Explicit / Non fiction

Quaranta giri di Michael Walzer

di ALESSANDRO LEOGRANDE
illustrazioni di DANIELA BRACCO
IL 89 17.02.2017

“Guerre giuste e ingiuste”, pubblicato nel 1977, rimane una riflessione imprescindibile
anche per intravedere un dopoguerra siriano

Esistono guerre giuste? È possibile scrivere una morale dei conflitti armati, separando quelli legittimi da quelli illegittimi? Se lo chiese esattamente quarant’anni fa il filosofo ebreo newyorchese Michael Walzer, a ridosso della grande sconfitta americana in Vietnam, in un libro che ha segnato il dibattito filosofico dei decenni successivi: Guerre giuste e ingiuste (pubblicato in lingua italiana da Liguori nel 1990, e successivamente da Laterza nel 2009). La riflessione sviluppatasi in seguito, intorno alla legittimità degli “interventi umanitari”, delle azioni militari ideate per porre fine a una politica di pulizia etnica o di sterminio delle opposizioni, e in ultimo della guerra contro il terrorismo e il Daesh, trova proprio in quelle pagine di Walzer la sua origine, o quanto meno una sua prima argomentazione sistematica. Per questo, quando Just and Unjust Wars uscì per la Basic Books di New York nel 1977, tracciò uno spartiacque.

Come ricorda lo stesso Walzer in un libro-intervista con Maurizio Molinari (La libertà e i suoi nemici, Laterza 2003), un’intera generazione alla prese con la critica della guerra del Vietnam si era scoperta priva di parole. La parte più avvertita del movimento si era accorta subito che non bastava criticare quella guerra semplicemente “come imperialista”, limitandosi ad analizzare i rapporti di forza distribuiti sul campo. Occorreva, al contrario, spingere la riflessione un po’ più in là. Occorreva tornare a parlare di morale. «Ciò che avvenne ai tempi del Vietnam – confessa Walzer a Molinari – fu che il popolo della sinistra, e anche molti altri, cercarono di darsi un linguaggio comune, una comune moralità. E il tema più a portata di mano era quello della guerra giusta. Nessuno di noi, in realtà, era preparato a parlare in pubblico di moralità, eravamo un po’ impacciati. Il fascino del realismo ci aveva rubato tutte le parole di cui avevamo bisogno e che, lentamente, iniziammo a riscoprire: aggressione, intervento, giusta causa, autodifesa, immunità per i non combattenti, proporzionalità…».

Guerre giuste e ingiuste è innanzitutto un libro anti-realista. Muove dall’assunto che le note massime secondo cui “in guerra le leggi tacciono” o “in tempo di guerra tutto è permesso” sono profondamente false, a meno che non si voglia fare propria una visione del conflitto totalitaria o terroristica. In verità, il discorso sulla guerra (sulle guerre) non è mai separato dalla morale. Anzi, è proprio discutendo della legittimità o meno di un’azione militare che provocherà la fine di vite umane (magari per evitare stragi ancora peggiori) che è possibile leggere in controluce «la struttura effettiva del mondo morale».

bombardamenti

Ci sono due piani della discussione quando si parla di “guerra giusta”. Il primo ha a che fare con la legittimazione morale dello stesso intervento armato: sono ingiuste tutte le guerre di aggressione, e viceversa – per usare le stesse parole di Walzer – «l’aggressione giustifica due diversi generi di risposta violenta: una guerra di autodifesa da parte della vittima e una guerra di rivendicazione del diritto violato da parte della vittima e da parte di ogni altro membro della società internazionale». Il secondo piano, invece, ha a che fare con le leggi scritte e non scritte che dovrebbero catalogare una condotta il più possibile “etica” del conflitto. La norma cardine è non coinvolgere nel conflitto le popolazioni civili. E la cartina al tornasole della sua violazione era data, per l’autore, dal recente massacro di centinaia di civili vietnamiti nel villaggio di My Lai perpetrato dai soldati americani.

Da questa sommaria ricostruzione è possibile evincere due tratti salienti del ragionamento di Walzer. Il primo è il rifiuto del pacifismo assoluto, che da un punto di vista filosofico rischia di essere paradossalmente speculare all’interpretazione totalitaria del conflitto, annullando ogni giudizio di merito, ogni distinzione tra questa e quella guerra. Il secondo è la compenetrazione dei due piani di legittimità. Ci possono essere guerre giuste e guerre ingiuste. Ma anche guerre giuste combattute con metodi sbagliati. Il fine non giustifica mai i mezzi adottati per raggiungerlo: detto in altri termini, e con un occhio al conflitto algerino di un quindicennio precedente, nessuna guerra di liberazione nazionale potrà mai giustificare il ricorso ad azioni terroristiche contro civili inermi.

talebani

Guerre giuste e ingiuste non è un libro in cui la riflessione teorica viene calata dall’alto o procede per casi ipotetici ricavati dall’iperuranio. Al contrario, si serve di una carrellata di casi concreti ricavati dalla storia più o meno recente. Non soltanto la guerra in Vietnam, ma anche la Guerra civile americana e soprattutto la Seconda guerra mondiale: la guerra giusta per antonomasia – quella degli alleati contro il nazifascismo – anche se non del tutto immacolata sul piano della condotta. Difatti, davanti all’emergenza suprema di sconfiggere Adolf Hitler, i civili sono stati coinvolti per tutta la durata della guerra. E si pensi, ad esempio, al bombardamento indiscriminato di Dresda e delle città tedesche, anche nella primavera del 1945, quando cioè il nazismo era alle corde.

Le pagine più illuminanti del testo, che hanno dato il via alla riflessione in cui siamo tuttora immersi, sono quelle relative alla legittimità degli interventi umanitari. La tesi di Walzer è chiara: quando il fine è fermare lo sterminio sistematico di migliaia di civili, è sacrosanta anche una guerra condotta unilateralmente, senza cioè il consenso del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. I casi recenti sono innumerevoli: «Non è difficile trovare degli esempi, semmai è imbarazzante la loro quantità. La lista dei governi oppressivi, la lista dei popoli massacrati, è spaventosamente lunga». Tuttavia, all’interno di Guerre giuste e ingiuste, e nei testi successivi in cui è tornato sull’argomento (come ad esempio Pensare politicamente, Laterza 2009), Walzer si concentra soprattutto su tre interventi unilaterali condotti da Paesi non occidentali. L’intervento dell’India nell’allora Pakistan orientale (oggi Bangladesh) per fermare la marea di profughi originata dalle violenze dell’esercito; quello del Vietnam nella vicina Cambogia per porre fine allo sterminio totalitario dei khmer rossi; quello della Tanzania in Uganda per mettere fine alla mattanza di Idi Amin. Sebbene in tutte e tre le decisioni di intervenire la Realpolitik si sia mescolata a considerazioni morali, ciò non toglie che quelle azioni fossero giuste. Hanno posto fine alla soppressione di vaste comunità umane, e nel farlo hanno messo in luce la questione cruciale di ogni intervento umanitario: il cambio di regime. Non è sufficiente arrestare la carneficina, occorre anche trasformare le condizioni politiche che favorirebbero un suo rigenerarsi.

soldato

Benché siamo ormai immersi in un mondo in cui le guerre sono sempre più asimmetriche e le armi sempre più sofisticate (si pensi all’irrompere sulla scena dei droni), e benché tali guerre siano spesso combattute da truppe irregolari, tanto che è sempre più difficile comprendere dove corra la linea del fronte e quale sia la distinzione tra civili e non civili, Guerre giuste e ingiuste resta un testo imprescindibile per orientarsi.

Il mondo reale sarà anche più complicato, ma la struttura effettiva del nostro mondo morale continua a essere la medesima. È stato così, ad esempio, durante la guerra del Kosovo: tutto il dibattito che ha suscitato ha aperto uno squarcio sugli stessi dilemmi. Ed è stato così anche dopo l’11 settembre, quando lo stesso Walzer – in linea con le tesi espresse nel libro del 1977 – ha difeso l’intervento statunitense contro al-Qaida e i talebani in Afghanistan, e criticato la guerra in Iraq del 2003. Non l’intervento in sé contro il regime baathista di Saddam Hussein, ritenuto dal filosofo americano il fascismo più estremo del Terzo mondo, ma “quell’intervento” voluto da George W. Bush. Ciononostante, come ha sostenuto sempre nel libro-intervista con Molinari, «la marcia dell’America verso la guerra è stata deprimente, ma il fallimento dei suoi oppositori nel proporre un’alternativa plausibile lo è stato altrettanto».

Negli ultimi mesi Walzer ha più volte ammesso che il conflitto siriano si è troppo incancrenito perché si possa ancora ragionare in termini di guerra giusta. Già alla fine del 2015, intervenendo su Dissent, la rivista che ha diretto per molto tempo, scrisse che la guerra del tutto legittima contro il Daesh in Siria e in Iraq avrebbe dovuto avere un fine condiviso (mirante a un’ampia autonomia dei curdi e dei sunniti anti-Isis in entrambi i Paesi), ma così non è stato. Anche a causa dell’attendismo di Barack Obama, il conflitto ha seguito una strada molto diversa: Bashar al Assad è rimasto al suo posto e Russia, Turchia, Iran hanno assunto un ruolo sempre più determinante sulla scena.

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Tuttavia l’impasse della storia non segna mai la fine della filosofia. Oggi come ieri, in Siria come in Vietnam, è osservando l’intelaiatura dei giudizi morali, e non soltanto politici, intorno al conflitto, le regole che dovrebbero essere rispettate e che sovente non vengono rispettate, che è possibile scorgere una fuoriuscita dal suo incancrenirsi e intravedere il dopoguerra, il tempo in cui le armi possano concretamente tacere. Michael Walzer lo scrisse già nelle ultime, acutissime righe di Guerre giuste e ingiuste: «La trasformazione della guerra in lotta politica ha come condizione preliminare la limitazione della guerra in quanto lotta militare. Se vogliamo ottenere tale trasformazione, come dovremmo, dobbiamo iniziare insistendo sulle norme di guerra e costringere i soldati a rispettare rigidamente le norme adottate. La limitazione della guerra è l’inizio della pace».

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