Explicit / Non fiction

Un uomo chiamato camallo

di Rosa Matteucci
illustrazioni di DANIELA BRACCO
IL 89 17.02.2017

Il mito di Maciste che rifondò l’Italia unita

Quando Bartolomeo Pagano passava nei caruggi, la gente si appiattiva spalle al muro per lasciarlo passare. Alto 1 e 90 per 120 chili di muscoli, il gigante sorrideva a tutti. Era scaricatore per la Compagnia della Carovana al porto di Genova. Sollevava sacchi di grano argentino, casse di coloniali, e caffè; al tocco si sfamava nell’osteria della Nina con tre piatti di minestrone accomodato con il pesto e un chilo e mezzo di pane, con cui faceva la scarpetta. Per digerire pugnava con l’altro gigante del porto, tale Franchino, così per gioco. Esordì nel cinema con un peplum ambientato ai tempi delle Guerre Puniche: Cabiria. Correva l’anno 1914 : governava Antonio Salandra, i Balcani bruciavano scatenando la Prima guerra Mondiale, usciva Gente di Dublino di James Joyce. Il camallo Pagano fu ingaggiato dalla Itala Film di Torino. Cabiria lo consacrò a gloria nazionale, fu ribattezzato il Gigante Buono. Incarnava il coraggio, la forza, l’onestà e la gentilezza. Il successo di Cabiria generò nove pellicole, tutte fra il 1915 e gli inizi del 1920. Siccome l’Italia era in guerra fu prodotto Maciste alpino: il gigante sbatacchiava gli austriaci contro i muri al pari di scendiletto. Seguì Maciste Innamorato, quindi la Trilogia di Maciste – accolta con successo negli Stati Uniti: Maciste contro la Morte, Il viaggio di Maciste e Il Testamento di Maciste. Nel 1921 Maciste in vacanza. Negli anni Venti l’industria cinematografica italiana comincia ad accusare i primi segni di decadenza e Pagano, artefice del mito di Maciste, dopo aver lavorato in Germania, fra il 1924 e 1926 sforna gli ultimi film: il suggestivo Maciste Imperatore, Maciste contro lo sceicco, Maciste nella gabbia dei leoni, Maciste all’inferno e infine Maciste sulle Dolomiti. È singolare come un divo del primitivo cinema italiano sia assurto, in un contesto politico frenetico ove s’intrecciarono la guerra mondiale e l’ascesa di Benito Mussolini, a involontario simbolo dell’unità nazionale. Dal 1870, anno della completa unificazione, lo Stato italiano faticava a trovare il simbolo di una reale unità. Nessuno aveva previsto che il forzuto di Cabiria, avrebbe involontariamente incarnato l’idea platonica del cittadino italiano e dato una dignità  alla patria.

Maciste divenne suo malgrado il simbolo dell’Italia che si lasciava alle spalle la storia più recente, e guardava lontano. I film di Maciste sono ancora oggi reazionari e progressisti: strettamente ancorati ai valori del passato, la romanità, nel contempo preconizzano il futuro, la trasposizione delle gesta dell’eroe alle vicende contemporanee; nelle trasformazioni di Maciste muta l’inconscio collettivo degli italiani: da schiavi a cittadini borghesi, da cui discende l’eroico soldato – la Grande guerra – e infine l’aspirante colonizzatore. Il pubblico impazziva per lui. L’atletico Maciste italico portava in sé anche le relative virtù morali. Lo stereotipo era quello della mascolinità greco-romana: uomini tanto muscolosi e possenti, quanto probi e retti. Fu questo l’ideale del bravo cittadino. Maciste fu molto di più di un corpo fisico, lui piaceva perché era continuamente in rapporto con le istanze politiche, socioculturali e sessuali dell’epoca. Bartolomeo Pagano fu star e sex symbol ante litteram. Le donne erano tutte innamorate di lui, comprese le americane. Era un archetipo vivente. Un personaggio reale, ma di fantasia. Adatto per i sogni. Che finiscono, però, al risveglio.

Jacqueline Reich
The Maciste Films of Italian Silent Cinema

Indiana University Press 2015
432 pagine, 35 $
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