Al centro della scena, sparata alta dal regista, la colonna sonora composta da Mica Levi per il film di Pablo Larraín è così protagonista da insidiare la bravissima Natalie Portman. Evviva l’orchestra, Oscar! Oscar!

Nell’anno dello strapotere di La La Land facciamo il tifo perché Jackie sorprenda tutti e conquisti l’Oscar per la migliore colonna sonora: sempre al centro della scena, sparata ad alto volume dal regista Pablo Larraín, ha un’efficacia drammatica così evidente da insidiare la bravissima Natalie Portman nel ruolo di interprete principale. L’ha composta l’inglese Mica Levi – 30 anni tra qualche giorno, il 28 febbraio –, già celebrata per l’accompagnamento musicale di Under the Skin, diretto da Jonathan Glazer e con Scarlett Johansson nei panni di un’aliena. La pellicola venne presentata nel 2013 al Festival di Venezia, e Larraín – che al Lido era tra i giurati – ne rimase folgorato. «Non sapevo chi fosse, non conoscevo nulla di lei», ha raccontato il cileno al Los Angeles Times: «Pensai soltanto che non avevo mai ascoltato nulla di simile».

Riccioli anarchici e dentatura sbilenca, t-shirt slabbrata, Mica Levi sembra una via di mezzo tra una squatter e un personaggio secondario di Transparent (cliccare qui per averne una prova). Nata nel Surrey da genitori musicisti, inizia ad armeggiare con un violino quando ancora non è capace di scrivere; va a scuola alla Purcell (il più antico istituto musicale per bambini del Regno Unito, a Watford), poi continua alla Guildhall (nella capitale, altra palestra di talenti) dove segue il corso di composizione e musica elettronica. Da subito, Levi intreccia relazioni trasversali che la conducono ad esplorare le molteplici possibilità offerte dalla scena londinese, navigando tra ambienti culturali “alti” e circuiti più alternativi; si esibisce nei club come deejay, è Artist-in-Residence al Southbank Centre, compone per la London Philarmonic Orchestra.

Nel 2009 si ribattezza “Micachu” e con una band chiamata The Shapes pubblica l’album Jewellery, indie pop a bassa fedeltà, sghembo e fracassone, suonato con strumenti tradizionali e altri assemblati con oggetti comuni – un aspirapolvere, qualche secchio per le percussioni, cose così. Due anni dopo, Micachu & The Shapes escono con Chopped & Screwed, registrato dal vivo con la London Sinfonietta, il prestigioso ensemble devoto alla musica classica contemporanea; poi, nel 2012, tornano alla ricetta d’origine con Never. Il terzo lavoro è Good Sad Happy Bad, 2015: anticonvenzionali sempre, attratti dalla dissonanza, Mica e compagni si spostano ora verso un suono relativamente più pulito e accessibile (Relaxing sembra presa da una collezione di scarti dei Pavement, in Dreaming echi di Damon Alban); l’approccio rimane lo stesso, tra indolenza e insolenza, solo che qui domina uno stato d’animo da hang over triste, al limite del solipsismo.

La colonna sonora di Under the Skin arriva – come detto – nel 2013. Paragonata dai critici alle opere di Krzysztof Penderecki e György Ligeti (autori d’avanguardia conosciuti dal grande pubblico grazie ai film di Stanley Kubrick), ha un incidere scuro, lentissimo, opportunamente alienante, interrotto solo dal colpo d’ala del brano intitolato Love. Frutto di un lavoro quasi ossessivo durato nove mesi e iniziato in un vecchio container allestito dall’artista a studio di registrazione privato (lo racconta lei stessa in un articolo scritto per il Guardian), viene composta quasi esclusivamente con un solo strumento (la viola) abbozzando trame poi risuonate da altri musicisti e processate dall’estro della compositrice. (Per la cronaca: tra marzo e aprile, il film verrà proiettato nel corso di quattro serate speciali a Nottingham, Hull, Londra e Bristol, con la London Sinfonietta ad eseguire dal vivo lo score e Levi nel ruolo di direttore d’orchestra per il secondo e quarto appuntamento).

Anche la genesi di Jackie è degna di nota. Gran parte di questa colonna sonora è stata realizzata soltanto sulla base della sceneggiatura, senza che l’autrice avesse visto alcuna scena del film. Beneficiando di una libertà massima in fase di composizione, Levi ha raccontato di aver voluto scrivere musica che riteneva sarebbe piaciuta alla First Lady; il risultato – al di là delle intenzioni e delle supposizioni più ardite – è una raccolta di brani orchestrali che assolvono egregiamente la loro più intima missione: primo, dare voce al dolore straniante della signora Kennedy nei giorni che seguirono la tragedia di Dallas; secondo, evidenziare – con l’ambiguità che spesso li caratterizza – il tratto personalissimo del film di Pablo Larraín, che non è né un documentario né un biopic, ma una straordinaria fantasia d’autore («Il mio scopo era portare il film in un luogo non realistico, più psicologico ed emozionale», ha spiegato a NPR). La colonna sonora, infatti, non accompagna il fluire delle scene: moltiplica la gamma di sensazioni che scaturisce dalla loro visione provocando nello spettatore un sottile e persistente turbamento; un effetto elusivo che permea sia le atmosfere più cupe sia quelle più luminose, e che è reso ancor più marcato dalla decisione di Larraín di inserire molti pezzi in momenti diversi da quelli per i quali erano stati scritti dalla musicista inglese (è il caso, per esempio, del glissando con cui – a schermo nero per alcuni secondi – si apre il film, pensato per una scena successiva). Da una parte, spiega il regista cileno, lo sguardo smarrito e magnetico di Natalie Portman; dall’altra, la musica di Mica Levi, «che porta a chiederti: dove siamo? Che cosa sta succedendo? Ognuno di noi sentirà qualcosa di profondamente suo; magari simile alla reazione di un altro spettatore, ma comunque personale. È quanto succede a me con il cinema che amo: diventa personale».

Declinato con accenti diversi, è un giudizio che si rintraccia nelle più autorevoli recensioni apparse nei mesi precedenti sulla stampa internazionale. Mark Kermode, il critico-star dell’Observer, pur riconoscendo la straordinaria interpretazione della Portman («Manierata solo in superficie», nota) e la sua bravura nel reggere sulle proprie spalle l’intero film («Vertiginoso kaleidoscopio di ricostruzione, reportage e reinvenzione»), afferma che è lei, Mica Levi la «real heroine» di questa storia. La dichiarazione è forse enfatica, nello stile tranchant del giornalista; comunque fa il paio con quella di Larraín che – ancora sul Los Angeles Times – arriva a sentenziare: «Se fosse nata, che ne so, 200 anni fa, Mica sarebbe nei negozi di dischi accanto a Mendelssohn o Stravinsky. Penso che abbiamo a che fare con un’artista di prima grandezza, con qualcuno che ci mette in connessione con emozioni insolite». Da qui, la scelta di mettere i suoi brani così evidenza. Reazioni della diretta interessata? «Quando sono andata in studio per il mixaggio ero incredula», ha ricordato. «Avevamo dato per scontato che il nostro accompagnamento fosse molto più discreto, così lo avevamo pensato e scritto, e invece… Tipo… “Ah, ok, è parecchio alta, cool….”».

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