Journal / Moda

A casa Kiton

IL 90 17.03.2017

Ad Arzano, nell’azienda fondata da Ciro Paone, con 350 sarti e una giacca di cachemire blu

Per me Kiton è una giacca blu di cachemire che mio padre venerava come una reliquia e indossava nelle occasioni speciali. Avevo tredici o quattordici anni e ne sentivo parlare con la stessa ammirazione di un genitore nei confronti del figlio asso a pallone. Era costata un milione e settecentomila lire, almeno così mi pare, in ogni caso si trattava di una cifra spropositata per chiunque vivesse ad Alcamo, TP, nei primissimi anni Ottanta. Quella giacca blu è stata anche la prima giacca che ho indossato, qualche anno più tardi, inconsapevole di cotanta spericolata generosità di mio padre. La cosa bella di quella giacca, oltre all’oggettiva qualità sartoriale percepibile anche da un diciassettenne senza alcuna esperienza in capispalla, era l’assoluta sobrietà che emanava. Non ostentava artigianalità. Non urlava di essere preziosa. Sembrava una giacca normale, ma era solo perfetta. Era una Kiton.

Capirete, quindi, quanto fossi emozionato quando, a metà febbraio, sono entrato al quartier generale di Kiton ad Arzano, Napoli, dove l’azienda guidata da Antonio De Matteis, nipote del fondatore e presidente Ciro Paone, impiega 350 sarti e produce a mano, e per “a mano” si intende “completamente a mano”, una giacca ogni 25 ore, un pantalone e una camicia ogni 4 ore, 4 mila scarpe l’anno e 40 mila cravatte l’anno con tecnica tradizionale a sette pieghe.

Guardare dall’alto il processo produttivo è uno spettacolo: il flusso è industriale, ma senza macchine. Ciascun artigiano, spiega De Matteis, è un sarto completo, capace da solo di creare una giacca a cominciare dal taglio del tessuto fino alle cuciture più minute, anche se poi nella catena è impiegato soltanto come specialista delle maniche, del collo, dei taschini, della stiratura. Dal reparto giacche, De Matteis mi porta a quello dei pantaloni, poi alle camicie e infine alle cravatte. Ci sono anche le scarpe, anch’esse su misura, fatte riposare un mese prima di consegnarle al cliente. A Fidenza c’è la maglieria. A Parma la giubbotteria. A Caserta i jeans. A Biella i tessuti del lanificio Carlo Barbera, acquistato sei anni fa.

Ad Arzano c’è anche una scuola interna di sartoria, una ventina di studenti di un corso che dura quattro anni, due di insegnamento e due a rotazione nei vari reparti, una fucina di nuovi talenti grazie alla quale la media di età aziendale è inaspettatamente di 36/37 anni.

Kiton è stata fondata nel 1968, dopo che Ciro Paone si rese conto che il marchio precedente, CiPa, nato dodici anni prima e specializzato in cappotti, non era adatto al mercato estero perché a pronunciarlo in inglese suonava troppo simile a «cheap», volgare. Se c’è una cosa che Antonio De Matteis e Maria Giovanna Paone, il nipote e la figlia del fondatore, ma anche qualunque dipendente dell’azienda ripete senza stancarsi mai è che Kiton è «il meglio del meglio, più uno», un’eccellenza costruita su tessuti pregiatissimi e in esclusiva e su una cura maniacale del dettaglio. Il camiciaio Sebastiano Borrelli mostra il perfetto allineamento, a mano, dei quadri della camicia. «Siamo pazzi», mi dice il maestro cravattaio Antonio De Rosa, mentre spiega come si costruisce una cravatta senza cuciture ritagliata da un unico drappo di seta di un metro e settanta: «Altrove con un metro di stoffa producono quattro cravatte, ecco perché questa costa 360 euro».

In magazzino Antonio De Matteis e Maria Giovanna Paone stendono sul tavolo da lavoro le rarissime fibre di vicuna bianca, quelle lavorate denim (prezzo di una giacca intorno ai 25mila euro), quelle a 12,8 micron da cui nascono solo 20 abiti, 10 dei quali già venduti a 40/50 mila euro cadauno. L’entry level di un abito è 4mila euro.

Kiton fattura 118 milioni di euro, un giro di affari che nel 2016 è aumentato del 3 per cento rispetto all’anno precedente e con prospettive di ulteriore crescita stando al più 31 per cento di questo gennaio. De Matteis parla di nuovi progetti, di nuovi negozi, di Palazzo Kiton a Milano che presto metterà a disposizione dei clienti anche una serie di appartamenti. E ci tiene a non svelare i nomi di chi compra abiti così costosi: «Non abbiamo testimonial», dice, «i nostri clienti sono riservati e noi pure», ma a occhio saranno i billionaire di Wall Street e della Silicon Valley, considerato anche che per Kiton il primo mercato è l’America (22 per cento, mentre l’Italia vale il 15 per cento del fatturato). Maria Giovanna Paone racconta la passione familiare per l’azienda, parla della collezione donna su cui hanno deciso di puntare molto e che oggi vale il 10 per cento del fatturato. Quando le dico della giacca blu di mio padre, mi sorprende elencando tutti gli storici rivenditori Kiton delle province di Trapani e di Agrigento, compreso King di Alcamo, dove a turno nel corso degli anni i membri della famiglia Paone sono andati a mostrare il campionario e a vendere gli abiti. «Io giravo la Sicilia con una Simca», ricorda De Matteis.

Finita la visita, in macchina verso l’aeroporto, ho chiamato mio padre in Sicilia: «Papà, mi regali la giacca blu di Kiton?».

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