Ron Gorchov a New York, Michael Rey a Bruxelles, Cinéma mon amour ad Aarau

Ron Gorchov, “Salammbo”, 2016

Ron Gorchov, “Arcturus”, 2016

1 — Ron Gorchov

Fino al 25 marzo 2017. Cheim & Read, New York

Ron Gorchov, nato a Chicago nel 1930. Oltre che pittore, è stato a lungo bagnino, cominciando a lavorare a quindici anni, quando i ragazzi più grandi partivano per la guerra. Nei Sessanta, in giocosa opposizione ai rigidi dettami dell’onnivociante critico Greenberg, cominciò a utilizzare telai a forma di sella: concavi al centro, convessi ai lati e dagli spigoli smussati. Spandendo sulle tele un leggero e diluito strato di colore, Gorchov rincorre il tentativo di applicare meno pittura possibile. È artista lieve e sognante, spesso titola i quadri con frasi e parole estrapolate dalla filosofia greca e dai testi sacri. La cangiante coppia di forme che ripete su ogni tela sembra incarnare di volta in volta l’idea di rendez-vous, e poi di occhi, piedi, polmoni, fratelli, dualismo dei mondi. Nella maggior parte dei casi le pennellate di Gorchov seguono un moto ascensionale, zenitale, mistico, al contempo virulente – nei modi dell’Espressionismo Astratto – e assorte, ma in superficie, in un Color Field traslucido.

cheimread.com

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Michael Rey, “BZA (Hootzamp)”, 2016

2 — Michael Rey

Fino al 24 marzo 2017. Office Baroque, Bruxelles

Michael Rey, nato a Sarasota, Florida, nel 1979. Non inganni l’accoppiata con Gorchov all’interno di questa rubrica, i due artisti occupano luoghi molto diversi. Rey lavora pannelli lignei disegnati, sagomati dall’esperta mano e ricoperti di plastilina dipinta a olio, opere che abitano l’immanente: «Siamo oggetti» – sembrano ribadire. Premurandosi che i pannelli non presentino mai ammicchi antropomorfi – ovvero che non vi possa scorgere occhietti, bocche, denti – l’artista crea sagome che mettono duramente alla prova la percezione gestaltica dello spettatore, smascherandone i vizi visivi. Si prenda una delle sue figure circolari o ovoidali sfocianti in lunghe punte che già, del tutto viziosamente, chiamerei aculei… avendo io l’orrida inclinazione di dare sempre una prima lettura burlesca alle cose, di fronte a uno di questi pannelli sorrido vedendovi la testa di uno scarabeo intontito o un asso di picche sottopeso. Giammai! Di fatto la forma è tragica, di fatto la forma non è comica né tragica, di fatto la forma ha un corpo materico importante, ed è fortemente un oggetto.

officebaroque.com

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Urs Lüthi, “The End”, autoritratto da “Serie der reinen Hingabe”, 1987/8

Daniela Keiser, “set”, 2006

Thomas Galler, “Old Man River - The Compensation Portraits”, (“Heath Ledger Collection”), 2009

3 — Cinéma mon amour

Fino al 22 aprile 2017. Aargauer Kunsthaus, Aarau, Svizzera

L’Aargauer Kunsthaus dedica questa sofisticata mostra collettiva all’uso e alla presenza del cinema nell’arte; lo fa in collaborazione con il festival cinematografico Solothurn che invece ribalta l’omaggio, indagando la rappresentazione dell’opera d’arte nel cinema. L’industria, il linguaggio, lo star system, ma anche poster e memorabilia: ogni aspetto della macchina cinema è riformulato nelle visioni dei molti artisti invitati. Tra le opere più recenti, The Secret Agent di Stan Douglas, un film che si ripete in loop, esposto in più schermi a inizio 2016 presso Victoria Miro Gallery. Ispirandosi alla trama dell’omonimo romanzo di Conrad, Douglas ambienta la storia di spionaggio e complotto nel Portogallo dei garofani. Uno schermo sembra raccontare il romanzo, l’altro ricostruire i fatti nel mentre un terzo schermo si paralizza sul dettaglio, e il quarto mostra il dittatore. Poi tutto si spegne, il quinto schermo s’accende e mostra il pubblico, il primo schermo la città, così per 53 minuti e 35 secondi di narrazione diacronica e polifonica. Questa e le altre opere in mostra sembrano essere legate dall’idea che analizzare il cinema equivalga a smantellarne il linguaggio per poi assemblarlo nuovamente in maniera disorganica e dunque più limpida.

aargauerkunsthaus.ch
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