Explicit / Idee

Perplessità medievali

di Paul Berman
illustrazioni di DANIELA BRACCO
IL 89 17.02.2017

Al Ghazali aveva ragione: il rapporto causa-effetto non esiste. Infatti trionfano Trump e il populismo

Il filosofo musulmano al Ghazali, vissuto nel Medioevo, sosteneva che le leggi naturali non esistono e che non esiste neppure il rapporto causa-effetto, in quanto quello che accade è deciso da Dio e non dalle leggi scientifiche. In genere Dio, che è ragionevole, decide di agire in modo conforme alle leggi scientifiche; ma, certe volte, il capriccio divino può impadonirsi di lui. Qualcuno potrebbe sostenere, contro al Ghazali, che Dio ha scelto le leggi naturali e che quindi il volere di Dio e le leggi naturali sono la stessa cosa. Ma al Ghazali sapeva che questo è un sofisma: dire che il volere di Dio e le leggi naturali sono la stessa identica cosa significa ridurre Dio a un sistema meccanico. Ma Dio non è una macchina. Pertanto, le leggi naturali non esistono.

Oggi sono arrivato alla conclusione che al Ghazali forse non aveva ragione sulle scienze naturali, ma aveva senz’altro ragione per quanto concerne le scienze sociali: in quel che riguarda la politica e la storia, la legge che regola il rapporto causa-effetto si rivela essere inesistente o, quantomeno, inaffidabile. Perché altrimenti che cosa potrebbe spiegare l’ondata antiliberale che sta spazzando il mondo in questo periodo? L’intensificarsi di populismi di matrice etnica, la riabilitazione di partiti della destra estrema che riemergono da un tempo ormai lontano, la corsa verso l’abbattimento dell’Unione europea e di altre istituzioni internazionali, la sconfitta e forse la distruzione dei partiti del centrosinistra secchione in un Paese dopo l’altro, la strabiliante crescita del prestigio e del potere di Vladimir V. Putin e dell’autocrazia zarista – che cosa può giustificare questi fenomeni?

I miei amici marxisti, e perfino i miei amici non marxisti, dicono che la causa è il capitalismo finanziario, altresì noto come globalizzazione. Le pretese degli investitori hanno sradicato le industrie dalle loro sedi originarie e le hanno sparpagliate in remoti angoli del mondo e hanno sradicato interi popoli e li hanno spinti a vagare per il globo nella speranza di rubare un lavoro ad altra gente. E questi sviluppi hanno spaventato e hanno fatto inferocire altri popoli ancora che, in modo credulone, sono diventati sensibili ai richiami dei demagoghi anti-liberali: un semplice caso di causa (la globalizzazione) ed effetto (la reazione populista). Ma io non ci credo. La più grande e probabilmente più rilevante fra tutte le reazioni populiste avviene sotto i miei occhi, qui negli Stati Uniti. Le spiegazioni convenzionali – le sofferenze della working class bianca americana di fronte agli accordi commerciali e ad altri elementi della globalizzazione – puntano il dito su alcune verità: gli stipendi di moltissimi sono rimasti fermi o sono diminuiti, la dipendenza da droghe e farmaci si diffonde e le persone soffrono. Ma, d’altra parte, anche la ripresa economica è altrettanto vera e ha condotto alla quasi completa occupazione per i lavoratori bianchi degli Stati Uniti. I redditi della maggior parte degli americani sono cresciuti, seppure in modo molto modesto. Una crisi economica nazionale negli Stati Uniti non esiste. E, ciò nonostante, la ribellione populista che ha condotto alla vittoria di Donald Trump non potrebbe essere più radicale.

Come si possono spiegare questi sviluppi, quindi? Credo che possano essere spiegati con un collasso culturale. Ma questo è come dire che le scienze sociali non possono spiegarli. Ci stiamo inoltrando, invece, in un territorio sconosciuto e il terrore che stiamo provando è quello descritto da Rubén Darío: «E non sapere dove andiamo / né da dove veniamo!…».

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