Annunciato come «una love story moderna» sullo sfondo della scena musicale texana, “Song to Song” sarà presentato il 10 marzo proprio ad Austin, al South by Southwest Festival

Il primo film di Terrence Malick, La rabbia giovane, è del 1973. Il secondo, I giorni del cielo, del 1978. Per il terzo bisognerà aspettare vent’anni: La sottile linea rossa esce nel 1998. Altri sette e tocca a The New World, 2005. Tra il 2011 e il 2017, Malick firma cinque film, più di tutti quelli girati in trent’anni. I buoni dicono che è per via del digitale, che garantisce finalmente la perfezione di ripresa da sempre sognata: il riferimento è alla magic hour, il preciso momento di luce appena cala il sole che ha cinematograficamente inventato lui ed è poi diventato la fissa di tutti i registi americani (per dire: proprio nell’ora magica ballano il tip tap Ryan Gosling ed Emma Stone in La La Land). I cattivi lo vedono come un vecchietto folgorato dall’orto. O meglio: l’orto l’ha sempre avuto, ma solo in età da pensione scopre che oltre alle zucchine ci sono le fave, la catalogna, il cavolo nero che va tanto di moda.

Quelli che stanno a metà strada tirano fuori la moda, appunto. Secondo loro, finiti gli anni in cui ha contribuito a creare il cinema americano moderno, Malick ha sentito il richiamo delle sirene di Ulisse. Si è trasformato da giovane promessa in venerato maestro (senza passare da solito stronzo) nel giro di un’ora, seppur magica: e il venerato maestro è un accessorio gettonatissimo nella Hollywood oggi governata dai supereroi. Un giorno il buon Terrence, dal suo isolamento salingeriano, ha alzato il telefono e dall’altra parte c’era il jet-set ad aspettarlo. A venerarlo. È iniziato tutto con La sottile linea rossa, dove si levò lo sfizio di arruolare uno sconosciuto come protagonista (Jim Caviezel, fu poi Gesù Cristo nella Passione gibsoniana) e relegare le star in ruoli secondari: George Clooney, Sean Penn, John Travolta, eccetera eccetera.

Nel nuovo Song to Song, ambientato nella scena musicale texana (queste le note ufficiali), Ryan Gosling e Rooney Mara sono una coppia di cantautori folk, Michael Fassbender e Natalie Portman un’altra produttore-cameriera. In più sfilano Cate Blanchett, Benicio del Toro, Val Kilmer, e – si crede nel ruolo di se stessi – Iggy Pop, Patti Smith, Arcade Fire, Iron & Wine, Florence Welch, insomma più gente che nel Sanremo di Conti-De Filippi. «Lavorare con Malick è un’esperienza quasi religiosa, un incrocio di cinema, filosofia e poesia», dice la coltissima Cate Blanchett, già ingaggiata per Knight of Cups (2015), parabola di un simil-Jep Gambardella losangelino (Christian Bale) tra feste in terrazza e senso della vita.

Buoni e cattivi non cedono: ognuno pensa di aver ragione, soprattutto nell’uso della frase «Sembra un film di Terrence Malick» riferita a titoli altrui. I primi intendono: per il sentimento panico della natura, la luce, la poesia. I secondi: per l’assenza di trama, di ritmo, di ironia. Lo spartiacque resta The Tree of Life, Palma d’oro a Cannes 2011: per i buoni fu un’esperienza catartica (scrisse su Repubblica Curzio Maltese, quell’anno promosso critico cinematografico: «Un capolavoro contenuto e quasi imprigionato in una crisi mistica di arduo fascino, […] un Amarcord texano di rara poesia»); per i cattivi una supercazzola patinata, rea di avere aperto la strada ai successivi film considerati alla stregua di una pubblicità del profumo (vedi To the Wonder, 2012). Ad ogni uscita di ogni nuovo capolavoro/sòla si inseguono i commenti stile «io lo conoscevo bene»: è un pezzo della sua vita, è un’autoanalisi sui suoi matrimoni (tre), è una riflessione sull’essere artista oggi. Terrence – immaginiamo noi – si fa ogni volta grasse risate, mentre decide se piantare prima i carciofi o le barbabietole.

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