Pace e integrazione non sono la normalità, per conservarle serve una visione di un’Europa aperta, pluralista e sicura di sé, come quella di Václav Havel che Putin prova a far dimenticare

In un grigio giorno di dicembre del 2011 a Praga, mentre i leader mondiali si radunavano nella gloriosa Cattedrale di San Vito, il feretro che conteneva il corpo dell’ex presidente ceco Václav Havel si mosse dalla piazza della Città Vecchia, per poi transitare sullo scenografico ponte Carlo e risalire la collina verso la zona del Castello. Diecimila persone si unirono al corteo funebre, per il quale fu utilizzato lo stesso affusto di cannone trainato da cavalli che un tempo aveva sorretto il feretro del primo presidente della Cecoslovacchia, Tomáš Masaryk.

Il drammaturgo, saggista, filosofo morale ed ex prigioniero politico aveva guidato una cosa notevole e rara: una rivoluzione pacifica e democratica. Havel dedicò la sua presidenza a condurre la Repubblica Ceca nell’Unione europea e nell’Alleanza atlantica, a sostenere un intervento umanitario nei Balcani e a perorare la difesa dei diritti dei dissidenti imprigionati negli angoli più remoti del mondo. A causa della propria esperienza come vittima dell’oppressione comunista, Havel capì meglio della maggior parte degli statisti europei il ruolo importante che un’Europa unita, in salda alleanza con gli Stati Uniti, avrebbe dovuto giocare per la sopravvivenza della libertà nel mondo.

Sembra che con la dipartita di Havel non sia morto soltanto un grande uomo ma si sia persa anche un’eredità. La sua visione di un’Europa aperta, pluralistica e sicura di sé nel suo Paese e in altre parti del continente è stata dimenticata, se non ostentatamente ripudiata. Il diretto successore di Havel, Václav Klaus, un amico e alleato di Vladimir Putin ha sostenuto apertamente la Russia quando questa ha invaso e annesso parti del territorio dell’Ucraina, ignorando la storia della sua nazione che subì un’invasione da parte dei Paesi del Patto di Varsavia. L’attuale presidente ceco, Miloš Zeman, la cui campagna elettorale è stata finanziata con generosità dall’azienda energetica di Stato russa Lukoil, è ancor più servile nei confronti di Mosca e ha espresso la sua approvazione per l’incarcerazione della band punk rock di protesta Pussy Riot.

Roma

Berna

Bucarest

Ankara

Bucarest

Da un lato all’altro dell’Europa, mentre la generazione di leader che si è battuta per unire un continente che era diviso in modo crudele e innaturale lascia la scena, il vuoto è colmato da un gruppo di populisti poco lungimiranti. Mentre un tempo l’Europa aveva uomini e donne come Václav Havel, Helmut Kohl, Margaret Thatcher, François Mitterrand e Lech Wałęsa, oggi è guidata da personaggi tipo Václav Klaus, Jeremy Corbyn, Viktor Orbán, Jarosław Kaczyński o Marine Le Pen. La fiducia nella prosperità comune e il rifiuto verso politiche a somma zero – e cioè gli ingredienti di una pace e di una ricchezza che l’Europa non aveva mai sperimentato – stanno perdendo seguaci. A giudicare dalla diminuzione dell’affluenza alle elezioni per il Parlamento di Strasburgo, gli europei sono sempre meno interessati a come il continente è governato e credono che la salvezza risieda nella rinazionalizzazione della politica.

Le varie crisi che affliggono l’Europa rappresentano, nel loro insieme, la crisi del liberalismo. Mentre sbiadisce il ricordo della Seconda guerra mondiale, dell’Olocausto e dei gulag, si attenua anche l’antipatia nei confronti delle ideologie illiberali che generarono gli orrori europei del passato. Questo è evidente nel crescente successo elettorale di partiti populisti e autoritari dell’estrema sinistra e dell’estrema destra: nessuno di loro ha niente di nuovo da dire eppure rivendicano il primato nell’innovazione ideologica e nella moralità. Durante la Guerra fredda i leader occidentali difesero con vigore i loro valori di fronte alla sfida esistenziale portata dal totalitarismo. Oggi che le minacce alla libertà sono forse più difficili da identificare ma non meno forti, la determinazione dell’Occidente è sempre più indebolita dal relativismo morale e dalla mancanza di fiducia. Le conseguenze di questo atteggiamento rinunciatario sono tragiche: se i valori dell’America e dell’Europa non continueranno a modellare il futuro dell’umanità come nel recente passato, saranno le potenze autoritarie come la Russia a farlo.

Benché ci siano molti argomenti a favore dell’integrazione europea, forse il più forte è questo: l’alternativa è molto peggio. L’Europa ha vissuto gli anni migliori durante la sua unione (consensuale). Prima dell’istituzione dell’Unione europea, il continente era infestato da governanti dispotici e capricciosi che guidavano i loro popoli in guerre di aggressione e in genocidi per questioni come la religione o l’onore familiare. Storicamente, l’alternativa a un’integrazione europea pacifica e democratica non è una serie di Stati-nazione sovrani e indipendenti che commerciano e cooperano con facilità tra loro, ma la violenta competizione per il predominio e l’espansione imperiale. Nonostante tutti i suoi orpelli utopistici, l’Unione europea si basa in definitiva su lezioni negative. La sua creazione si è basata sul rifiuto di tutto quello che gli europei avevano fatto di sbagliato. Questo non è un argomento a sostegno di un Superstato federale europeo, nel quale i singoli Paesi consegnino i loro poteri nelle mani di Bruxelles nella stessa misura in cui gli Stati americani li delegano a Washington. Ma, mentre si alzano le grida di chi lamenta che gli europei stanno perdendo “sovranità” a vantaggio di distanti burocrati, è opportuno ricordare che molti europei hanno goduto di libertà e diritti assai più ampi vivendo sotto una qualche forma di autorità sovranazionale dell’Ue di quanto non sia avvenuto in alcun altro periodo storico.

Lussemburgo

Pristina

Zagabria

I più urgenti problemi dell’Europa possono essere risolti soltanto agendo insieme. Politiche monetarie e fiscali integrate e coordinate meglio impedirebbero un’altra crisi dell’Eurozona. Un controllo condiviso delle frontiere e una politica comune a tutto il continente sui richiedenti asilo darebbe un qualche ordine al flusso di migranti la cui presenza sta sbriciolando gli accordi di Schengen, sta convogliando consensi verso i partiti populisti e sta minacciando l’Unione stessa. Una politica estera coesa e solida e degli scambi commerciali più intensi e più liberi con le ex colonie in Africa e con il Medio Oriente allevierebbero le difficili condizioni economiche e sociali degli Stati falliti che si trovano alla periferia dell’Europa e che guidano i flussi di rifugiati. Un divieto di ricevere finanziamenti provenienti dall’estero in campagna elettorale fermerebbe il flusso di soldi russi verso i partiti estremisti e difenderebbe dai tentativi di sovvertimento le democrazia europee, che sono state conquistate a fatica. L’imposizione di condizioni politiche più stringenti sull’erogazione dei fondi strutturali dell’Ue a Paesi membri ribelli come la Polonia e l’Ungheria – che hanno entrambe un prodotto interno lordo dipendente in modo significativo dal supporto di Bruxelles – aiuterebbe a frenare il ritorno di cattive abitudini non democratiche.

Gli europei, prima di procedere ulteriormente lungo il cammino dell’integrazione, dovrebbero domandarsi in che cosa credano, visto che per persone diverse la stessa parola “Europa” significa cose diverse. Per gli abitanti dell’Europa orientale, che volevano con tutte le loro forze trascinarsi fuori dai regimi comunisti che li avevano tenuti sotto il tallone per più di quarant’anni, la principale motivazione per entrare nell’Unione era un rapido arricchimento, non l’acquisizione dei valori liberali su cui si basa la società olandese o la cessione della sovranità su competenze tradizionalmente nazionali come l’immigrazione. Molti di loro, vedendo che l’Europa è ormai ampiamente transnazionale e che il loro livello di vita non è cresciuto in modo abbastanza veloce da eguagliare quello dei vicini occidentali, hanno cominciato a pensare che questo progetto sia stato una perdita di tempo. Ma se vogliamo che l’Europa sopravviva, i suoi cittadini dovranno abbracciare un patriottismo civico che non veneri soltanto le pensioni e le vacanze.

Copenaghen

«Più Europa», il mantra che i federalisti oppongono a ogni battuta d’arresto del loro progetto, non deve significare il conferimento di più poteri a Bruxelles. Il paradigma di un’ulteriore integrazione europea dovrebbe configurarsi il più spesso possibile come una maggiore cooperazione tra Paesi sulla falsariga della «Europa di Stati-nazione» di Charles de Gaulle e non come un rafforzamento della burocrazia di Bruxelles. Tradotto in pratica, questo significa il trasferimento di alcuni poteri dalla Commissione europea, che non è eletta, al Consiglio dell’Ue, che è composto dai ministri dei governi nazionali. La formula «Un’unione sempre più stretta», che compare nel Preambolo del trattato del 1957 che ha dato vita alla Comunità europea e che è stata centrale nel dibattito sulla Brexit, non deve essere un dogma religioso. Creare un consenso maggiore verso una politica estera comune è l’aspetto più importante dell’integrazione, perché soltanto in questo modo l’Europa potrà esercitare la propria influenza di potenza liberale nel mondo, al fianco degli Stati Uniti.

Per quanto riguarda i valori che riterrebbero meritevoli di essere difesi, sia gli europei sia gli americani danno per scontate la pace e l’integrazione che hanno permesso loro di essere fiorenti. Quasi nessuno credeva che l’Unione sovietica potesse mai collassare, proprio fino al momento in cui collassò. Come ci sbagliavamo nel ritenere certa la permanenza del regime sovietico, così potremmo sbagliarci nel ritenere certa la permanenza della stabilità politica ed economica dell’Europa. Questo non è lo stato naturale delle cose. Nel grande flusso della storia europea, la norma sono stati Paesi e imperi che si sono disintegrati in entità più piccole o che sono stati annessi con la violenza in imperi più grandi. Il fregarsene del continente e l’andare per i fatti propri non è stato un atto estraneo al carattere nazionale del Regno Unito e, allo stesso modo, se la Germania e la Russia formassero un asse strategico non sarebbe una novità storica.

L’ascesa di Donald Trump alla presidenza segnala come sia molto diffusa tra i cittadini degli Stati Uniti la convinzione piena di hybris secondo cui gli americani e gli europei sono in grado di andare ciascuno per la sua strada. Mentre un Superstato europeo – che è sempre rimasto una chimera nonostante le speranze di una piccola élite di federalisti – potrebbe costituire un’ipotetica minaccia alla preminenza globale degli Stati Uniti, non c’è dubbio che il suo sempre più plausibile opposto – e cioè un’Europa indebolita, sbriciolata e attraversata da spaccature politiche ed economiche – sarebbe un disastro. Dal momento che l’Europa è per sua natura il punto focale attorno a cui si sviluppa la strategia americana in politica estera, non può esserci un altro “perno” che non sia l’Europa.

Lubiana

Minsk

Belgrado

Un ridimensionamento dell’Europa sul palcoscenico globale, per non parlare di un suo collasso, sarebbe una tragedia non soltanto per il Vecchio continente ma anche per l’America e per il mondo. Un’Europa divisa, più debole e meno influente significa una situazione internazionale più pericolosa. Per quanto sia stato pensato da grandi statisti europei come Jean Monnet e Robert Schuman, il progetto di integrazione politica, militare ed economica del continente sarebbe stato impossibile da perseguire senza la lungimiranza, lo spirito di sacrificio e la generosità degli Stati Uniti. Due volte un presidente americano è intervenuto in guerre del Vecchio continente. Centinaia di migliaia di giovani, della California come del Maine, hanno dato la vita per sconfiggere il fascismo in Europa. Altri milioni di giovani hanno servito nell’esercito per fermare l’avanzata del comunismo. Un’Europa formata da democrazie pacifiche ed economicamente prospere – un continente ricostruito con l’aiuto del Piano Marshall e protetto dall’esercito degli Stati Uniti – è stato il più grande regalo dell’America al mondo. Saremmo pazzi se lo lasciassimo svanire.

Se gli europei non lavoreranno insieme per risolvere i problemi urgenti del continente, potrebbe dischiudersi un futuro da incubo. In mancanza di una strategia energetica comune, l’Europa continuerà a essere ostaggio delle politiche russe su gasdotti e oleodotti. Senza una politica comune di difesa, l’Europa rischia una nuova guerra convenzionale. In assenza di un florido mercato comune alimentato da un libero flusso di beni e lavoratori, la produzione e il commercio crolleranno con il conseguente aumento della disoccupazione e dell’instabilità sociale. E senza una coesione politica il ruolo determinante dell’Europa nel mantenimento di un ordine liberale del mondo sarà molto ridimensionato. Tutti questi problemi – l’atteggiamento imbelle di fronte all’aggressività russa, la persistenza della disoccupazione, la crescita lenta e un’immigrazione fuori controllo – affondano le radici nella mancanza di solidarietà. La Germania non fermerà la sua neutralizzazione strisciante se non riconsoliderà la sua alleanza con l’America. Il modello ungherese di “democrazia illiberale” guadagnerà sostenitori in altre parti del continente se l’Unione europea non interverrà. La Grecia, senza riforme strutturali imposte dall’Ue, diventerà un’economia da Terzo mondo. L’intero apparato di sicurezza dell’Occidente potrebbe crollare sulle rive del fiume Narva, che separa la Russia dall’Estonia, se la Nato non proteggerà il suo fianco orientale. L’ostilità contro il mondo ebraico europeo continuerà se le comunità musulmane non adotteranno lo stesso impegno di sostenere i diritti degli ebrei e di riconoscere la legittimità dello Stato di Israele che l’Europa ha assunto dopo l’Olocausto. E l’intera parata di orrori potrebbe rimettersi in moto se altri Paesi europei seguiranno l’esempio inglese e lasceranno l’Unione.

L’epoca del “metterci una toppa alla bell’e meglio” è finito. Per garantire la certezza che gli ultimi settant’anni di relativa utopia non sono stati un’eccezione nella sua storia ma sono diventati la regola, l’Europa ha bisogno di un rinnovamento del suo robusto cuore liberale che è orgoglioso di una diva irsuta come Conchita Wurst così come è disposto a usare la forza per difendersi, che dà il benvenuto ai rifugiati musulmani così come è intransigente nella difesa di quei valori che questi ultimi sono tenuti ad adottare, che difende il welfare state così come protegge l’iniziativa imprenditoriale privata. Non si tratta soltanto della continuità della moneta comune, della libertà di viaggiare dalla Francia alla Germania senza passaporto o dell’esistenza dell’enorme e molto sbeffeggiata burocrazia di Bruxelles: in gioco c’è molto di più. Un’Europa disancorata da quei valori dell’Illuminismo che ha diffuso nel mondo, inconsapevole delle conquiste della propria civiltà e riluttante a proteggerle, prigioniera di demagoghi sciovinisti, non disposta a difendere se stessa, privata delle sue comunità ebraiche, separata dall’America, intimidita davanti alla Russia e ricondotta al suo precedente stato naturale, in cui i diversi Paesi perseguivano i propri meschini interessi a danno dell’unità, non sancirebbe soltanto la fine dell’Europa così come la conosciamo. Un collasso di questa entità aprirebbe la strada a un ritorno dei tempi bui.

Questo articolo è un estratto in anteprima del libro The End of Europe – Dictators, Demagogues, and the coming Dark Age (288 pagine, Yale University Press), appena uscito negli Stati Uniti e adattato per IL dall’autore. James Kirchick, giornalista, columnist e saggista, è membro del Foreign Policy Institute di Washington e scrive per il Daily Beast e Tablet. I suoi articoli sono stati pubblicati da Washington Post, Wall Street Journal, Weekly Standard e Foreign Policy. Su twitter è @jkirchick

Le immagini di questa pagina fanno parte di “Crossing Europe”, un progetto di Poike Stomps: il fotografo olandese ha visitato le capitali di tutti i Paesi dell’Europa geografica (turchia compresa), focalizzando l’attenzione sugli attraversamenti pedonali come metafora di un continente
iper–globalizzato ma anche composto da singole nazioni fortemente connotate. Vincitore di un Canon Silver Camera nella categoria “documentari internazionali (Serie)”, il lavoro è ora anche un libro, in vendita sul sito www.poike.nl
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