Il più grande scrittore contemporaneo parla senza pregiudizi dei primi mesi del nuovo presidente americano. Li giudica terribili, certo, ma leggete che cosa ci ha detto sulla «grande menzogna della Silicon Valley», sulle fake news e sull’intolleranza radicale della sinistra

Siccome per parlare di Donald Trump e dell’America di oggi bisogna entrare nel campo terribile della post verità e delle fake news, iniziamo dalla cosa più strana che mi ha raccontato Jonathan Franzen per telefono: c’è un gruppo – Yes California – che sta raccogliendo firme per un referendum per la secessione della California dagli Stati Uniti d’America. Franzen è forse l’unico scrittore americano che crede ancora nel romanzo sociale alla Dickens, quello più interessato a raccontare la società che a innovare la forma romanzo. Per questo abbiamo deciso di farci spiegare da lui in che stato è l’America dopo la vittoria di Trump e il debutto della sua Amministrazione.

È mezzogiorno di un sabato di fine febbraio, Franzen alza il telefono dalla sua casa di Santa Cruz, sulla baia di Monterey, California del Nord, «la parte bella della California», dove abita e ha un ufficio al campus universitario senza compiti d’insegnamento. È reduce dalla consegna alla rete televisiva Showtime delle prime venti ore sceneggiate della serie tv tratta da Purity, il suo ultimo romanzo. Per riposare, ora che il più è fatto e bisogna aspettare la risposta del committente, ieri si è preso il pomeriggio libero e ha guidato mezz’ora nella pioggia fino a Half Moon Bay per andare ad ammirare le nove specie diverse di gabbiano della baia.

«Prima era il Sud conservatore che parlava sempre di secessione» e invece ora l’America si è rovesciata: «La California vuole fare la secessione dall’Unione: “Who needs these idiots?, noi abbiamo l’economia…”». E intanto il governo federale conservatore vuole, contro la propria tradizione, diventare più forte e limitare i diritti degli Stati membri. «È un’epoca interessante. I soldi e il potere, tranne quello federale, sono in mano ai liberal, negli Stati ricchi».

Al di là dell’oggettiva forza economica e culturale del Golden State, la storia del tentativo di secessione sembra fatta apposta per l’epoca delle fake news: io stesso posso metterla all’inizio di un pezzo per farla diventare più rilevante, emblematica di quanto non sia, distorcendo la realtà.

Le foto di queste pagine fanno parte di “The Fence”, un progetto di Charles Ommanney. Il fotografo britannico ha immortalato la barriera innalzata lungo il confine tra Usa e Messico viaggiando in auto per tre settimane da Brownsville (Texas) fino a Friendship Park (California), lo scorso gennaio: «Dal 2006, la costruzione del muro è costata miliardi ai contribuenti. Raddoppiare gli agenti di confine non ha fermato il flusso di migranti e nemmeno i 15mila promessi da Trump lo faranno».

Contact Press Images / LUZ

Social media → post verità → populismo → muri

E di questo parliamo innanzitutto. Da uomo del Midwest, Franzen non è un militante, ma un coltivatore del buon senso. Quindi non racconta l’America di oggi riducendola a Trump: l’America che vede è in primo luogo un paesaggio frammentato, di bolle separate, dove ciascuno può selezionare i fatti a cui credere per costruire una realtà parallela.

«La questione interessante, che vi state ponendo anche in Europa, è se stiamo scoprendo che la democrazia liberale è qualcosa che è stato praticato solo da una piccola percentuale della popolazione: una volta aperta la strada alla democrazia radicale nella forma dei social media, e di Twitter in particolare, ci stiamo accorgendo che la maggior parte della gente è antidemocratica, che è crudele e cattiva e arrabbiata e piena d’odio».

Ci sono due approcci possibili, secondo Franzen: uno è che «i social media ci hanno fatto capire quanto sia davvero terribile la maggioranza delle persone». L’altro è che forse i social media favoriscono certi cattivi comportamenti. Ecco l’anima da midwesterner di Franzen, quello spirito per cui, al di là di ogni ragionamento sull’ingegneria sociale, nel fondo l’uomo è fatto per la decenza. Forse, sostiene, le persone che normalmente sarebbero più inclini ai compromessi e alla collaborazione, per colpa dei social media ragionano solo da consumatori, aspettandosi che le cose siano esattamente come le desiderano. «E se così non è, si spazientiscono».

Così, per Franzen, la proposta del muro al confine con il Messico è una buona metafora ben oltre il piano strettamente politico: è «l’incarnazione letterale dei muri che, nell’epoca del tecno-consumismo, la gente erige tra sé e i fatti che trova sgradevoli. Ma è anche un prodotto stesso dei fake facts: il “fatto” che gli immigrati senza permesso di soggiorno commettano violenze in gran numero, il “fatto” che danneggino l’economia americana, il “fatto” che la scomparsa dei posti di lavoro nel manifatturiero sia colpa loro. La realtà è sgradevole: i lavori del manifatturiero stanno scomparendo a causa dell’automazione e perché gli americani amano acquistare prodotti stranieri a basso costo. E cosi pensano che “forse questa realtà scomparirà se le costruiamo davanti un muro…”».

Contact Press Images / LUZ

Contact Press Images / LUZ

Contact Press Images / LUZ

Contact Press Images / LUZ

Silicon valley vs élite

In questo senso, Franzen non riesce a vedere una specificità americana: social media, comunicazione online, cittadini ridotti a consumatori, il quadro è molto ampio e l’elezione di Trump ne è il prodotto. La prima causa, nei ragionamenti dell’autore di Purity, è la Silicon Valley che ha creato i social media, l’idea wiki di un mondo costruito con la somma di tutte le nostre ignoranze, delegittimando qualunque ruolo delle élite.

«Questa rivolta contro le élite la vedi ovunque. In Occidente. In Europa. In Gran Bretagna. E adesso qui in America. Di colpo si è raggiunta questa massa critica. Ed è certamente possibile che tutti, ognuno per conto suo, siano diventati improvvisamente sospettosi dell’élite; ma sembra anche che la tecnologia ne sia l’artefice. Un elemento della religione della Silicon Valley è “non fidatevi degli esperti: la gente ne sa di più”. Cioè la gente comune, se collabora, ne sa di più di quegli stupidi esperti…».

L’appartenenza inevitabile a una filter bubble, a un sistema di social media che ci restituiscono solo la realtà che vogliamo vedere noi e i nostri simili, produce dissonanze cognitive: Trump governa l’America dal basso della sua percentuale di voto popolare, la più bassa di sempre per un vincitore, e l’opinione pubblica insorge, ma «nelle città la gente non ha perso la testa; e in Stati interi dell’Unione, soprattutto in California, se non ci fossero le manifestazioni non ti renderesti nemmeno conto che sia successo qualcosa di brutto a Washington».

Per i californiani in odore di secessione (ecco che di mia iniziativa trasformo una notizia in fake news, brivido!) la dissonanza cognitiva è particolarmente forte: Franzen ricorda che la California è la sesta economia del mondo, con due senatrici progressiste, e un governatore della stessa parte, Jerry Brown. Il giorno prima della nostra telefonata è stata introdotta la legge per l’assistenza sanitaria statale a tutti i californiani. È in controtendenza rispetto a quanto succede a Washington, ma siccome è finanziata dallo Stato il governo federale non si può opporre.

«Io vivo in una cittadina estremamente liberal, di universitari e di surfisti, piena di negozi vegetariani e di transessuali. La città ha messo limiti severissimi alla crescita immobiliare e la natura è preservata in modo splendido. Abbiamo una forte tolleranza per gli immigrati di ogni genere, inclusi quelli senza permesso. È la mia vita di tutti i giorni e c’è una dissonanza cognitiva tra ciò che vedo ogni giorno e le cose scandalose che leggo nei tweet del nostro presidente. Apro il New York Times la mattina, ed è tutto veramente postmoderno, surreale».

Il quadro è complicato. Se da una parte la vittoria di Trump ha ridato vigore al giornalismo e il New York Times pubblica una campagna autopubblicitaria che dice: «Verità – Oggi è più importante che mai», la vera tentazione è chiudersi nella propria bolla. «Vedi le mappe degli Stati rossi e degli Stati blu, cioè repubblicani e democratici. Sono fuorvianti. Perché se vai in uno Stato rosso come il Texas, le città sono blu. Un mare rosso con dei grossi punti blu ovunque ci sia una città. Ognuno vive nel proprio mondo, consuma le proprie notizie e sceglie quali fatti siano fatti reali».

Contact Press Images / LUZ

Birdwatching ed exit poll

Il giorno delle elezioni, Franzen non era in California, ma in Ghana, nell’Africa occidentale, dove aveva organizzato tre settimane di bird-watching con uno dei suoi fratelli e due amici. «È la stagione migliore per il birdwatching in Ghana, e poi pensavo che gli ultimi nove giorni prima delle elezioni non sarei riuscito a combinare niente, solo a pensare ossessivamente alle elezioni: tanto valeva pensare ossessivamente agli uccelli in un posto remoto». La sera del voto, parecchie ore prima dei suoi connazionali, è andato a dormire forte dei primi sondaggi a favore di Hillary Clinton.

La mattina dopo si è svegliato alle quattro e mezza, come d’abitudine per chi pensa ossessivamente agli uccelli, ha controllato il telefono e le cose sembravano essersi messe male. Si è inoltrato nella foresta, dove non c’era campo, e quando ne è riemerso la guida gli ha detto di aver ricevuto un messaggio dalla moglie, in Sud Africa: Trump aveva vinto.

«Eravamo disgustati, ma ci sembrava anche una cosa irreale. Quelli che come me hanno vissuto a New York per decenni conoscono da sempre Trump come il giovane stronzo: la sua vittoria era inconcepibile».

Franzen ha cominciato a ricevere sms dalla California, in particolare da Kathy Chetkovich, scrittrice e sua compagna da tanti anni che gli mandava foto di sé e degli amici che guardavano la tv e bevevano forte. Tra le foto, una in cui Kathy è sdraiata in posizione fetale e cerca di proteggersi la testa dalle notizie della tv.

Nei giorni seguenti, Franzen si è reso conto che doveva concludere in anticipo il viaggio di piacere. «Di solito a Kathy vanno bene i miei lunghi viaggi per vedere gli uccelli, ma stavolta mi rendevo conto che aveva bisogno di me per capire insieme che cosa stava succedendo». Voleva qualcuno con cui parlare, che la rassicurasse: «Io so essere una persona rassicurante. Guardo le cose molto dall’alto e ho una visione molto tragica del mondo…».

In un primo momento, Franzen ha pensato che l’elezione fosse stata rubata. «Un broglio enorme… macchine elettorali hackerate dai russi, magari». Poi c’è stata una seconda fase: Hillary era un candidato con molti limiti e che ha fatto una brutta campagna elettorale. A poco a poco l’elezione cominciava a sembrargli legittima. Stava attraversando i vari stadi del dolore: il diniego puro, poi la rabbia, poi la negoziazione… Intanto la sinistra era frenetica, cercava di capire come fare per impedire al collegio elettorale di eleggere formalmente Trump a dicembre e la sua compagna era tra i tanti che ogni giorno spedivano a Trump quelle cartoline che gli americani impegnati usano in massa per far sentire le proprie opinioni.

Contact Press Images / LUZ

Contact Press Images / LUZ

Contact Press Images / LUZ

Contact Press Images / LUZ

Libertà di parola: di che stiamo parlando?

«A un certo punto ho cominciato a sentirmi scontento della sinistra», in particolare per quelle associazioni che avevano organizzato un giorno di eventi per denunciare la soppressione della libertà di parola da parte di Trump. «Io non mi raccapezzavo: ma di che stavano parlando? Era il 13 gennaio e Trump non era ancora diventato presidente. Il problema poi non era la soppressione della libertà di parola, semmai l’eccesso di parole. Parole dette male. Parole sui social media. Bugie. I tweet di Trump. Nella sinistra c’era questa certezza di stare automaticamente dalla parte del giusto. Kathy ha detto che tra gli amici c’è stato un tentativo di autoesame, di capirsi come sinistra, ma quando sono tornato dal Ghana, il 24 novembre, quel processo era già terminato».

Per Franzen, il problema della sua parte politica, la sinistra, alle cui passioni, slanci e contraddizioni ha dedicato gran parte dei temi degli ultimi due romanzi, Libertà e Purity, è l’alto senso di sé contrapposto a una credulità pericolosa rispetto al mondo creato dai social media e dalla Silicon Valley. Un esempio: una cosa che non gli è andata giù del movimento Occupy, che è uno dei mondi raccontati in Purity, sono «tutti questi anarchici che comunicavano usando Twitter: anarchici completamente cooptati da questo sistema di comunicazione, da questo gigante incubo corporate che è la Silicon Valley: pensavano che fosse una forza del bene. Alcuni di noi non la pensavano così. Ora, Trump si è rivelato un maestro di Twitter e ne ha rivelato la vera natura: è un medium eccellente per creare odio, stupidità, intolleranza e isolamento».

Contact Press Images / LUZ

Pip e gli hacker

I tre mondi raccontati da Purity sono quello di Occupy, visto da una cellula californiana; il giornalismo investigativo vecchio stile raccontato attraverso le vicende di due giornalisti del Denver Post; e un’organizzazione, The Sunshine Project, ispirata a Wikileaks. Trump non c’era ancora, ma la sinistra radicale, le inchieste giornalistiche contrapposte alle fake news e l’influenza politica degli hacker sono stati tre elementi del suo successo. Creando la figura di Andreas Wolf, seduttore egomaniaco e fondatore del Sunshine Project, Franzen ha cercato di problematizzare la questione della democrazia radicale. Leggendolo lo trovai interessante, ma in quel momento non mi resi conto della potenza del confronto tra giornalismo investigativo e hacker. Oggi quel confronto si è rivelato molto attuale, considerando anche il modo in cui Trump ha sfruttato le email di Clinton pubblicate da Wikileaks e i sospetti di un intervento degli hacker russi sui server di Hillary e sui social media americani.

«Durante la mia crisi di romanziere negli anni Novanta ho riflettuto molto sul problema dei romanzi che rappresentano una realtà sociale», dice Franzen. Lo interrompo per dirgli che nel mio articolo su Purity scritto per IL avanzavo l’idea che lui avesse scritto Le correzioni solo per chiedere l’attenzione del lettore letterario, che aveva accolto con entusiasmo la sua saga familiare dopo aver invece snobbato le sue storie sociali, i primi due romanzi. Ottenuta l’attenzione, gli ho detto, sei tornato a scrivere dei romanzi sociali.

«Be’, è una teoria interessante», risponde seriamente, «la rispetto e non mi metterò a fare obiezioni». Fa una pausa. «Ma è vero, e confermo che con Purity sono tornato indietro deliberatamente, provando a rifare i miei due primi romanzi, che ambivano a essere romanzi sociali. Ho pensato che ormai ero in grado, forse, di farli meglio, perché conoscevo l’importanza di costruire il personaggio, il suo mondo interiore».

Prima di scrivere Libertà e Purity, Franzen aveva quasi rinunciato all’idea di raccontare la società: «Il lavoro è lento e stai sempre a dare la caccia a cose già successe. Così per un po’ ho lasciato perdere. Poi invece ho cominciato a pensare che il lavoro del romanziere fosse proprio dedicarsi alle cose a cui la gente non stava facendo attenzione. Se sei fortunato, come mi è accaduto con Purity, salta fuori che hai fatto attenzione a cose che solo poi sono diventate centrali. Una cosa che dà una tetra soddisfazione».

Quanto ad Andreas Wolf, e a chi considera internet una soluzione, Franzen dice: «Io vengo da una famiglia di svedesi americani scorbutici, e sospetto del potere, sempre. E nel caso della Silicon Valley io sospettavo del loro potere. I visionari stavano dicendo cose tanto stupide: abbiamo creato Facebook per un mucchio di riccastri al college ed è diventato una ficata, allora non sarebbe bello se tutto il mondo fosse su Facebook? Sarebbe fichissimo e renderebbe il mondo un posto migliore e tutti ci capiremmo e potremmo vedere che cosa pensiamo e l’intolleranza finirebbe e avremmo la pace nel mondo. Lo pensavano letteralmente. Io sono molto sensibile a questo tipo di stronzate. Sono arrabbiato da vent’anni, da quando i visionari hanno cominciato a parlarne. E ho trovato il modo di infilare queste cose nel mio romanzo. Ed è una soddisfazione, ora che la gente comincia a pensare che forse quella tecnologia non sta rendendo il mondo un posto migliore».

Contact Press Images / LUZ

Contact Press Images / LUZ

Contact Press Images / LUZ

Contact Press Images / LUZ

Politics

Gli domando, per essere chiari, se con internet possono vincere solo i Trump e se una vittoria ottenuta con le stesse armi dai suoi avversari sarà comunque una vittoria malvagia. Mi risponde che sarebbe intrinsecamente malvagia, perché quel tipo di vittoria va contro ciò che deve fare la politica in una democrazia rappresentativa: si deve credere nel potere della politica. Se si hanno degli obiettivi politici, dice, si deve poter fare di più che boicottare Uber. Non ci si può muovere solo come consumatori piccati: la politica è una cosa diversa.

«Il modo in cui funziona la politica è che i rappresentanti si incontrano, hanno visioni opposte di una stessa cosa e nessuno ottiene esattamente quel che vuole. Si fanno compromessi, e ognuno ottiene qualcosa: perché comprendiamo di essere tutti sulla stessa barca. La nazione è una specie di comunità, e la comunità deve avere dei meccanismi ragionevoli per affrontare i disaccordi». Gli dico che secondo me il problema del giovane progressista liberal medio è che, come Trump, non pensa che esistano interessi in conflitto ma solo il bene da una parte e il male dall’altra. «Esatto – risponde – ed è per questo che trovo la sinistra quasi altrettanto pericolosa, in questa fase. C’è questa intolleranza radicale, il diniego esistenziale della stessa possibilità che la parte avversa abbia alcunché di valido. Non so se possiamo tornare indietro. Ma l’idea di usare gli strumenti di Trump per battere Trump mi fa inorridire».

Così abbiamo un mondo diviso in tanti mondi dove ciascuno può vedere il mondo secondo il proprio gusto e basta, che sia Trump o il liberal, e così la politica non esiste e il paesaggio ideologico si polarizza.

«Il sogno della Silicon Valley è democratico radicale: creati il mondo in cui vuoi vivere e se i fatti non ti piacciono createne di nuovi». Questo riguarda anche chi si oppone alla polarizzazione: a Franzen, per esempio, guardare i playoff di football quest’anno ha presentato un problema: «Sono stato costretto a pensare a quante persone in quegli stadi hanno votato per Trump. Ho sempre saputo che giocatori e allenatori sono spesso conservatori. Ma il football era comunque un modo per non pensare alla politica per tre ore, il pomeriggio, e godersi la partita. Non è più possibile. Riesco solo a pensare alla politica, mentre mi guardo una stupida partita di football». Perché, dice, la polarizzazione del dibattito causata o quantomeno accelerata dai social media, fa sì che anche un uomo lontano dai social media cominci a vedere il mondo come un luogo diviso in due fazioni, dove la dialettica è impossibile.

Trump, «un uomo terribile», è il prodotto perfetto di quest’era senza dialettica, come si capisce confrontandolo con il precedente presidente repubblicano: «Ok, George W. Bush non era il massimo, ma almeno era stato governatore del Texas prima di diventare presidente! E sai che c’è? Bush è una persona carina. Non è un intollerante estremista! I messicani gli stanno simpatici! Ora invece quasi metà del Paese ha votato un uomo completamente inadatto al compito, uno che è un po’ un mostro, e che mente ogni volta che apre bocca. Ed è ovvio per tutti coloro che hanno mezzo cervello funzionante. Senza Twitter non credo che sarebbe presidente. Mi sembra un’accelerazione molto forte del processo di polarizzazione, e credo sia stato favorito dalla tecnologia».

Contact Press Images / LUZ

Voglio l’ignoranza

È il momento di prendere la tangente e parlare di Sean Spicer, il portavoce di Trump, l’uomo che ha detto che alla cerimonia d’insediamento di Trump c’era una folla record. Le sue conferenze stampa sono già un mito americano, anche nella caricatura di Melissa McCarthy al Saturday Night Live. Domando a Franzen se segue quei saggi di post truth con cui il disarmante e vulnerabile Spicer dialoga con i reporter sbigottiti dalle sue bugie.

«Le leggo ma non le guardo: non riesco a tollerare la vista di questa gente che parla in real time. È un mondo nero. E i fatti sono molto spiacevoli su molti fronti». L’automazione crescente fa perdere lavoro alla gente; la ricchezza è concentrata in poche mani; c’è l’incubo del cambiamento climatico. E il vero problema è che le persone non si vedono come cittadini, ma come consumatori: i primi partecipano alla società costruttivamente, i secondi si limitano a pretendere: «Il consumatore ti dirà: non mi piacciono i fatti, voglio l’ignoranza. E così Spicer è un sollievo per i consumatori. Perché nega la realtà».

Automazione

Chiudiamo su una visione apocalittica di badanti robot nelle case di riposo: «Si dice che i badanti robot delle case di riposo lavorano meglio degli umani, gli anziani clienti li preferiscono agli esseri umani». Non mi aspettavo che la Silicon Valley fosse così presente nella nostra conversazione. D’altra parte la logica sembra stringente: l’automazione diminuisce i posti di lavoro, il popolo si sente insicuro, l’algoritmo che filtra le informazioni sulla base delle preferenze dell’utente spinge le fake news e Trump cavalca la frustrazione. Ma che farà la Silicon Valley, arriverà da lì la soluzione anti-populista?

«Non so che cosa faranno – risponde Franzen – Secondo il New Yorker, molti di loro stanno comprando dei ranch nell’Isola del Sud della Nuova Zelanda, per andarci in elicottero quando il mondo andrà in pezzi. È la grande menzogna della Silicon Valley: dicono che stanno rendendo il mondo un posto migliore, che danno potere alla gente normale», quando invece stanno togliendo il lavoro e prendendosi tutti i soldi.

Franzen vive a Sud di Palo Alto e ha per vicini di casa gente che lavora nella valle: persone non molto in alto che amano guardare Silicon Valley, la serie tv satirica, «la mia preferita». I vicini sono felici di avere un lavoro, «ma nell’Isola del Sud della Nuova Zelanda non c’è spazio per tutti quelli che si arricchiscono con l’automazione. Prima o poi sarà inevitabile che la loro ricchezza andrà condivisa e che la gente prenderà trentamila dollari l’anno per far niente». Sarebbe bello se lo facessero. Succederà?, gli chiedo. «Forse no, perché dovrebbero prima ammettere di essere loro quelli che tolgono il lavoro alla gente». Gli dico che trovo strano che nessuno stia educando la gente a una vita senza lavoro, e lui: «È difficile essere ottimisti sul futuro. Ecco».

Chiudi