Salutations riprende il recente Ruminations ampliandolo e arricchendolo con impeccabili arrangiamenti. Chitarre, pianoforte, violini, Wurlitzer per il 37enne ex ragazzo prodigio dei Bright Eyes che, abbandonate le pose da tormentato, ha riversato in musica le proprie ansie e la propria solitudine

Una dozzina d’anni fa, Conor Oberst era il simbolo di una generazione di cantautori americani giovani e sfacciatamente ambiziosi. Nati in luoghi remoti, lontano dai grandi centri produttivi della musica, erano cresciuti ascoltando i dischi dei genitori con l’assurda convinzione di poterne eguagliare la bellezza incidendo canzoni su vecchi registratori a quattro piste piazzati nel locale lavanderia delle madri. Alla guida dei Bright Eyes, Oberst divenne il simbolo del cantautore intenso, tormentato ed enigmatico, la versione post grunge, post roots e post tutto di Bob Dylan. Anzi, di Bob Dylan e Patti Smith e Bruce Springsteen messi assieme. Non tutti ne amavano la spudoratezza giovanile. In un celebre passaggio di Libertà, Jonathan Franzen spediva il rocker cinico e disilluso Richard Katz a un concerto dei Bright Eyes per farlo infuriare alla vista di quei ragazzini in «adorazione assoluta di un gruppo superspeciale» e in particolare di quel cantante di gran talento, sì, ma intollerabile quando faceva il suo numero da artista profondo e tormentato.

Tony Bonacci

La giovinezza se n’è andata, il tormento è rimasto. Oggi, Conor Oberst ha 37 anni, ma a giudicare dalle sue ultime canzoni ne dimostra una decina di più. Ce n’è una in cui, in preda all’insonnia, si ficca in bocca una pistola. In un’altra immagina una figura d’artista alla John Lennon, prima venerato e poi tradito. Il sospetto è che stia cantando le proprie ansie e la propria solitudine. L’ex ragazzo prodigio ha passato un periodo decisamente complicato. Poco più di tre anni fa una ragazza l’ha accusato di averla stuprata nel 2003, alla fine di un concerto dei Bright Eyes. Lui le ha fatto causa per diffamazione, lei ha ammesso d’essersi inventata tutto. Chiunque, giornalisti e blogger, femministe e attivisti per i diritti degli uomini s’è sentito in dovere di commentare la faccenda e intanto Oberst cominciava ad associare la creatività con quell’esperienza traumatica, come ha spiegato di recente a Vulture. È partito in tour con l’idea che qualcuno gli avrebbe sparato, letteralmente. Mentre era in giro con un altro suo gruppo chiamato Desaparecidos – ecco, questi sarebbero piaciuti a Katz: niente struggimenti, solo invettive anticapitalistiche – gli è stato diagnosticato un problema d’ipertensione e gli è stata trovata una cisti nel cervello. Malato e depresso, ha cominciato a prendere pillole per stare su e cinque mesi fa ha pubblicato Ruminations, il suo Nebraska, un disco per voce, chitarra, piano e armonica registrato in solitudine nella sua casa di Omaha. Si è scoperto, poi, che quelle canzoni non erano che demo per il nuovo Salutations che contiene gli stessi pezzi più altri sette, tutti arrangiati con l’accompagnamento dei Felice Brothers e prodotti in modo impeccabile da Jim Keltner. Chitarre, pianoforte, fisarmoniche, violini, Wurlitzer, armoniche a bocca, tutto l’armamentario del cantautore folk-rock è messo al servizio di un unico scopo: attirarti con dolcezza e calore per poi farti provare un senso d’abbandono e caducità.

Salutations

L’album esce il 17 marzo e, più che un nuovo disco vero e proprio, rappresenta una sorta di secondo tempo di Ruminations. Il songwriter di Omaha, Nebraska, lo porterà in tour

Salutations non è un’opera diaristica e del resto la scrittura di Oberst è piena di immagini sorprendenti che disincentivano ogni lettura biografica. È però evidente che tutto quel tormento emotivo ha influenzato il carattere delle canzoni. C’è un’umanità sbullonata e un sacco d’altra gente radunata nell’immaginario di Oberst, da Timothy Leary a Christopher Hitchens, passando per Dock Ellis, Oliver Sacks, Patty Hearst, John Muir, Paul Gauguin, Frank Lloyd Wright e Mamah Borthwick, roba da tenere occupati gli utenti di Genius per un bel pezzo. È un disco di vicoli dove andare a caccia di escort, appartamenti abitati da tossici, pensieri malati, voglia di ubriacarsi prima di mezzogiorno, eppure è la cosa più struggente e assieme esaltante che Oberst abbia fatto negli ultimi dieci anni. Ascoltandolo, torna in mente una conversazione fra Richard e il suo amico Walter Berglund. I due sono in taxi, di ritorno dal concerto. Il primo si lamenta di avere sentito «troppe canzoni sulle telenovele adolescenziali», l’amico gli racconta con entusiasmo che l’ultimo disco dei Bright Eyes è il tentativo di continuare a credere in qualcosa in un mondo pieno di morte. Anche Salutations racconta un mondo pieno di morte, ma non sono certo che a Oberst sia rimasto qualcosa in cui credere. A dar credito a queste canzoni, è uno che s’alza dal letto, ingolla pillole contro la depressione, va a sbronzarsi nell’East Village. E con tutti i posti in cui può finire, imbocca la porta di un pub chiamato St. Dymphna, proprio così, come la santa protettrice dei depressi e dei malati mentali.

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