Da giovane il leader radicale aveva deciso di farla finita e invece era appena iniziata la vicenda di un uomo larger than life. Così inizia il suo ritratto, scritto da Giovanni Negri per Feltrinelli

Marco Pannella era nato due volte, lo realizzai solo dopo molti anni che lo conoscevo e lo frequentavo, quando mi mostrò delle strane cicatrici alle vene dei polsi. «Un giorno mi dissi che alla vita non potevo dare più nulla, che non ero più necessario». Invece quel giorno rinacque, fu da quel giorno che così tante volte lo avrebbe ripetuto: «Amo troppo la vita per avere paura della morte». E fu forse quel giorno che per la prima volta il mondo vide apparire all’orizzonte lo strano personaggio che poi l’avrebbe attraversato in lungo e in largo «con un canestro di parole nuove a calpestare nuove aiuole», come di lui cantava chi gli voleva bene e lo volle effigiare così in musica. Però il signor Hood, che era un galantuomo, quella volta fu salvato per miracolo. Chi lo fece mi sussurrò di essere arrivato appena un attimo prima, di avere aperto la piccola stanza di un albergo della riviera adriatica e aver potuto scorgere solo quello: un mare di sangue, versato dalle vene recise dalla lametta di un rasoio. Ma la vita, il Signore o quella che per lui era la Provvidenza Laica, avevano deciso altrimenti. Il ragazzo Marco Pannella, alto, robusto, «così bello che donne e uomini quando passava si giravano per strada, quasi attratti dal suo sguardo magnetico e dal suo sorriso», il ragazzo che non ancora trentenne in quell’albergo ci era finito con dentro la decisione di finirla per sempre, avrebbe restituito al mondo e alla vita ancora qualcosa. Intanto le scarpe, perché un fazzoletto di mesi dopo anche questo riuscì a essere: operaio in una fabbrica di scarpe in Belgio, vicino Liegi, e poi artigiano di parole a Parigi, non come politico bensì come giornalista, prima senza fissa dimora poi per quel Giorno di Mattei che all’indipendenza algerina faceva l’occhiolino, uno sberleffo alle Sette Sorelle e al potere vero, quello dell’energia e della finanza. Un establishment che non ama l’idea di un’Italia energicamente indipendente, protagonista nel Mediterraneo, e che a Mattei non perdona nulla: troppo influente su una classe politica tutta a libro paga dell’Eni (senza eccezione alcuna), troppo proiettato sullo scenario mediterraneo e internazionale, sino al tragico, provvidenziale schianto del suo piccolo aereo a Bascapè.

LAPRESSE

Ecco, io quelle cicatrici ai polsi le scoprii molto tempo dopo. Lui non ne aveva mai voluto parlare prima, non amava parlarne troppo. Quando lo fece, una sola volta, mi tappai le orecchie. Quell’episodio, quella verità scuotevano il mito idealizzato e perfetto, restituivano carne e sangue, morte e vita reale allo strano personaggio conosciuto nei primi mesi del 1975 a Torino. Non lo accettavo. Io ero figlio di genitori separati, non avevo ancora diciotto anni e dai miei dodici quello stato di impresentabilità mi era pesato dentro e addosso. Mi avevano infilato, i miei genitori, al Collegio San Giuseppe di Torino. Avevo le lenzuola numero 49, il cuscino 49 e l’asciugamano 49. Torinese, io non sapevo cosa dire agli altri interni, non volevo spiegare perché stavo in collegio e se proprio dovevo mentivo: «I miei sono malati». Perciò quando fu approvata la legge sul divorzio volli uscire da quel collegio e correre a casa a testa alta perché non dovevo più vergognarmi, né nascondere nulla. Finalmente gridavo al mondo che anche i miei erano stati ammessi, accettati, che non erano più dei fuorilegge del matrimonio. E fu lì, nel salone di casa a Torino, che tutto iniziò quando vidi un tizio in tv. Non era Pannella, era Fanfani. E diceva : «È in nome dei figli dei genitori separati che vi chiedo di cancellare la legge sul divorzio. Pensate al loro dolore, a quanto hanno sofferto, alla loro vergogna: abrogare il divorzio è un atto di civiltà». Fu quello l’attimo nel quale il dolore di un adolescente si fece volontà, e la rabbia diventò rappresaglia civile. Il referendum fu vinto, io piansi di gioia e con quell’emozione dentro – a casa, in cucina – scartai finalmente il pacco di giornali spediti da Roma almeno una settimana prima, con l’ordine categorico di non aprirlo sino alla chiusura delle urne. Quando lo feci, rimasi a bocca aperta. Il giornale si chiamava Liberazione, e a caratteri cubitali aveva questo titolo : «Il No ha vinto». Profumavano ancora di inchiostro, quei quattro fogli tirati da una tipografia scalcinata che lui, Marco, aveva fatto lavorare di gran lena scommettendo tutto sull’esito di una battaglia che se perduta avrebbe rappresentato la sua fine politica, e scommettendo sui quattro soldi che la vendita del giornale avrebbe garantito al partito. Uscimmo storditi nella notte tiepida di quel maggio, ci fu una festa della vittoria in pieno centro, e noi vendevamo una copia dietro l’altra ai tanti pazzi di gioia. «Come avete fatto in fretta a stampare!», ci dicevano quella notte allungandoci un po’ di lire, e noi ridevamo soltanto. L’Italia clericale andava in soffitta, presto sarebbe arrivato il nuovo diritto di famiglia, e poi il voto ai diciottenni, e poi le prime barricate contro il monopolio Rai sfidato dalla tv svizzera e dalle emittenti doveva faceva capolino un giovane Enzo Tortora, la parola “laico” non era più una bestemmia e le battaglie laiche erano la primavera italiana. Ma fu solo pochi mesi dopo, quando i padri del divorzio Fortuna, Baslini e Pannella furono invitati a un dibattito da La Stampa per parlare di diritti civili, di nuove libertà, di un Paese che le colonne di quel giornale raccontarono come «l’Italia entra in Europa», che emozionato mi avvicinai a quegli uomini per stringere loro le mani. «Sono un figlio di divorziati, volevo ringraziarvi». Lui, il più alto di tutti, mi guardò un po’ strano, sorrise, poi mi diede la mano. Il polso e i suoi segni non li notai allora, né mai li avrei notati se un giorno non me li avesse raccontati nonostante il mio rifiuto di ascoltare, né sarei qui a scriverne così come mai ne ho scritto né detto. Se lo faccio adesso, molti anni dopo, non è per compilare alcuna biografia ufficiale di Marco Pannella, cosa che mai mi sognerei di fare. Come per ogni anima grande, cento sono le biografie, le chiavi di lettura, i punti di vista possibili, e qui io voglio solo raccontare come io lo vidi e come fu la mia, la nostra esistenza di radicali con Pannella per un lungo tratto di strada, in una corsa a perdifiato che cambiò l’Italia, la trasformò, ne segnò indelebilmente la politica e la vita civile. Raccontare come il sangue di quel ragazzo, disperso sul marmo di una pensione romagnola, sia poi divenuto sangue di passione civile, nutrimento di un’Italia che alla fine lo ha ammirato senza averlo mai pienamente capito, lui il protestante in terra di Controriforma, il borghese mai rinnegato, il liberale di formazione e il nonviolento per convinzione. E raccontare come, secondo me e con le mie personalissime idee, la storia di un partito che ha dato tanto all’Italia – nel suo percorso terso, complicato, a tratti drammatico – possa essere oggi attuale non per un’eredità, per un patrimonio, per dei voti, per un potere che semplicemente non esistono, ma per ciò che ora è necessario seminare. Per questo ho deciso di scrivere. Perché il ricordare possa essere semina. Perché il ricordare serva a raccontare il futuro, a costruirlo.

Giovanni Negri
L’illuminato. Vita e morte di Marco Pannella e dei Radicali
Feltrinelli 2016
198 pagine, 16 euro

Chiudi