Che cosa sarebbe successo se i menscevichi avessero sconfitto i bolscevichi di Lenin nella Russia della rivoluzione?

Che cosa sarebbe successo se, cento anni fa, i menscevichi fossero giunti al potere in Russia invece dei bolscevichi? È una domanda sensata. E c’è un modo sensato per rispondere.

La domanda è sensata perché nel marzo del 1917, quando lo zar fu detronizzato, i menscevichi e i bolscevichi erano i due partiti rivali all’interno della sinistra russa. Ma i menscevichi erano più forti. Erano socialdemocratici nello stile tedesco ed erano ben radicati nel movimento dei lavoratori. Dominavano la scena politica nel Caucaso. Raccoglievano un largo consenso tra gli ebrei russi. Avevano in Julij Martov un leader affascinante e potevano contare su alleanze con i contadini populisti e con i liberali borghesi – e tutto questo suggeriva un futuro florido, se soltanto la Russia fosse rimasta su una traiettoria democratica.

I bolscevichi, al contrario, erano una piccola fazione e godevano di un unico vantaggio, e cioè del genio tattico del loro leader Lenin. Nel novembre di quello stesso anno, sotto la pressione di elezioni incombenti che i suoi bolscevichi avrebbero perso, Lenin mostrò il suo genio tattico organizzando un colpo di Stato che chiamò rivoluzione. E iniziò a reprimere – “liquidare” è la parola esatta – il partito menscevico e chiunque altro. Ma è facile immaginare che se i menscevichi e i loro alleati si fossero mossi anche con soltanto la metà dell’abilità di Lenin, avrebbero confinato quest’ultimo ai margini della politica. E, se così fosse stato, che cosa avrebbero fatto i menscevichi? Che temperamento avrebbero poi mostrato di avere?

C’è un modo per rispondere a questa domanda perché, se Pietrogrado era la più grande tra le città russe e Mosca la seconda, la terza città più grande della Russia era New York. Al tempo della Rivoluzione russa, gli immigrati russi a New York erano ben più di un milione e mezzo – la maggior parte di loro erano ebrei, ma c’erano anche persone di etnia russa ed esponenti di molte altre comunità. I quartieri operai di Pietrogrado e delle altre città russe pendevano a sinistra e i quartieri degli immigrati a New York pendevano dalla stessa parte. In quei quartieri di New York i leader politici e sindacali erano, nella maggior parte dei casi, veterani del movimento rivoluzionario in Russia, che vantavano i loro anni in prigione o in esilio in Siberia. Lenin utilizzò il suo successo in Russia per organizzare il movimento comunista mondiale e alcuni di questi newyorkesi si unirono alla causa comunista. Ma i quartieri di New York, nel loro complesso, rimasero fedeli alle tradizioni che avevano portato dalla Russia, vale a dire al menscevismo, in una o nell’altra delle sue correnti. Naturalmente, il menscevismo newyorkese assunse un colorito locale. Ma rimase vivo e prosperò. La sinistra socialdemocratica, alla quale aderivano gli immigrati di New York, finì per contribuire in misura considerevole a plasmare la sinistra americana lungo gran parte del Ventesimo secolo e dominò i sindacati di New York, che con il loro potere e la loro influenza plasmarono, a loro volta, il più ampio movimento sindacale degli Stati Uniti. Era un’ottima influenza – capace di immaginazione, orientata alle riforme, democratica, internazionalista e antitotalitaria.

Oggi tutto questo – e cioè il ricordo della corrente rivoluzionaria russa che fu schiacciata da Lenin, quella corrente rivoluzionaria che era esclusivamente progressista – è scomparso? Oggi questo ricordo è scomparso in America, è scomparso in Russia, è scomparso ovunque e, come disse il noto bolscevico Lev Trockij al grande Julij Martov, è stato relegato nella “pattumiera della storia”? Questo mi preoccupa.

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