Gazzelle, nome d'arte di Flavio Pardini, 27enne romano, ha appena pubblicato “Superbattito”, un disco di debutto leggero come le sneaker da cui prende il nome (storpiandolo un po')

«Questo disco è una storiaccia dall’inizio alla fine. Non parlo solo di una storia d’amore ma del distacco da alcune situazioni». Qualcuno, più semplicemente, lo chiama “crescere”, ma Flavio Pardini (Gazzelle), 27 anni tutti vissuti a Roma, ci gira intorno un bel po’. «Ho sempre scritto canzoni ma sono un tipo inconcludente e le ho tenute chiuse in un cassetto. A 22 avevo realizzato un ep che poi non ho mai fatto uscire. Invece stavolta  mi sono detto “cazzo, adesso vado fino in fondo”».  Così in due mesi ha scritto le otto canzoni che poi sono finite in Superbattito, il suo primo lavoro uscito per Maciste dischi.

«Era un momento particolare della mia vita – racconta -, ero appena andato a vivere da solo e la prima cosa che ho fatto è stata comprare una tastiera, ma visto che non avevo molti soldi ne ho presa una giocattolo. Ma che figata suonare di notte in una casa tutta per te».

Chi si aspetta da Superbattito riflessioni sui trentenni di oggi e sulla società del precariato resterà deluso: negli otto brani del disco ci sono soprattutto  frasi d’amore: «Lo dice pure Brunori, ”alla fine di che altro vuoi parlare?”, insomma tutto poi ruota attorno a quello». E quindi giù di «e passeranno gli anni prima che tu ammetta che di me volevi solo te» (Quella te), «Non mi ricordi più il mare, se penso a te ora vedo un centro commerciale» (NMRPM), «Voglia di drink e di venerdì per non vederti più dentro gli occhi blu di una sconosciuta dentro il letto mio che non sei tu» (Non sei tu).

Ma per Flavio la cosa più difficile al mondo non è rimettersi in piedi dopo una storia finita male, ma trovare un nome d’arte: «E’ stata durissima, cercavo una parola che si staccasse da me, non volevo esserci troppo. Potevo chiamarmi Comodino ecco. Poi però ho pensato che mi piacciono le Gazelle dell’Adidas, e mi piace anche il suono della parola. Io ci ho aggiunto una “z”». Il nome d’arte non è il solo stratagemma trovato da Flavio per nascondersi: all’uscita del disco circolavano di lui solo un paio di foto fuori fuoco, e sul suo profilo Instagram è quasi impossibile vederne bene il volto. «La faccia non è fondamentale, se ti piace la mia musica mi ascolti, altrimenti no», spiega. Poi però sono iniziati i concerti e chi è andato a vederli lo ha visto. «Sapevo che sarebbe successo – racconta – ne ero spaventato ma allo stesso tempo pronto. Voglio fare musica e mi prendo tutto il pacchetto completo, anche la notorietà. Però sto cercando di mantenermi uno spazio privato, o almeno ci provo».

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