Yolo / Musica

Il mio Dylan più brutto quindi migliore

di Marco Rossari
illustrazioni di DANIELA BRACCO
IL 90 17.03.2017

Pubblichiamo un estratto da “Bob Dylan” di Marco Rossari, in cui l’autore ci spiega la vera natura contraddittoria dell’artista

Ogni registrazione di Dylan è un live. Per questo si è sempre lamentato di non riuscire a cogliere, a fissare, quello che voleva fare – è sempre sfocato – e di lì il cosiddetto “Neverending Tour”, una tournée infinita che continua da secoli e che cominciò più o meno quando mise piede fuori di casa a due anni: continuare a vagare, maltrattare le canzoni, strapazzarle fino a lasciar emergere qualcosa di nuovo. È un’ossessione, una possessione: come un hobo, un trovatore, un cantastorie, un griot, un vecchietto bisbetico, a settant’anni Dylan non trova ancora pace. Brujo, bluesman. Insomma, potrebbe anche ritirarsi in un ranch a riposare, strimpellare vecchi pezzi, passare del tempo con gli amici o con se stesso o con la morosa. No, lui gira quasi tutto l’anno, vive su un brutto pullman nero, condannato a vagare tra palasport di periferia, una città dopo l’altra, Milano vale Osaka o Montréal o Helsinki, una data si confonde con le altre, la scaletta cambia sempre – non come un tempo, quando capitava che si girasse al volo e chiamasse una canzone mai provata, così la band doveva seguirlo a orecchio – ma pur sempre irrequieta e irrisolta. A leggere certe interviste la spiegazione è semplice: lo faceva Muddy Waters, perché non posso farlo anch’io?

L’idea pare incomprensibile ai più.
«Ma come mai è sempre in tour? E perché cambia la scaletta? E com’è che non si ritira?»
Non è molto difficile, agente.
Il mito dei concerti è una di quelle barbe giornalistiche che affliggono Dylan. Stravolge, rovina, rende irriconoscibili le canzoni. Gli piace, ci gode, è sadico. Tortura il pubblico. Se ne frega del successo.
Tutte cose vere, eppure la faccenda è più semplice.

Dylan suona.
È cresciuto in un’epoca in cui arrivavi a New York, recuperavi una chitarra, entravi in un locale e chiedevi se ti lasciavano strimpellare. Facevi girare un cestino e chiedevi qualche soldo. Ogni tanto ti lasciavano aprire il concerto di qualcuno (a Dylan capitò con John Lee Hooker). Se arrivavi e c’era un amico sul palco, gli chiedevi di suonare un pezzo insieme. I brani giravano di mano in mano e di bocca in bocca. Venivano rubate strofe, versi, arrangiamenti. Si suonava di continuo: in Washington Square, al Café Wha?, in casa, alle feste. I dischi erano aggeggi provvisori, formazioni momentanee di un flusso impetuoso. È questo che fanno i musicisti: provare, cercare nuove strade, avventurarsi finché non si accende la fiammella di un cerino.

Semplicemente Dylan non è mai uscito dal solco della lunga tradizione da cui proviene. Sembra “inafferrabile”, “inclassificabile”, “imprevedibile”, ma è solo uno che non ha riproposto Satisfaction allo stesso modo per cinquant’anni. Siamo così abituati a tour ingessati, noiosi, prevedibili – specchio fedele di un pubblico ingessato, noioso, prevedibile – da essercene dimenticati, da scordarlo ogni giorno. Il pubblico paga per essere compiaciuto, è questo che accade. Le luci pirotecniche, qualche canzone dell’ultimo disco, i grandi successi, l’escalation finale. Non paga per ascoltare, per brancolare nel buio insieme all’artista. Paga per ritrovare il disco che ha ascoltato in cuffia, sul computer, in auto. D’accordo, è anche una festa, va benissimo, è naturale, ma Dylan non ha mai stretto lo stucchevole patto di alcuni artisti con il pubblico, non l’ha mai trattato come un bambino scemo, non l’ha mai lisciato. Resta un viandante, uno sperimentatore, un ladro, un trickster, l’amico balordo che non mette la testa a posto.

Le otto date del tour infinito

 

1962 — Gaslight café, NY: Dylan strimpella nei seminterrati

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1963 — A Newport, Dylan (a fianco di Joan Baez) esplode

1966 — Manchester: Dylan viene contestato dai puristi – «Giuda!» – e si stufa di suonare

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1967 — Rolling Thunder Revue: Dylan divorzia e gira l’America con un carrozzone di poeti e cantanti

1984 — Al Live Aid, Dylan, con Ron Woods e Keith Richards, canta da schifo per l’Africa

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1987 — A Locarno concerto con una misteriosa folgorazione, inizio del “Neverending Tour” vero e proprio

1995 — Unplugged per Mtv

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31 marzo 2017 — Esce “Triplicate”, trentottesimo album di studio del folksinger di Duluth

Già da ragazzo l’articolo di un giornalista, a partire dal titolo, mi indispettì: «Caro Dylan, vai in pensione: così salverai il tuo mito». Prego? Quanta sciatteria in poche parole. Tu, giornalista, inviti paternalisticamente uno dei pochi personaggi per i quali si può spendere l’orrenda parola “icona” a riposarsi, a ritirarsi, per preservare un mito che non sei stato tu a creare, ma che anzi è stato osteggiato più volte, che è stato già invitato a riposare, a preservare, a reprimere – un mito che è tale perché non si è mai riposato, perché non ha mai ascoltato quelli come te, perché ha distrutto ogni singolo brano per farlo riemergere da qualche altra parte, in una zona insperata e imprevedibile. Ha sempre fatto e continua a fare quello che pochissimi di noi riescono a portare avanti nella vita: rimettere in discussione tutto di continuo, in modo istintivo e non pianificato, tanto da risultare genuinamente meravigliato quando si ostinano a chiedergli il senso di una cosa semplice.

«Non lo capite che sono ancora al Gaslight», potrebbe rispondere, «nel seminterrato, sotto la stessa luce fioca, a strimpellare con quei quattro stronzi che non hanno mai avuto successo?»
La storia del Neverending Tour è stata dileggiata da Dylan stesso all’interno di un cd, dove raccontava che in realtà è finito da un pezzo e che da allora si sono susseguiti tra gli altri il “I soldi non finiscono mai tour”, “Perché mi guardi storto tour” e l’“Esplosione di coscienza tour”.

Non è solo questo.
Gli spettacoli diventano circo, gioia, dolore, estro, gaffe, ma certo niente di studiato e di meccanico. Dylan suona senza rete, può cadere da un momento all’altro, vacilla e si rialza e riattacca a camminare sul filo. Funambolo, clown. Il suono è pessimo, la voce è in bilico, eppure dai e dai ecco che una canzone prende una forma nuova, a volte perfino ideale (sono innumerevoli le canzoni di Dylan che, già pubblicate su disco, hanno trovato la quadratura dal vivo, dopo un lavoro di modificazione in pubblico, o addirittura sono regredite fino al punto in cui la versione migliore è diventata il demo).

Non ricordo quale scrittore ha accomunato i ricci di Dylan a quelli di John McEnroe, quanto a superbia, ma non ci aveva visto male. Non tanto, o non solo, per questioni tricologiche. Soprattutto per quella che chiamerei cecità medianica. Sia McEnroe sia Dylan non sanno dove stanno andando, ma sanno di volerci andare. Ribelli senza pausa, on the road esistenziali, diabolici Sal Paradise annaspanti. Dylan racconta spesso di essere scappato per cercare una casa, perché casa sua non era lì dove si trovava. Quando McEnroe si avvicinava alla rete, non aveva idea del colpo che avrebbe provato a eseguire. Non lo sapeva nemmeno quando stava per toccare la palla. Spesso il colpo gli riusciva male, malissimo. Da ragazzino guardavo un suo incontro e ogni volta che la palla faceva quello che lui non sapeva di voler fare eppure sapeva da sempre di voler fare, esultavo come se l’incontro fosse terminato, perché l’incontro era quella cosa lì, era un incontro con se stesso, un match fatto da un unico gesto e da un unico colpo, senza nemmeno pensare all’avversario, l’esatto opposto del rivale Björn Borg, ma anche di mille altri tennisti più mediocri eppure più bravi e vincenti di lui.

Dylan si avvicina al microfono e non sai mai cosa ne uscirà: ci sono concerti con brani fatti a brandelli in cui una perla emerge e brilla come se non fosse mai stata scritta prima.
E noi l’aspettiamo.

Marco Rossari
Bob Dylan. Il fantasma dell’elettricità
Add editore 2017
144 pagine, 12 euro

Non si va a un concerto di Dylan per sentire ciò che conosciamo, ciò che ci aspettiamo. Quello che non conosciamo, quello che non aspettiamo; non la parola che squadra ogni lato, ma qualche storta sillaba secca. Appena prima di colpire, l’attimo che precede la voce, stiamo lì tutti insieme a vedere che cosa ne verrà fuori. «Diosanto, oggi ha cantato da schifo». «Ma hai sentito You’re A Big Girl Now? L’ha, come, aperta». Che cosa dovrebbe essere l’arte se non questo? Certo, anch’io sono un seguace del mestiere, uno che ripete a macchinetta di diffidare di quella cosa sciocca che chiamano talento, di credere nell’artigianato, che si tratti di scrittura o traduzione o altro. E anche io amo un bel concerto prevedibile e fracassone, a volte. Eppure non è bello che qualcuno si aggiri ancora in quella terra di nessuno che è la scintilla creativa, a costo di sembrare un buffone, un idiota, un bluff? Non è la stessa cosa che dichiara sempre di fare Don DeLillo, per fare un nome non casuale, quando racconta di non avere idea della trama, della frase successiva, di ciò che scriverà, quando dice di fidarsi delle mani, del tocco dei polpastrelli sulla macchina da scrivere, della sensazione fisica che lo aiuterà a inoltrarsi nei suoni e nelle parole a venire? Leggendo i suoi libri questa ricerca appare evidente, tanto che a volte – se riesci a uscire dall’ipnosi della pagina – perfino lui ti sembra artefatto, una montatura, uno che si avventura in un territorio così astratto da sfiorare il comico. Anche lui si muove a tentoni, anche lui fruga. Quindi, pur annaspando, Dylan fa questo, continuare a suonare, seguitare ad affinare se stesso, a muoversi nel basso artigianato, nell’alto ingegno, per emergere con qualcosa di mai visto.

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