Magazine / Prologo

L’era del cinghiale bianco

IL 89 17.02.2017

Jonathan Horowitz, “Does she have a good body? No. Does she have a fat ass? Absolutely”, 2016. C-print su cartone riciclato Hexacomb, 127 x 86,4 cm. © the artist, courtesy Sadie Coles HQ, London

La competenza è finita, l’ignoranza wiki trionfa, la sinistra liberale ha perso. Ma abbiamo ancora una speranza: Macron

È tornato il proporzionale, Trump governa da cialtrone in chief, Putin legalizza le percosse matrimoniali, l’idolo del cretino di sinistra e dei babbei a cinque stelle, ovvero Nicolás Maduro, regala al Venezuela un bel meno 20 per cento di Pil e in generale se c’è una cosa che deve andare male ormai sappiamo bene che non andrà male, andrà malissimo. Benvenuti nel new normal, l’epoca in cui tutto va a scatafascio, nonostante la finale Federer-Nadal; la stagione in cui i fatti non hanno più alcun valore e in cui uno vale uno, specie se troll su Twitter. Battiato sperava che ritornasse presto l’era del cinghiale bianco, una fantomatica era new age della conoscenza assoluta, ma al contrario sono arrivate la fine della competenza e l’ignoranza wiki, diffusa e partecipata, mentre noi, nel nostro piccolo, abbiamo perso tutte le battaglie culturali. Il mondo globalizzato è in ritirata, la democrazia zoppica, il faro americano fa buio pesto, la libera circolazione di persone, cose e idee è messa in discussione da executive orders con riporto, da referendum nostalgici e da post verità a schiovere.

Politicamente ha perso la sinistra liberale, moderna e riformatrice, quella di Tony Blair, Bill Clinton, Manuel Valls e Matteo Renzi, cui dedicammo una favolosa cover nel 2014. Ok, Renzi può ancora tornare, ma Renzi che fa i vertici di maggioranza con i partiti di governo non è Renzi, è un’altra cosa, derenzizzata. Ha perso anche la sinistra progressista e dei diritti, quella di Obama e Hillary, e ci ha lasciati soli con quella identitaria dell’inglese Corbyn, del francese Hamon e del vermontiano Sanders, da noi Fassina e Gotor, ma siccome va tutto male e al peggio non c’è fine questa sinistra residuale magari potrebbe vincere, non Fassina né Gotor, quelli nemmeno a porta vuota, ma Hamon, che si pronuncia come il prosciutto serrano, in Francia.

Brillano, poi, le destre di Le Pen, collegio di Coblenza, tendenza doposci di Salvini. Siamo anche costretti ad assistere alla caricatura grottesca di Thatcher e Reagan, la May e il Trump impegnati in un Putin Show non paragonabile a quello inscenato da Berlusconi a Pratica di Mare perché, come scrive Giuliano Ferrara, quello ha portato Putin nella Nato, mentre questi portano la Nato a Putin.

Per non parlare di quel che succede nel resto del mondo non occidentale, con dittatori autoritari e fanatici, dall’Egitto alla Turchia, e in mezzo ayatollah e sceicchi, fino all’Isis, un’eredità scandalosa del doppio mandato Obama. Il paradosso è che noi cresciuti a maggiori diritti e più innovazione, tolleranza e privacy, proprietà e garanzie, informazione e viaggi, tv e internet, siamo finiti nelle mani della Cina, il Frankenstein junior del mondo globalizzato, che prima ci faceva paura e guardavamo con distacco e che ora si erge a poco credibile baluardo contro i nuovi nazionalismi e il ritorno al passato. E ci tocca pure rivalutare la Merkel.

Siamo in pieno scenario da Complotto contro l’America, quel mondo occidentale filo asse del male immaginato, ma mai fino a questo punto, dal grande Philip Roth nel romanzo controstorico sull’elezione a presidente degli Stati Uniti di Charles Lindbergh, il patriota dell’ideologia nazionalista America First, la stessa formula invocata da Trump in campagna elettorale e nel discorso di inaugurazione del suo mandato. La cosa più preoccupante è che nel libro di Roth perlomeno torna Roosevelt, Franklin Delano, a salvare il mondo con un superbo discorso di riscatto liberale, qui invece non si vede nessuno. In realtà qualcuno, uno solo, è rimasto a rappresentare la speranza delle persone normali – non di destra o di sinistra, perché questa non è una questione ideologica ma di testa sulle spalle. C’è Emmanuel Macron in Francia. Prepariamoci, perderà anche lui. Ma io spero ritorni presto l’era del cinghiale bianco.

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