«Oggi la New York che ho conosciuto nel 1986 la ricordo in maniera struggente, proprio perché l’ho vissuta negli occhi e nei racconti degli altri». Pubblichiamo un estratto de “L’evidenza delle cose non viste”, il nuovo romanzo di Antonio Monda (Mondadori)

Chi non è mai stato a New York in quegli anni non può capire di cosa stia parlando. Non si tratta di una questione di energia e potenza: quelle New York le ha avute sempre. E neanche di ricchezza, anche questa è stata sempre abbondante, insieme alla miseria. Ciò che provava chiunque, in quei giorni, era un senso di inevitabilità e compiutezza. Di promessa rispettata e rinnovata in ogni momento. Di euforia e sensualità nei confronti di una realtà concreta e carnale, da conquistare, amare ed esaltare. Spingendo l’orizzonte in avanti, perché neanche il cielo può essere un limite.
Non che l’abbia vissuta molto, quella New York: quando tornavo a casa dal lavoro ero stremata, ma l’atmosfera era contagiosa, entusiasmante anche per chi inseguiva miraggi, e dalla città riceveva soltanto umiliazioni.
Neanche Warren la viveva troppo: nulla lo assorbiva più del lavoro, e la metropoli era un involucro scintillante, l’ambiente ideale per realizzare i propri progetti, ma nel quale era indispensabile difendersi dalle perdite di tempo. Insomma un mezzo, e non un fine, com’era diventata per molte persone senza radici e progetti solidi.
Ma oggi la New York che ho conosciuto nel 1986 la ricordo in maniera struggente, proprio perché l’ho vissuta negli occhi e nei racconti degli altri. Ed è stato quello il periodo in cui ho scoperto, rapita dall’emozione, dove è realmente il cuore del mondo: nulla a che vedere con il luogo che dice Warren. Si tratta di un posto modesto, senza pretese, non segnalato da alcuna guida, né celebrato da politici, scrittori o artisti. Si trova all’angolo tra la sessantunesima strada e la Madison, ed è un deli, piccolo e mal illuminato, gestito da una chiassosa famiglia di greci. Entrando in quel luogo, caotico e colorato come l’esterno, si sente subito quel forte odore di fritto che solo a New York si mescola con quello dei dolci. Gregory, il proprietario dai capelli azzimati, serve in continuazione pastrami, muffin e donut, sorridendo ai clienti che si affrettano a mangiare prima di tornare al lavoro. «Enjoy» ripete con occhi languidi, e detto da Gregory è davvero un invito a godere, anche se è proprio lui il primo a imporre un ritmo frenetico, sapendo che nel cuore del mondo il piacere può esistere solo nel godimento da catturare in velocità, prima che si riveli un’illusione. Ripete «Enjoy» anche mentre offre il caffè, e tradisce un disincanto millenario quando capisce che neanche quella bevanda darà un attimo di pace a chi già indossa il cappotto per andar via.
Ci sono capitata per caso, in quel deli, ma poi ho deciso di tornarci a pranzo ogni giorno, benché sia distante dallo studio più di dieci minuti. Ci sono andata quando ero felice e quando soffrivo: sempre a causa di Warren, ovviamente. E quando sentivo di non essere sola. O almeno di non essere l’unica a esserlo.
E mi dicevo che saranno pure illusioni, quelle che inseguono gli avventori, ma il miraggio più grande mi sembra quello di chi non ha neanche mai provato cosa significhi trovarsi lì, a un isolato dal parco e sotto i grattacieli. All’interno del cuore pulsante del mondo, dove tutto nasce o, prima o poi, passa.

Antonio Monda
L’evidenza delle cose non viste

Mondadori 2017
156 pagine, 18 euro
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