Explicit / Idee

La nostalgia per curare il mal d’archivio

di Francesco Guglieri
illustrazioni di DANIELA BRACCO
IL 90 14.03.2017

Sì, sono tornati i vinili e anche il Nokia 3310, ma il vagheggiamento di un passato più puro ha un risvolto meno innocuo: il populismo

Sul numero di dicembre di IL concludevo il mio articolo dedicato alle previsioni per il 2017 scrivendo che «il mondo è pronto per il primo leader che si presenterà armato soltanto di un vecchio Nokia 3210». Sbagliavo di poco: il modello giusto è il 3310 come quello che, con la sua indistruttibilità e la batteria eterna (se confrontata con il tempo di un sospiro a cui ci ha abituato l’iPhone), ha rappresentato l’esplosione della telefonia mobile a inizio millennio.

A diciassette anni dal lancio dell’originale, e dopo averne venduto 126 milioni di esemplari, Nokia ha deciso di rimetterlo sul mercato. Poche le differenze – lo schermo è a colori, c’è un browser minimale per navigare in internet, in generale è un po’ più piccolo e leggero del “mattoncino” che abbiamo conosciuto – e tantissime le similitudini, a cominciare dalla spartana essenzialità. Eppure, a pensarci bene, il 3310 non era un telefonino particolarmente minimale a inizio degli anni Zero. Certo, era robusto, massiccio, ma non essenziale: faceva esattamente quello che facevano tutti i cellulari di quell’epoca. E cioè telefonare, mandare sms, permettere qualche partita a Snake. Si concedeva addirittura la futile vanità di personalizzare la scocca con dei case colorati! È ai nostri occhi, abituati come siamo a maneggiare potentissimi computer multifunzione in forma di smartphone, che appare francescano ai limiti del masochismo. Ed è per questo che venderà.

Nokia 3310
telefono cellulare (2000-2017),
detto “L’indistruttibile”
nokia

Tendo a escludere che i manager di Nokia abbiano letto il mio articolo, più facile che anche loro si siano accorti del fantasma che si aggira per il mondo: la nostalgia. Trascorriamo la vita immersi in un ecosistema informativo pensato, fin nei suoi particolari più piccoli, per capitalizzare il nostro tempo e da esso estrarre valore. Notifiche, messaggi, chat, aggiornamenti dai social… centinaia di volte al giorno sfioriamo lo schermo per controllare gli stimoli provenienti dal mondo esterno, mentre la nostra attenzione si spande tutt’intorno come petrolio che spilla da una piattaforma che perde.

Quale modo migliore per limitarne la dispersione che eliminare direttamente la tentazione con un telefono che non mi permette di fare altro che telefonare come ai vecchi tempi?

Vinile,
disco in supporto per
la memorizzazione analogica
di segnali sonori

vinile

O di usare, al posto di Spotify, un apparecchio su cui non poter far altro che ascoltare musica? Tra l’altro musica che io possiedo, e possiedo fisicamente! Questo fantastico apparecchio lo chiameremo giradischi. Nel 2006, negli Stati Uniti, sono stati venduti novecentomila dischi in vinile: «Più o meno un quarto delle vendite accumulate dalla sola colonna sonora di High School Musical in cd e in digitale. Il vinile, secondo qualsiasi parametro, era una tecnologia morta», scrive David Sax in The Revenge of Analog: Real Things and Why They Matter. Da allora, però, le vendite di dischi in vinile sono aumentate del 20 per cento ogni anno per arrivare ai venti milioni del 2015, con tanto di negozi di dischi che iniziano a riaprire. Il libro di Sax, uscito pochi mesi fa, ha avuto un più che discreto successo. Del resto l’autore è bravo a mettere in fila le prove a favore della sua tesi, dai taccuini Moleskine alla frenata degli ebook, dal rinascimento dei giochi da tavola ai dischi in vinile, appunto. E altrettante ne potremmo elencare noi: dai libri sulla riscoperta del silenzio a quelli per tagliare la legna o sulla Hygge («il segreto danese per vivere felici», se vi chiedevate cosa fosse), dalle passeggiate in montagna con attrezzatura di design al digital detox, dallo yoga ai makers. Fenomeni diversissimi, d’accordo (sento già arrivare le proteste dagli appassionati di biscotti danesi), ma tutti hanno in comune l’idea di riappropriarsi della realtà concreta, fisica, con l’implicita promessa che questa realtà concreta sia anche più sana, più felice.

Il fatto è che alla rivincita dell’analogico ci vogliamo tanto credere. E ci vogliamo credere perché l’analogico, oggi, è rassicurante, è semplice, gestibile: e, soprattutto, è un oggetto finito, limitato nello spazio e nel tempo. Un redattore dell’Economist interpellato da Sax si dice convinto della sopravvivenza del giornale di carta rispetto all’edizione digitale per questa semplice realtà: il numero cartaceo lo posso leggere tutto. Posso finirlo. Il senso di soddisfazione e compiutezza che come lettore ne ricavo è l’esatto opposto della leggera ansia che mi sommerge mentre naufrago nel flusso ininterrotto delle notizie, degli articoli, degli approfondimenti, dei longform, degli status degli amici. Soprattutto se non sono attrezzato per gestire questa complessità. È lo stesso fascino che ha una collezione: un insieme chiuso e, per quanto vasto possa essere, limitato di oggetti in cui posso riflettermi e riconoscere la mia identità. Che senso ha collezionare tracce su Spotify?

Ho letto tutti i libri e la carne è triste, scriveva Stéphane Mallarmé. Oggi chi può dire di aver finito YouTube?

Retromania
ossessione della cultura pop
per il passato
cassetta

Eppure, ed è qui il paradosso, è proprio il digitale a creare questo particolare tipo di nostalgia dell’autentico, della real thing, in cui siamo impantanati. Se non esistessero le tecniche di registrazione digitali, non sarebbe mai stato possibile erigere questo soffocante regime di nostalgia hipster né, del resto, se ne sarebbe sentito il bisogno.

Per capirlo il libro fondamentale è Retromania di Simon Reynolds, testo imprescindibile del 2010 che minimum fax ha giustamente riportato in libreria il mese scorso (in italiano era uscito una prima volta per Isbn ma è un’edizione da molti anni irreperibile).

La nostalgia è sempre esistita (o almeno è esistita da quanto, nel 1688, Johannes Hofer scrisse la Dissertatio Medica de Nostalgia). Ma quella di oggi è diversa, scrive Reynolds, perché «siamo diventati vittime della nostra inarrestabile capacità di immagazzinare, organizzare, utilizzare istantaneamente e condividere una quantità smisurata di dati. Non è mai esistita una società non solo tanto ossessionata dai prodotti culturali del suo passato più recente, ma anche tanto capace di accedere al passato immediato». Il passato non è più il risultato della selezione operata dalla storia e dalla memoria, ma un qualcosa di immediatamente presente, disponibile in ogni momento, consultabile e manipolabile direttamente dai nostri smartphone: tutta la musica, tutti i video, tutti i libri, tutte le notizie, tutti i porno, tutti i gattini, tutta la scienza e tutta la scemenza. Sempre, ovunque: memoria totale, Total Recall. Siamo schiacciati dall’autorità e dal potere degli archivi, dalla loro massa gravitazionale che incombe ansiogena sulle nostre teste, dalla consapevolzza della loro presenza trascendente, più grande di noi, su cui non abbiamo alcun controllo. «Mal d’archivio» lo chiamava Jacques Derrida.

La nostalgia, quindi, è una narrazione di protezione, una strategia messa in pratica per placare quest’ansia, la paura della perdita di controllo sulla nostra vita, il dissolversi dell’identità nella moltitudine degli archivi.

Rousseau,
Jean-Jacques
filosofo (1712-1778), sistema operativo
rousseau

Il vero eroe culturale di questi anni è Jean-Jacques Rousseau. Nessuno come lui ha incarnato (e teorizzato) la figura dell’outsider: arrivato a Parigi verso i trent’anni dalla provinciale Svizzera, Rousseau, come racconta nelle Confessioni, non aveva particolari contatti e guardò sempre la casta intellettuale dei salotti – con cui pure collaborò – con un misto di rabbia e invidia, desiderio di farne parte e rifiuto, in una parola ressentiment. Da qui l’esaltazione dei semplici, della persone poco istruite, più vicine allo stato di natura, più sincere, oneste, autentiche. «Per lui l’uomo naturale è qualcuno che possiede una profonda, istintiva saggezza, del tutto diversa dalla corrotta raffinatezza della città», diceva Isaiah Berlin. Tutti i philosophes lottavano per l’emancipazione dei cittadini: l’invenzione di Rousseau, però, fu quella di mettersi lui per primo in mezzo al popolo, contrapponendosi dialetticamente alla comunità dei café parigini e dei suoi filosofi-tecnocrati. Si tratta di una sorta «di rivolta contro la società da cui il déclassé si sente escluso» e vittima.

«Mi piace la gente poco istruita», ha detto Donald Trump durante il suo discorso per la vittoria delle primarie repubblicane, nel febbraio dell’anno scorso. Viviamo nel paradosso di un presidente americano che detta l’agenda politica twittando alle cinque di mattina con il suo smartphone e nella cui vittoria hanno giocato un grande peso i social, ma che allo stesso tempo si presenta come se fosse armato solo di un Nokia 3310: perché quello che vende è la fantasia nostalgica di una purezza, di un’autenticità, che non è mai esistita; il disprezzo per gli esperti e il ceto intellettuale, per il giornalismo informato e fondato, per la discussione pubblica. Il fantasma di un mondo più semplice, meno misterioso e incontrollabile. Meno confuso, sporco, meno vitale. Meno cosmopolita.

Non so che cosa direbbe Rousseau a vedersi eletto a beniamino dei populisti di ogni latitudine (da noi i 5 Stelle gli hanno intitolato un, uhm, sistema operativo), ma sono abbastanza sicuro che potremmo chiederglielo telefonando al suo nuovo Nokia 3310.

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