Explicit / Idee

La scimmia nuda balla

14.02.2017

Con “Occidentali's karma” Francesco Gabbani ha vinto il festival di Sanremo 2017

LaPresse

La canzone che ha vinto Sanremo, “Occidentali's karma”, è piena di citazioni. Da Desmond Morris a Marilyn Monroe: è un distillato di riferimenti incomprensibile per i nostri tredicenni. Per fortuna la cultura pop ha cominciato a entrare nei libri di scuola. E allora mercoledì prossimo verifica su Fantozzi

Ogni volta che ho una classe nuova, a settembre, faccio un test. Prendo cento nomi che secondo me conoscono tutti (Napoleone, Charlie Brown, Paul McCartney) e chiedo ai ragazzi di scriverci accanto la professione o la ragione per cui costoro sono, o sono stati, famosi. Niente, al massimo mi restituiscono fogli con metà delle soluzioni.

Sabato sera, a Sanremo, ha vinto una canzone con tante citazioni, io ho trovato queste: Immanuel Kant, William Shakespeare, Eraclito di Efeso, Karl Marx, Desmond Morris, Marilyn Monroe, Gene Kelly, Stanley Kubrick, forse anche Charles Darwin, e nel balletto ci poteva essere qualche mossa alla Cochi e Renato, di tutto.
Un po’ si capiva che avrebbe vinto perché già di mattina, a lezione, la canticchiava mezza classe, perciò a ultima ora abbiamo cercato il testo su internet e l’abbiamo letto. Nessuno dei miei studenti ci aveva capito una parola. Com’è possibile? mi sono chiesto, c’entra qualcosa la lista dei cento nomi? Poi però ho pensato che comunque noi siamo una terza media, non è che possiamo metterci a studiare la scuola di Mileto o approfondire il concetto di Urteilskraft, quindi più che altro ci siamo rivisti bene tutte le mosse dello scimmione e abbiamo imparato la coreografia, che poi era la parte che era piaciuta di più sia a me che a loro.

Fabio Rovazzi, uno youtuber molto popolare già da qualche anno tra i miei studenti, nel suo pezzo più famoso, quello che poi lo ha fatto conoscere anche agli adulti, a un certo punto dello scorso autunno se n’è uscito con un pezzo che dice: «Faccio cose, vedo gente». Io ho vissuto questa cosa con sollievo: ah, certo, Ecce bombo, pure questi giovinastri, alla fine, continuano ad abbeverarsi alle mie stesse fonti. Poi leggo un’intervista, un giornalista che doveva essersi sentito rincuorato tanto quanto me domanda a Rovazzi: ma com’è che citi Moretti? Chi? gli risponde lui. Non lo sapeva che si trattava di un film, spiega. Però usi quella frase, insiste il giornalista. Sì, sì, è una cosa che sento dire da sempre, dichiara Rovazzi, mi ridici chi era il regista?

A ricreazione, o all’uscita, mentre i maschi si spintonano tra loro e le femmine camminano abbracciate a gruppi di dieci, li spio: che si dicono questi tredicenni, quando sono da soli e ridono così di gusto? Pure io voglio ridere, mi piazzo su una finestra che è una specie di orecchio di Dionisio, rimango per minuti interi nella posizione del doberman, le cartilagini mi diventano a punta. Citano frasi prese di peso dal primo Fantozzi («Prendo la vecchia!») ma non sanno che vengono dal primo Fantozzi. Allora com’è che la conoscono? Com’è che Rovazzi conosce il tormentone «faccio cose, vedo gente»? Lo sente dire agli altri. Gli altri chi? Rovazzi dice che al cinema non ci va, la tv non la guarda, quindi l’ha sentito dire da altri youtuber famosi quanto lui, immagino. Che a loro volta da qualcuno devono averlo sentito dire per forza. Da chi? Da quelli più grandi di loro, forse, cioè noi, che quando lo diciamo non vediamo più motivo di citare la fonte, la diamo per scontata, perché per noi è una cosa ovvia: è un modo di dire, che però arriva da un film, da una canzone, da un fumetto che abbiamo visto, ascoltato, letto.

Invece per gli studenti, per Rovazzi, no, per loro è un’espressione idiomatica, un proverbio, una frase fatta: se gli dici che viene da Moretti si spaventano, ripensano al loro professore di lettere delle medie che gli rifilava questionari con cento nomi e loro non ne conoscevano nemmeno uno.

Paolo Villaggio in “Fantozzi contro tutti” (regia di Paolo Villaggio e Neri Prenti, 1980)

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La canzone che ha vinto Sanremo funziona più o meno nello stesso modo: cita di tutto, e così acchiappa me, mi trova compiaciuto, in pratica solletica la mia peggiore cretinaggine, quella che vuole convincermi di essere intelligente o di sapere le cose. I ragazzi invece sono immuni a questo tipo di richiamo: ascoltano la canzone, la trovano orecchiabile, si divertono, gli piace. Non subiscono il fascino della citazione, si fermano prima: il che li rende più puri da una parte e meno consapevoli dall’altra.

Metà degli anni Ottanta, Umberto Eco con queste cose ci si divertiva, gli piacevano, ne aveva scritto parecchio, cose anche un po’ difficili, Lector in fabula, Apocalittici e integrati, però anche cose che negli anni Novanta, ai tempi dell’università, potevo leggere pure io: articoli di giornale, per esempio, a un certo punto ne raccoglie un po’, finiscono in Sugli specchi, uno ancora me lo ricordo, parlava di Indiana Jones e il tempio maledetto (1984). Diceva: c’è questa scena del secondo Indiana Jones in cui uno spettatore ride di più e un altro spettatore ride di meno. La scena è quella di un guerriero, una specie di ninja, mi pare, comunque un esperto nelle arti marziali o nel maneggiare la scimitarra, che davanti a Indiana Jones mima una serie di mosse e si produce in una serie di urla belluine: vuole impressionare Harrison Ford e incutergli timore. Indiana Jones invece non si scompone, anzi un poco si annoia: mette mano alla fondina, tira fuori la pistola e con molta nonchalance va per sparargli e toglierselo dalle scatole. Invece la pistola si inceppa. Clic. Risate in sala: Indiana Jones si credeva furbo e invece adesso la spocchia gli è finita, deve vedersela col ninja, senza pistola. Si gira, scappa, la scena è divertente. Però nel primo episodio di Indiana Jones c’erta stata una scena molto simile: arabo con la scimitarra, esibizione di destrezza nel maneggiarla, Indiana Jones aveva tirato fuori la pistola e gli aveva sparato. Ciao. Fine. Chi aveva visto il primo Indiana Jones aveva riso molto a vedere uno che si produceva in mille segnali intimidatori e un altro che non si lasciava minimamente impressionare, tirava fuori la pistola e gli sparava come a una mosca ronzante. Chi invece ha visto solo il secondo, dice Umberto Eco, ride lo stesso, però ride un po’ di meno. Questa è l’enciclopedia del lettore: più ne sai, più ti diverti.

I ragazzi che non riconoscono le citazioni pop di Rovazzi o di Gabbani si divertono un po’ di meno, va bene, è l’enciclopedia del lettore, pazienza. Ma l’enciclopedia dello scrittore, invece? Rovazzi o Gabbani non usano citazioni vere e proprie, o almeno non le usano in quanto citazioni, ma in quanto citazioni divenute proverbiali, vox populi di origine irrintracciabile: oppio dei popoli, panta rei, due gocce di chanel n. 5, cantando sotto la pioggia, per uno come me, per la mia generazione, sono un misto di reminiscenze scolastiche (l’istruzione di massa alla fine è sempre cultura pop) e citazioni pop, mi richiamano cioè una specie di “cultura generale”, fenomeni di costume condivisi su larga scala, popolari tra i miei coetanei e tra quelli più grandi me. Ma non tra i miei studenti tredicenni, non più.

Perché? Com’è potuto succedere? Quando è successo? Mentre me lo domando mi sento di colpo così stanco e debole che vorrei camminare poggiandomi su un bastone fino alla prima panchina libera di questo mio viale del tramonto, sedermici e abbandonarmi alla malinconia.

Francesco Gabbani canta “Occidentali's karma” al festival di Sanremo

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Mio padre e mia madre avevano i poster di Linus in cameretta, poi li hanno regalati a me, mi hanno trasmesso un immaginario, va bene, ma mio nonno? Abitavamo insieme. Ogni tanto entrava in camera mia, mi trovava col walkman della Sony in testa, mi batteva sulla spalla e mi diceva: fammi sentire. Io gli passavo le cuffiette, lui se le toglieva dopo dieci secondi e usciva schifato dalla stanza, poi tornava con un 33 giri in mano, me lo metteva sulla scrivania, ma sentiti Un ballo in maschera, mi diceva, sentiti la Manon Lescaut. Con mio nonno non condividevo né immaginario, né cultura generale, infatti mi rifilava di continuo dei questionari sull’opera: O mio babbino caro, in che opera è? Ne azzeccavo sì e no la metà. «Io sono mio nonno», dico a me stesso con la voce di Darth Vader, seduto sulla panchina. Gli studenti sono i miei nipoti? Non lo so, ci vorrebbe Umberto Eco, un altro saggio sull’enciclopedia degli youtuber, io da solo non ci posso arrivare, però il tramonto è magnifico, c’è questa luce di fine febbraio che anche alle sei meno un quarto ancora ti consente di leggere.

Apro il libro di antologia, già che ci sono preparo la lezione per domani, penso, quanto mi piace sfogliarlo, è un testo scolastico che sembra scritto apposta per me: ci hanno messo dentro Bob Dylan, Enrico Brizzi, John Lennon, J.D. Salinger, qualche striscia dei Peanuts e di Lupo Alberto, man mano che scorro l’indice ritrovo me stesso, le cose con cui sono cresciuto, che bello, l’avrà scritto uno della mia età? Per la lezione di domani scelgo un brano preso dal primo Fantozzi di Paolo Villaggio. Prendo la vecchia! urlo da solo sulla panchina, aahahaha, ma che ci fa su un libro scolastico? Ai miei studenti piacerà ancora dirlo quando scopriranno che glielo sto assegnando in lettura per mercoledì prossimo, insieme a tutte le attività di pagina 124?

La cultura pop, quando è sorta, ha reclamato i suoi giusti diritti, voleva essere riconosciuta come pari in dignità alla cultura alta. Sacrosanto, ci mancherebbe. Ora però è un bel pezzo che è stata canonizzata, pure gli apocalittici di Eco le hanno riconosciuto parità, quindi adesso la cultura pop oltre ai suoi diritti si becca pure i suoi doveri: finisce dentro ai libri delle medie e diventa una specie di materia scolastica. Le parole sono importanti, tu, secondo banco, avanti, chi l’ha detto? Prof mi dispiace ma non me lo ricordo bene: Montale? Vai a posto, quattro.

Forse allora le citazioni pop sono di fronte a un ultimatum, per sopravvivere devono ridiventare sceme, si devono dissolvere nell’uso comune, diluirsi nell’indistinto, scegliete: preferite morire o convertirvi in frasi irriconoscibili messe là a farcire una canzone? Ecco brave, allora forza, circolare: panta rei, sciogliersi. Per mercoledì preparo un questionario sui personaggi minori del primo e anche del secondo tragico Fantozzi: vediamo quanti nomi riconoscono.

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