una collaborazione che il 29 dicembre 2016 ha condotto alla firma di una tregua nazionale da parte delle stesse fazioni e del regime, con la Turchia e la Russia come rispettive garanti. La tregua risponde all’interesse immediato di quasi tutte le parti: per le fazioni armate l’obiettivo è il prevenire ulteriori perdite territoriali, per la Turchia il salvaguardare la ribellione dando priorità alla lotta contro l’Isis e i curdi del Pyd-Ypg, per la Russia il riproporsi come peacemaker, avviando anche un disimpegno militare. Il regime e i jihadisti di Jabhat Fatah al Sham (ex-Nusra) sono gli attori meno interessati al successo di una tregua e non hanno nulla da guadagnare da un processo politico.

L’Iran, peraltro, anche tramite Hezbollah, ha attivamente sostenuto il regime di Assad nella prosecuzione della sua campagna militare, ignorando la tregua nelle zone considerate strategiche. È prematuro tuttavia parlare di divergenze strategiche tra Mosca e Teheran. Sebbene i russi puntino a favorire un qualche processo politico, coinvolgendo anche quelle fazioni armate considerate a lungo “terroriste”, è improbabile che Putin abbia una “exit-strategy” definita e che senta la necessità di antagonizzare Assad e Teheran: per il momento si è limitato a “costringerle” a sedersi allo stesso tavolo con le fazioni armate. È accaduto alla conferenza di Astana (23-24 gennaio di quest’anno), durante la quale i russi, i turchi e gli iraniani hanno concordato la creazione di un meccanismo di monitoraggio della tregua. Coinvolgendo l’Iran nella loro iniziativa, russi e turchi cercano di indurre Teheran a collaborare nel tentativo di far cessare il conflitto. L’appuntamento di Astana è stato voluto dai russi anche per stimolare l’evoluzione politica: Mosca ha cominciato a spingere per un processo costituzionale accelerato e ha persino distribuito una bozza di Costituzione alle parti siriane, caratterizzata dal ridimensionamento dei poteri presidenziali a beneficio del Parlamento. Tale approccio non appare esattamente in linea con il processo negoziale di Ginevra sotto l’egida dell’inviato speciale del segretario generale dell’Onu, Staffan de Mistura, che secondo la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza dovrebbe condurre prima a un governo di transizione e poi a una nuova Costituzione e a elezioni nazionali. È previsto che i negoziati di Ginevra riprendano nella seconda metà di febbraio. Ci sono difficoltà oggettive per arrivare a una condivisione del potere tra ribelli e regime in un governo di transizione, tanto più che oggi Assad si sente vincitore. Quindi i negoziatori potrebbero concentrarsi maggiormente sugli aspetti costituzionali.

Quali sono gli scenari possibili in Siria nel breve e medio termine? In uno scenario ideale, russi e turchi, con la sponda degli Stati Uniti, potrebbero riuscire a “congelare” il conflitto anti-Assad, consentendo così alle fazioni armate di dare la priorità alla lotta contro l’Isis (come sta già avvenendo da mesi con la campagna per la liberazione di al Bab, città a nord di Aleppo), e contro i qaidisti di Jabhat Fatah al Sham. La tregua potrebbe trasformarsi in un cessate il fuoco, con l’accantonamento delle truppe, la sospensione dei bombardamenti e l’accesso umanitario alle zone assediate. Questo, in teoria, sarebbe compatibile con la creazione di safe zones per il rientro dei rifugiati siriani (un’ipotesi riproposta a sorpresa da Donald Trump) e rafforzerebbe le chance di un negoziato politico, magari centrato su una riforma costituzionale, in linea con i desiderata russi. Le forze ribelli conserverebbero così un posto al tavolo negoziale e una propria autonomia territoriale, accettando per contro la permanenza di Assad al potere durante un lungo periodo di transizione. Sarebbe di fatto una partizione territoriale temporanea della Siria. Ankara potrebbe rinviare ancora per un po’ la resa dei conti con i curdi del Pyd-Ypg, mentre russi e americani coordinerebbero l’azione militare contro l’Isis.

Homs

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Tale “scenario ideale” appare decisamente troppo ottimista, considerato il contrapporsi di interessi e di priorità differenti tra gli attori del conflitto. In primo luogo, è inverosimile che il regime e gli iraniani accettino di convivere con la cristallizzazione di zone ribelli attorno a Damasco. Inoltre, la Turchia sarà probabilmente tentata dal ridimensionare la presenza curda al proprio confine anche prima della fine della guerra contro l’Isis (basti pensare all’opposizione di Ankara a qualsiasi ruolo curdo nella liberazione di Raqqa). Infine, sarà difficile per le fazioni armate islamiche sostenere un lungo conflitto contro Jabhat Fatah al Sham e nel contempo abbandonare, almeno temporaneamente, l’obiettivo dello spodestamento di Assad. Nel momento in cui scriviamo l’organizzazione qaidista ha attaccato alcune fazioni impegnate nella tregua nell’area tra Idlib e Aleppo. Ciò sta accelerando in tutti i gruppi scelte di campo sul terreno e anche al loro interno. Numerose fazioni si sono dissolte all’interno del gruppo islamico radicale Ahrar al Sham, che è l’unica organizzazione capace di difenderle. Per contro, altri gruppi hanno deciso di seguire Jabhat Fatah al Sham nella creazione di un soggetto più ampio, Hayat Tahir al Sham (Consiglio per la liberazione del Levante). La creazione di questi due fronti sta sconvolgendo le dinamiche della ribellione islamista, ma è improbabile che sfoci in una vittoria netta di uno o dell’altro. La permanenza al potere del “macellaio” Assad, insieme alla presenza sul terreno di “invasori” iraniani e milizie sciite, costituiscono in Siria solidi moventi per il radicalismo sunnita che difficilmente potrà esser sradicato con le armi e senza una transizione politica.

Forse uno scenario più realistico, nel breve-medio periodo, è quello di una specie di irachizzazione del conflitto siriano, ovvero una trasformazione in conflitto permanente a bassa intensità. Assad resterebbe al potere al servizio degli interessi iraniani, mentre la Turchia si assicurerebbe una perdurante influenza nel Paese attraverso il controllo del territorio sottratto all’Isis e, eventualmente, al Pyd-Ypg. La Russia baderebbe a minimizzare i costi del proprio coinvolgimento in Siria, preservando gli obiettivi già raggiunti. Russi e americani potrebbero abbandonare i curdi del Pyd, una volta che questi non servissero più in funzione anti-Isis. E non si può escludere che, sotto la pressione militare di vari attori siriani e internazionali, L’Isis e al Qaida (ovvero Jabhat Fatah al Sham) sotterrino l’ascia di guerra e ricomincino a collaborare. Ciò segnerebbe una svolta drammatica non soltanto nel conflitto siriano, ma nella lotta al terrorismo, dato il potenziale militare delle due organizzazioni.

Grande incertezza aleggia infine sulle future mosse dell’Amministrazione Trump che si troverà presto a confrontarsi con potenziali contraddizioni tra le sue priorità strategiche. Sarà problematico cooperare in Siria con la Russia in funzione anti-Isis e, nel contempo, rintuzzare gli interessi strategici iraniani. Così come potrebbe esser difficile sconfiggere il radicalismo sunnita in Siria, finché non si realizza una soluzione politica inclusiva che tenga conto delle esigenze della popolazione sunnita rurale e ponga fine al dominio della cricca di Assad nel Paese.

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