In attesa di salire sul palco di Assago il prossimo 11 maggio, il cantante dei thegiornalisti racconta la sua prima volta al Forum ad ascoltare gli Oasis senza Noel

La prima volta che ho messo piede al Forum era il 2000. Treno Roma-Milano, il mio accompagnatore è Simone, mio cugino. Aveva sentito parlare degli Oasis solo da me, ma neanche una nota conosceva. In quel tempo (perché di religione si tratta) chiunque avesse avuto a che fare con me, chiunque mi girasse intorno, aveva una storia diretta con i fratelli Gallagher. La brit mania aveva impossessato praticamente tutta la mia generazione. A metà degli anni 90 ci si riconosceva per strada, noi che appartenevamo a quel club di frangette, di Adidas e Clarks, di Parka, di ossessionati dal mondo anglosassone, meglio dall’isola Inghilterra perché l’America ancora non aveva partorito gli Strokes.

Fu un concerto particolare quello del 2000 al Forum di Assago, semplice: mancava Noel, il capo, la testa, la penna, il malinconico. Mancava Noel, ma piansi lo stesso, forse piansi anche di più. C’era uno striscione, mi ricordo che recitava così: «Where is Noel while we were gettin’ high?», tratto da frase epica di Champagne Supernova, una canzoncina qualunque, piccola, così piccola che ci ha fatto drogare tutti senza dover prendere la droga. Quelle canzoni che ti fanno salire la felicità e il mondo incantato davanti agli occhi dall’inizio alla fine. Ecco cosa sono stati per noi gli Oasis in quegli anni: sogno. O meglio, la forza di farci sognare, la forza di farci vivere un sogno. Quando Liam entra sul palco tu vuoi essere lui, nessun altro. Vuoi essere la sua giacca jeans, vuoi il suo pantalone beige e ti chiedi perché quel pantalone a lui stia così bene e a te nessun pantalone al mondo starà mai così bene.

 

Matteo Casili

C’abbiamo provato tutti nei nostri primi demo a fare il suono delle chitarre degli Oasis ma nessuno ci è mai riuscito. C’abbiamo tutti messo “stars” e “sunshine” nei nostri primi testucoli in inglese ma mai avevano la stessa potenza e lo stesso impatto che avevano queste parole quando uscivano dalla bocca di quei maledetti di Manchester! Però vi assicuro che ci abbiamo tutti provato, sbattendoci fortemente il muso. Ricordo che a ogni canzone che partiva in quel concerto spaccavo le palle a una bionda vicino a me, la coprivo di aneddoti e urlacci all’orecchio. Ti chiedo scusa ancora oggi. Se leggi questa storiella io ero quello con la felpa blu e rossa, ce l’ho ancora oggi.

Momento di muro del pianto di quella notte: Acquiesce. Canzone in cui Liam canta le strofe e Noel il ritornello, ma Noel lì su quel palco non c’era e allora Liam gira il microfono e fa cantare il pubblico al posto del fratello. Valle di lacrime. Ma la cosa che mi rimase più impressa di quell’evento fu la portata che ebbe sulla mia personalità. Il mattino seguente presi il treno Milano-Roma e di fronte a me sedeva un uomo sulla quarantina con impermeabile marrone, quotidiano in mano, e con la fottutissima tendenza a produrre con la bocca ogni dieci secondi una specie di suono catarroso misto a tossetta antipatica e rantolo schiarisci-gola. Stava veramente innervosendo tutta la carrozza perché andava avanti con questo suoni senza sosta da quando si era seduto. A un certo punto intervengo, cioè, sono appena stato al concerto della band meno educata del pianeta, chi potrà mai fermarmi: «Scusi signore, potrebbe smettere di fare quel rumore con la bocca?», «Sì, mi scusi, certo». Non l’ha più fatto. Giuro, non l’ha più fatto. Magari l’ho salvato da una nevrosi, da un tic. Quella richiesta senza quel concerto non l’avrei mai fatta.

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