I robot riducono i posti di lavoro e alimentano il populismo, ma come si fa a rinunciare all’innovazione?

Uno spettro si aggira per l’Europa e l’America: il populismo. Sotto questa etichetta si nascondono tante facce, da quella di capitalista caricaturale in una vignetta stile Pravda anni 30 di Donald Trump a quella nostalgica dei sostenitori della Brexit, al protobolscevismo egualitarista dei grillini al liberalismo razzista di Alternative für Deutschland, e solo lo snobismo dei liberal risparmia la stessa etichetta alle molteplici sinistre utopiste e conservatrici. Questo nuovo fenomeno, che sta contagiando come una febbre esotica le democrazie occidentali, viene imputato ai media, social e no, alla crisi che ha portato alla lumpenizzazione del ceto medio, al crollo dei valori, alla globalizzazione, ai cinesi, alle multinazionali, agli hacker russi, alla finanza globale e al vecchio ma sempre valido complotto giudaico-massonico. L’orologio della modernizzazione sta girando a ritroso con una velocità spaventosa, e presto il caotico mondo liquido potrebbe tornare solido, con le frontiere chiuse, i trattati di commercio libero aboliti, i muri eretti e i cittadini ricollocati nelle loro caselle etniche, sociali e familiari, senza possibilità di sconfinare. Milioni di appartenenti a quella che da molti veniva considerata la suprema evoluzione dell’Homo erectus, il borghese occidentale, individualista, liberale e razionale, sembra in preda a un impazzimento, sfoderando istinti, fobie e superstizioni che sembravano estinti come il vaiolo. Gli storici del futuro troveranno un nome, e una causa, a questi tempi surreali. Sarà uno dei pochi mestieri che sopravviverà, quello dello storico, e rimarrà probabilmente incerto e discutibile, e a volte pericoloso, come lo è sempre stato. Il resto è destinato a cambiare.

Secondo un rapporto della McKinsey uscito qualche mese fa, il 51 per cento delle attività lavorative svolte negli Stati Uniti potrebbe venire delegato alle macchine, dai computer ai robot, con un adattamento delle tecnologie già inventate e collaudate. E un’indagine della società internazionale Manpower Group sostiene che il 67 per cento dei lavori svolti dalla Generazione Z, i nati dalla fine degli anni 90, non esiste ancora, non ha un nome, non è stato nemmeno inventato. Il fenomeno del “populismo” è racchiuso in questi due numeri. Stiamo vivendo uno dei più grandi sconvolgimenti della nostra storia, paragonabile a quello della rivoluzione industriale. In alcuni settori l’effetto è quello di una bomba atomica: il 78 per cento dei «lavori fisici con operazioni prevedibili» può essere sostituito dalle macchine. Sono i famigerati «maschi poco istruiti che svolgono lavori manuali», gli elettori più convinti di Trump, i portatori del ceppo più forte e puro del germe populista. Non vengono sostituiti dai cinesi, ma dalle macchine, e la robotizzazione sta già mietendo vittime umane anche negli opifici dell’Asia. Dietro di loro nella lista della liquidazione ci sono le mansioni di raccolta e processo dei dati, 64-69 per cento: contabili, receptionist, impiegati di tutte le razze, pubblici e privati, back office, segreterie e sportelli bancari. Non più proletari, ma colletti bianchi, persone che si vestono bene per andare in ufficio, dipendenti qualificati e disciplinati che una volta erano mariti da afferrare al volo e oggi sono appetibili quanto un cd con il Windows 95. Cioè, il ceto medio, i figli e nipoti dei contadini inurbati, il grande successo della società di massa del Novecento, cittadini modello, consumatori felici ed elettori civili, il «tipo bianco di mezz’età che da fuori può sembrare privilegiato, ma vede il suo mondo sconvolto dai cambiamenti economici, culturali e tecnologici», come lo ha definito nel discorso d’addio Barack Obama.

Secondo le stime del rapporto sull’automazione e l’intelligenza artificiale prodotto in due puntate negli ultimi mesi della Casa Bianca di Obama (e prontamente spostato negli archivi dai webmaster di Trump), dal 9 al 47 per cento dei lavori che conosciamo oggi è destinato a sparire, e ai figli della Generazione Z il mestiere del cassiere suonerà misterioso ed esotico quanto quello della balia, della merlettaia o dello spazzacamini. E questo senza contare i lavori già spariti. Chi si ricorda l’ultima volta in cui è andato in un’agenzia di viaggi a prenotare un aereo? O a prelevare dei contanti in banca? O a consultare un testo in una biblioteca? La Generazione X si ricorda ancora le dattilografe, i tipografi e i noleggiatori di videocassette, i loro figli non sapranno forse nemmeno chi erano i conducenti di taxi. Nel 1768, o forse nel 1779, il tessitore di calze Ned Ludd venne frustato per indolenza, o forse insultato da alcuni ragazzi del suo paesino nei pressi di Leicester, e per rabbia spaccò i telai meccanici sui quali lavorava. La storia non è chiara, e ci sono ragionevoli dubbi che Ludd in realtà non sia mai esistito, ma nei primi dell’Ottocento centinaia di tessitori inglesi distrussero telai e assaltarono manifatture in suo nome. I luddisti, circondati da simpatie dei liberal dell’epoca come Lord Byron, misero a ferro e fuoco metà dell’Inghilterra, ma oggi sono ricordati soltanto dagli esperti delle lotte operaie, che sottolineano come non furono retrogradi ostili al progresso, ma soltanto difensori dei diritti degli artigiani qualificati minacciati dall’avvento della produzione su larga scala, che utilizzava macchinari operati da lavoratori a bassa qualificazione (e costo), una sorta di sindacalisti ante litteram.

Vincent Fournier, “Reem B #5 [Pal], Barcelona, Spain” da: The Man Machine, 2010

I loro trisnipoti che votano per la Brexit non hanno più come concorrenti altri umani, un ceto emergente nel quale eventualmente farsi cooptare, ma le macchine, e il rapporto Accenture Technology Vision 2017 promette un futuro radioso della produttività aumentata fino al 40 per cento entro il 2035, con conseguente raddoppio dei tassi di crescita dei Paesi sviluppati. Dimenticandosi di aggiungere che questo miracolo economico verrà raggiunto essenzialmente grazie al taglio dei dipendenti umani. Un cambiamento che va ben oltre il «chi sale e chi scende» di un avvicendamento tecnologico. Gli ottimisti dell’automazione sostengono che il mercato assorbirà e ricollocherà tutti, producendo ricchezza e benefici. Il precedente cambiamento, da contadini a operai urbani, che ha chiuso tutta la storia precedente dell’umanità dove il lavoro e il benessere si basavano sulla lavorazione della terra, ha prodotto due guerre mondiali, una manciata di autoritarismi di vario grado di micidialità (che al momento della nascita venivano descritti in maniera molto simile ai populismi odierni), una buona letteratura e uno shock identitario non ancora assorbito. Nonostante questo, sembrava una storia di successo, anche perché è stata raccontata dai sopravvissuti: le ragazze di campagna divorate dalla metropoli e i neo-operai affogati nel gin non hanno lasciato memorie scritte. Da questo mattatoio emerse la società più ricca e libera della storia, dove chiunque – a patto che avesse un minimo di competenze, come scrivere, leggere e far di conto, una ragionevole puntualità e il rispetto per le regole – poteva godere degli stessi diritti e sicurezze dell’élite, essere libero di perseguire la felicità e, entro certi limiti, di decidere in che cosa consistesse. Un mondo finito ancora prima di consolidarsi.

I giganti della tecnologia, Facebook, Google, Apple, impiegano poche decine di migliaia di persone pur avendo un’utenza plurimiliardaria. L’unica parziale eccezione è Amazon, che però mostra meglio di qualunque altro modello il cambiamento qualitativo e non solo quantitativo della forza lavoro. La disintermediazione, di cui abbiamo beneficiato tutti come consumatori, ha nello stesso tempo cambiato la natura del tessuto sociale, sostituendo milioni di piccoli e medi negozianti – convinti sostenitori della proprietà privata e della stabilità sociale – con una manciata di geni del software, magari indiani di stanza alle Hawaii, qualche migliaio di esperti di marketing, big data e logistica, e un esercito di magazzinieri e corrieri peruviani e cingalesi che si ammazzano di lavoro in attesa di venire sostituiti dai droni. Secondo la McKinsey, i lavori meno a rischio sono quelli creativi e dirigenziali, oppure che richiedono grande preparazione e conoscenza, in primo luogo esperti di tecnologia, insegnanti e medici (ma sono già in sperimentazione terminal infermieristici che misurano i parametri e somministrano farmaci). E quelli meno qualificati ma che richiedono contatti umani e conseguente capacità di adattamento alle situazioni: camerieri, badanti, dog sitter, commessi, tutte occupazioni precarie per la loro stessa natura. Una distopia nietzschiana, con un’élite di cervelloni e una massa di schiavi privi di sicurezze, con in mezzo poco o nulla. La democrazia di massa era stata inventata da e per il ceto medio. La rivoluzione tecnologica dei computer è la prima che invece di produrre posti di lavoro li sta riducendo, e il report della Casa Bianca propone come rimedio al dramma dell’automazione, oltre a cospicue misure di riqualificazione e sostegno dei lavoratori “rottamati”, una rivoluzione scolastica senza precedenti, che cerchi di addestrare al pensiero critico, alla creatività, all’intelligenza e alla flessibilità. Cioè il contrario della scuola tradizionale, tutta regole, certezze e disciplina, usciti dalla quale una volta i ragazzi senza troppe ambizioni o talenti potevano comunque trovare un lavoro ragionevolmente retribuito, che gli permetteva di mettere su famiglia.

Chi ha fatto il bravo tutta la vita ora scopre che non basta, e la spaccatura tra “vecchi” ordinati, conformisti e inquadrati e i “giovani” globalizzati, flessibilizzati e multidisciplinari è già apparsa nei voti che hanno inaugurato la nuova era: l’elezione di Trump, la Brexit, e in Italia l’avvento dei 5 stelle nel 2013. Il populismo è l’esodo dei mammut dall’era glaciale, una disperata ricerca dell’habitat perduto per sempre. La storia conosce cadute fragorose di ordini sociali e culturali avanzati sostituiti da secoli di decadenza. Ma nessuno finora è riuscito a fermare il progresso tecnologico, e nessuna delle vittime della tecnologia è pronta a rinunciare al telefonino. I nuovi luddisti preferiscono prendersela con i messicani e i cinesi, che probabilmente finiranno vittime dell’automazione senza nemmeno godersi il mezzo secolo di benessere diffuso dell’Europa e dell’America, e i loro leader politici prescrivono ricette attuali quanto il marketing di candele di cera nell’era della lampadina elettrica.

HELLO, ROBOT.

 

Design between Human and Machine
Fino al 14 maggio il Vitra Design Museum di Weil am Rhein (Germania) ospita una mostra sul nostro rapporto con i robot. Comprende 200 pezzi, tra oggetti di design e opere d’arte, ed è organizzata in collaborazione con il Design Museum Gent e il Mak di Vienna. Successivamente farà parte della Biennale di Vienna 2017: “Robots. Work. Our Future”. Il catalogo, con in copertina “Robot Morph” di Christoph Niemann, è stato impaginato usando un algoritmo.
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