Explicit / Non fiction

L’illuminato, ritratto cubista di Pannella

IL 90 17.03.2017

Marco Pannella

LaPresse

I libri sul leader radicale sono come i volumi pop up per bambini: li apri e il gigante buono balza vittorioso fuori dalle pagine

I libri su Marco Pannella sono come i libri pop-up per bambini: li apri, e il gigante buono balza fuori dalle pagine, vittorioso e tridimensionale, lasciando il lettore con tanto di naso. Possono essere meditati o frettolosi, fanatici o sarcastici, poco importa: ti fanno sempre innamorare, o innamorare di nuovo, di Pannella. Si potrebbe perfino sostenere che li ha scritti tutti lui. Che portino la firma di un ex compagno generoso o di un ex compagno indispettito, di un fervido militante o di uno scrupoloso archivista, di un politologo compassato o di un giornalista pettegolo, ben presto l’eroe dell’avventura scappa di mano al narratore e si mette a guidare le danze. E il lettore, lui pure, si ritrova a ballare.

Tra le mille immagini evocate nel libro di Giovanni Negri, L’illuminato, ce n’è una che i telespettatori insonni degli anni Ottanta non potranno mai dimenticare, non foss’altro perché Teleroma 56 la replicò con cadenza ossessiva fino a metà dei Novanta. «Siorre e siorri, il baraccone chiude!», annunciava Pannella con voce da banditore, invitando a sostenere il partito nella campagna contro la fame nel mondo. Seduto accanto a lui, un ventenne assorto e silenzioso: era Negri, allora segretario. Per l’occasione Pannella si era truccato da guitto; ma l’aveva fatto un po’ alla buona, con un pennarello, tanto che quando lo vidi mi venne da pensare al Bob Dylan imbiancato e clownesco della Rolling Thunder Revue. E a pensarci, molto più che altri libri su Pannella, L’illuminato ricorda I’m Not There, il biopic di Todd Haynes su Dylan. Lì c’erano sei personaggi che mostravano, ciascuno, una faccia del diamante dylaniano – il Poeta, il Profeta, il Fuorilegge, e così via. I capitoli del libro di Negri portano titoli come il Leader, il Protestante, il Borghese, il Nonviolento.

Il Leader si tira dietro un aggettivo: carismatico. Ma qual era la natura del carisma di Pannella? Narciso o francescano, maestro di supponenza o di umiltà dialogante, il più accentratore o il più generoso del mondo? Leonardo Sciascia provò a comporre la contraddizione pescando una formula dal repertorio del suo Stendhal: egotista. In Pannella, Sciascia non vedeva il capo del “chi non è con me è contro di me” ma il predicatore del “chi non è con me è contro di sé”. Aveva un ego così spazioso che pensava tutti potessero abitarci comodamente, trovando in quel concilio ecumenico interiore – che era al tempo stesso la sua anima, la sua radio e il suo partito – l’inveramento delle loro aspirazioni di cristiani, anarchici, socialisti, perfino comunisti. Su questo fondo universalistico, quasi cattolico, si staglia il profilo severo del secondo personaggio: il Protestante. Che odiava il verbo protestare – guai se un giornale si azzardava a chiamare “proteste” le sue lotte! – e all’appellativo di riformisti preferiva, per sé e i suoi compagni, quello luterano di Riformatori, l’insegna sotto cui gareggiò nelle elezioni del 1994. Chi meglio di un prete poteva cogliere questo tratto? Negri cita Gianni Baget Bozzo: «Marco Pannella ha puntato in sostanza a una riforma del cattolicesimo italiano, non inteso come appartenenza ecclesiastica ma come cultura del popolo. Il suo avversario è stato quella convergenza tra cattolicesimo e comunismo che è cominciata con gli anni Sessanta e che ha avuto il suo massimo risultato politico nel compromesso storico». Su questo terreno, il sodalizio con Sciascia era inevitabile; e ci si stupisce che i due abbiano potuto evitarlo così a lungo.

illustrazione di DANIELA BRACCO

C’era poi il Borghese, il “moderato intransigente” come amava definirsi, che però ripudiava la sobrietà del notabile: «Può sembrare un perfetto enciclopedista del Settecento, e subito dopo un adepto dei concerti alla Woodstock». Ma quel tocco eccentrico, fatto di cravatte di sublime pacchianeria, non era il vezzo individualistico di un dandy; al contrario, era il modo di testimoniare l’appartenenza a una storia (nessuno più di Pannella portò in politica il culto degli antenati). La storia dei “pazzi malinconici” liberali in un Paese illiberale, sempre tentati, come tutte le minoranze, di ribaltare la marginalità in orgoglio, l’impotenza politica in distinzione estetica. All’impotenza, tuttavia, Pannella non si rassegnò. Ecco così arrivare il Nonviolento, che spariglia le carte dei bellicosissimi anni Settanta importando un nuovo metodo di lotta, e lo coltiva fino a scegliersi come simbolo il volto di Gandhi. Questo accadrà con la svolta transnazionale, in cui Negri – come altri dirigenti di quegli anni, da Massimo Teodori a Mauro Mellini – vede lo smantellamento del partito, proprio alla vigilia di un’occasione storica: la Prima Repubblica crolla, e i radicali non potranno raccogliere i dividendi di una lunga lotta al regime. Bettino Craxi, assediato nell’Hotel Raphaël, farà a Pannella un simbolico passaggio di consegne: «Qui verrà giù tutto, ma tu no, adesso tocca a te. C’è un’area laica e socialista che è del 20 per cento. Devi prenderla in mano tu, curarla, andare avanti». Ma c’era davvero, poi, questa occasione? Era realistico sperarlo? Sospetto che sia un rimpianto chimerico, il rovescio malinconico del donchisciottismo liberale.

Negli ultimi minuti del film di Haynes, dopo la girandola dei doppi e delle maschere, compare finalmente il vero Dylan, che suona l’armonica. Così, l’ultimo personaggio de L’illuminato è l’Uomo. «Io non ho mai tenuto segreto nulla», aveva detto Pannella in un’intervista a Playboy. Eppure, quest’uomo senza segreti rimane un grande mistero. Cosa teneva insieme le sue molte facce? Un fiume carsico, risponde Negri, una tradizione secolare di adepti della «religione della libertà»: «Erano bambini che correvano lungo il Tamigi quando Bentham spiegava che “l’utilitarismo e l’agire sociale devono consistere nel creare la maggiore felicità possibile del maggior numero possibile di persone”, guardavano Danton raccontare alle puttane di Saint-Germain cosa stesse facendo l’Assemblea, erano con il cantautore Goffredino Mameli, che a ventidue anni si andò a beccare quella maledetta pallottola al Gianicolo cantando la sua fottuta canzone, hanno messo la stella al petto quando a Monaco hanno preso il giudeo Davide e tutta la sua famiglia, erano a Praga a piangere Jan Palach e a far evadere Havel dalla galera mentre Sartre pontificava stronzate sulle progressive sorti dei Soviet, e intanto hanno (lui ha) cambiato l’Italia». Immagine affascinante, certo; ma forse è un’illusione retrospettiva in forma di romanzo storicista. A ricomporre il ritratto cubista di Pannella val meglio il bellissimo titolo: L’illuminato. Una lampadina che ha illuminato ogni angolo buio della vita italiana per ottantasei anni. Senza attenuarsi mai, neppure l’ultimo giorno. E a dire il vero neanche dopo: apri il libro di Negri e – oplà! – te lo ritrovi davanti, con la sua criniera di cavallo, gli occhi perennemente lampeggianti, il sorriso mite e ingiallito dalla nicotina, un irripetibile incrocio bastardo di antenati nobili e plebei che scelse di restare senza discendenza.

Giovanni Negri
L’illuminato. Vita e morte di Marco Pannella e dei Radicali
Feltrinelli 2017
198 pagine, 16 euro

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