Magazine / Prima pagina

Il senso di Putin per il populismo

di Anna Zafesova
foto di POIKE STOMPS
IL 90 17.03.2017

Mosca

Il presidente russo è un antipopulista per definizione che sa di avere interessi opposti a quelli americani e occidentali, così strizza l’occhio a Trump e punta sui demagoghi europei per indebolire gli storici avversari di Mosca

I russi non hanno visto la gaffe degli Oscar in diretta. La tv russa, talmente al passo con le novità occidentali da aver fatto uscire l’ultima puntata di Sherlock con 24 ore di anticipo sulla prima della Bbc (i famigerati hacker russi non si dedicano soltanto ai server del Partito democratico americano), ha però preferito ignorare la protesta di Hollywood contro Donald Trump, e i telespettatori hanno dovuto affidarsi, tra oscuramenti e censure, ai canali ucraini e alla Rete. Un ultimo gesto di solidarietà con l’unico politico che in 18 anni di Putin a reti unificate è riuscito a scalzare il presidente russo dal trono del personaggio più citato dai media. Ma la luna di miele tra Vladimir e Donald è esistita probabilmente soltanto nell’immaginazione dei commentatori, sia di quelli che accusavano Trump di essere «il candidato russo», sia di quelli che sognavano la nuova alba antiliberale sorgere sul mondo troppo globalizzato. I 54 miliardi di dollari di nuovi finanziamenti al Pentagono (un aumento che da solo ammonta all’80 per cento di tutte le spese militari russe), le promesse di potenziare l’arsenale nucleare americano, l’insabbiamento del progetto di abolire le sanzioni contro Mosca e soprattutto la richiesta della Casa Bianca di restituire la Crimea all’Ucraina, sono stati per l’élite russa una cocente delusione, riassunta dal presidente del comitato Esteri della Duma Leonid Sluzky così: «Avevamo pensato che Trump fosse filorusso. Ma lui in fondo è filoamericano».

Alla tavola rotonda dedicata ai rapporti russo-americani alla Duma il viceministro degli Esteri Serghey Ryabkov ha dato alle relazioni tra i due Paesi il voto “sotto zero”, attribuendo però la colpa più che a Trump, all’establishment di Washington, che vuole accerchiare la Russia in un «assedio economico». Il premier Dmitry Medvedev sfoggia falso ottimismo informando i suoi concittadini che gli toccherà vivere sotto sanzioni a «tempo indeterminato». Il vertice al quale Donald e Vladimir avrebbero dovuto finalmente incontrarsi – nonostante «l’amicizia personale» menzionata da molti commentatori come nuovo fattore della politica internazionale, i contatti tra i due presidenti finora si sono limitati a un paio di telefonate – da imminente quale sembrava ora è slittato in fondo alle agende, a margine di qualche appuntamento maggiore. A dire il vero, Putin non aveva mai manifestato troppe illusioni verso Trump, e ora anche i suoi uomini hanno abbandonato l’euforia: «Pensano che sia instabile, manipolabile, autoritario e privo di una squadra», è il riassunto del sentire dell’establishment moscovita che il direttore della radio Eco di Mosca Alexey Venediktov ha dato al New York Times. E la propaganda russa, che aveva dipinto Hillary Clinton come la terza guerra mondiale incarnata, sta ora provando lo stesso abito sulla nuova amministrazione americana, forte dei progetti di riarmo di The Donald.

Si torna alle sane vecchie abitudini, e l’idea che la potenza russa ha come nemico storico la malefica America resta al centro della politica e della propaganda di Mosca. Del resto, è lo stesso viceministro Ryabkov ad ammettere che «è difficile capire dove possiamo cooperare con gli Usa», e Svetlana Babaeva, una delle migliori americaniste russe, conferma che la Russia non ha un’agenda in comune con gli Usa: «Economicamente, tecnologicamente, culturalmente, sono Paesi lontanissimi, gli interessi degli Usa sono completamente altrove, e la cooperazione militare o commerciale ha un campo di applicazione molto ridotto». Se la guerra fredda 2.0, in corso da almeno un decennio, nonostante i titoli dei giornali la annuncino come una novità ogni due settimane, finisse all’improvviso, i russi non avrebbero sostanzialmente nessuna “to do list” da compilare. Gorbaciov e Reagan dovevano fermare la minaccia di un disastro nucleare e abbattere il Muro, le condizioni sine qua non di Putin sono tutto sommato molto più modeste: non venire disturbato da critiche sui diritti umani, tenere elezioni «né libere, né oneste», come le aveva definite Hillary, ed essere lasciato in pace in quello che considera il suo “cortile di casa” dell’ex Unione Sovietica, Crimea inclusa. Obiettivo che, tutto sommato, Trump può aiutare a raggiungere: «La speranza è che gli Usa ora saranno troppo presi da se stessi per fare pressioni sulla Russia», auspica il politologo Serghey Markov, molto vicino al Cremlino.

Reykjavík

Accantonato il sogno di un presidente americano che faceva fare agli Stati Uniti una svolta di 180 gradi verso Mosca, il fronte ora si sposta più vicino, in Europa. Negli anni passati gli uomini del Cremlino avevano presentato il Vecchio continente come una vittima del colonialismo americano, che non aspettava altro che liberarsi dal giogo atlantico per stringere rapporti più stretti con la Russia e riscoprire le sue radici tradizionali di dio, patria e famiglia. Marine Le Pen ora viene coccolata dai media russi quasi più di Trump, mentre la macchina della propaganda russa sta collaudando i suoi strumenti contro il suo avversario Macron, presentato come marionetta della «lobby gay», e i servizi occidentali si stanno armando contro l’intervento degli hacker russi nella campagna presidenziale francese. La leader del Front National ha già ripagato i favori delle banche russe promettendo di riconoscere l’annessione della Crimea e mantenendo per i russi residenti in Francia il doppio passaporto che vuole negare a israeliani e americani. Ogni volta che viene a Mosca trova un nutrito fan club: «La filosofia e la visione antiglobalista di Le Pen sono molto vicine a quelle di molti russi, e la sua vittoria sarà la fine dell’integrazione europea. Sarà un problema per l’Ue», dice a Politico.eu il capo del Consiglio sulla politica estera e la difesa Fyodor Lukyanov.

Resta la domanda su quanto Mosca voglia veramente la fine dell’Ue, e soprattutto dell’euro, nel quale tiene il 40% delle sue riserve. La parola chiave, forse, è «problema per l’Unione europea». L’Urss comunista proponeva un modello alternativo da esportare nel resto del mondo. La Russia postcomunista è perfettamente a suo agio con il capitalismo, soprattutto quando esso assume la forma di conti svizzeri, college inglesi e ville in Costa Azzurra. Non vorrebbe sostituire l’Unione europea con l’Unione euroasiatica, ne vorrebbe far parte, alle sue condizioni.

L’élite putiniana, formatasi nei ranghi bassi della nomenclatura sovietica, insieme al marxismo ha lasciato nel passato la fede in qualunque cosa che assomigli a una ideologia valoriale, sostituita da una Realpolitik che vede il mondo come un gioco a somma zero, e più problemi creerà all’Europa, più conta di approfittarne per rallentare l’erosione del suo Lebensraum ereditato dall’impero sovietico, che da un lato guarda a Bruxelles e dall’altra a Pechino. Più che proporre un’agenda alternativa, agisce in controspinta, come il suo appoggio a Trump durante la campagna elettorale era diretto più contro Clinton che a favore di un uomo che Putin ha sempre visto con scetticismo. Anche perché nulla può essere più lontano dall’ex agente dell’ex Kgb, figlio di operai cresciuto in un appartamento in coabitazione a Leningrado, del miliardario newyorkese reso famoso dalla tv. Un personaggio che in Russia non avrebbe mai potuto nascere, come una sfilza di oligarchi troppo ambiziosi e carismatici può testimoniare. La rabbia contro l’establishment cavalcata da Trump è qualcosa di impensabile nella Russia di Putin. Putin è l’establishment in persona, l’uomo che ha inventato per il suo Paese la “verticale di potere”, il politico più elitario e paternalista che ci sia in circolazione. Considerato in Occidente il capostipite dei populisti, ha come modelli Nicola I e Stalin, i simboli di quella eterna tradizione russa che vede il governante come l’argine ultimo al caos di un popolo lasciato a se stesso. È l’antipopulista per definizione. Marine Le Pen, Matteo Salvini e tutti gli altri populisti che si fanno fotografare in piazza Rossa, con molto più entusiasmo e molto meno contegno dei compagni dei partiti fratelli durante la prima guerra fredda, dovrebbero tenerlo presente.

Le immagini di questa pagina fanno parte di “Crossing Europe”, un progetto di Poike Stomps: il fotografo olandese ha visitato le capitali di tutti i Paesi dell’Europa geografica (turchia compresa), focalizzando l’attenzione sugli attraversamenti pedonali come metafora di un continente
iper–globalizzato ma anche composto da singole nazioni fortemente connotate. Vincitore di un Canon Silver Camera nella categoria “documentari internazionali (Serie)”, il lavoro è ora anche un libro, in vendita sul sito www.poike.nl
Chiudi