L'artista polacco ci guida attraverso le opere di CROSSOVER/S, la sua prima grande retrospettiva italiana, dal 16 marzo al 30 luglio al Pirelli Hangar Bicocca di Milano. Tra colonne di saponette e scrosci di acqua nera, un viaggio dantesco fino alla luce finale. E tra i progetti futuri spunta Drupi

Scostate le pesanti tende che introducono nelle Navate, lo spazio monumentale dell’HangarBicocca di Milano dove la Breda Elettromeccanica montava macchine elettriche di grande potenza, ha inizio la selva oscura che l’artista polacco Miroslaw Balka ha preparato per i visitatori della sua mostra CROSSOVER/S, curata da Vincente Todolí, dal 16 marzo al 30 luglio nello spazio d’arte contemporanea milanese. Le tende sono calde, hanno la temperatura del corpo umano, e l’atmosfera è buia. Il percorso espositivo, che passa in rassegna 18 opere di Balka a partire dagli anni 90, è anche un’esperienza reale: «Non è solo per gli occhi. La presenza del corpo, dei suoni, degli odori, del tatto: sono aspetti importanti per me», spiega in una chiacchierata tra le opere in cui si parla di genere umano, di politica, dei suoi studenti dello Studio of Spatial Activities al Media Department dell’Accademia d’arte di Varsavia, di Drupi. «In maggio ci sarà un’altra mia mostra nella Galleria Raffaella Cortese a Milano e voglio portare un progetto riguardante Drupi. Non so ancora cosa di preciso, ma sto facendo ricerca. Drupi è stato un cantante importante per me quando ero un teenager, era molto popolare in Polonia». Tutte le relazioni, di cui Balka si fa testimone e promotore, possono avere esiti imprevedibili.

400 x 250 x 30 (2005)

Attilio Maranzano

7 x 7 x 1010 (2000, particolare)

Attilio Maranzano

Ci avviciniamo a 196 x 230 x 141 (molte sue opere prendono il nome da rapporti di grandezza) del 2007, «un gioco tra vedere non vedere», spiega lui: «Nel buio si vede una luce, all’interno di una costruzione in legno, ma quando ci si avvicina il sensore rileva la nostra presenza e fa in modo che si spenga. Allontanandosi, si riaccende. I miei lavori devono far pensare, non li faccio per l’estetica, perché siano ammirati. Ma perché attivino l’azione del cervello: perché questa luce non splende per me? La risposta dipende da ciascuno di noi». Balka ascolta paziente impressioni e suggestioni che vengono alla mente, sorride: «Le mostre sono una responsabilità di chi le visita. La mia responsabilità di artista è portare qui una situazione. L’interpretazione dipende dal visitatore. Se è cieco o se corre aspettandosi fuochi d’artificio è un suo problema, non mio. È come leggere la poesia. Non tutti i giorni si è dell’umore di leggere una poesia, non tutti i giorni si può vedere una mostra d’arte. Prendiamo le poesie di Paul Celan. Non sono facili. Non sono per tutti i giorni. Ma sono bellissime».

250 x 700 x 455, ø 41 x 41 / Zoo / T (2007/2008)

Attilio Maranzano

Si sente uno scrosciare d’acqua da qualche parte, in alto. Balka spiega: «Questo è il suono dell’acqua, nera, dell’opera Wege zur Behandlung von Schemerzen. Il dolore di solito è nero. È una critica al modo in cui oggi si affronta il dolore: con pasticche che lo mandano via velocemente senza guardarne alla causa. Invece il dolore può essere di tante forme, storico, personale. È sul modo di comprendere il dolore per rimuoverlo». Il titolo è rimasto in tedesco perché l’opera, un fiotto d’acqua che si raccoglie in una grande tinozza, è stata esposta per la prima volta in Germania. Anche il nome della mostra, CROSSOVER/S, «è inglese: sottolinea la relazione tra singolare e plurale. Veniamo qui come singole persone ma possiamo trovare relazioni con altri e con le opere, creando energia».

La riflessione sul rapporto tra individuale e collettivo, privato e pubblico è una delle costanti dell’opera di Balka, come testimoniano 7 x 7 x 1010, una colonna altissima di saponette usate raccolte tra gli abitanti di Varsavia nel 2000, e Common Ground, 178 zerbini di case di Cracovia: due collezioni di vicende personali, intime, messe insieme forzatamente. «Come quelle dei migranti che arrivano con le loro storie che non conosciamo, e che raggruppiamo in spazi comuni: c’è anche una sfumatura politica».

Cruzamento (2007)

Attilio Maranzano

Cruzamento (2007)

Attilio Maranzano

Politica è anche l’installazione The Right Path (2008), «realizzata con l’avanzata del movimento di destra in Polonia, dieci anni fa. È un gioco con la parola right: “destra” come movimento politico ma anche “giusto”, cioè avere ragione. In realtà è più sui dubbi che il “giusto cammino” genera. Può anche essere un viaggio esotico, il ritorno alla madre nera d’Africa. Le interpretazioni sono molteplici». Il tunnel che si intraprende è buio e man mano che si avanza diventa anche caldo (è il sole esterno che lo scalda), fatto apposta per far crollare certezze. Sembra un obiettivo, per Balka: «Ci sono molti punti interrogativi nella mostra ed è bene avere queste domande, non solo le risposte. Perché insieme generano un dialogo, una relazione, il nostro essere umani».

Un tubo si muove nell’ombra, è To be, la misteriosa presenza della vita, dell’essere heideggeriano. Una croce orizzontale di rete si fa attraversare oltrepassando potenti getti d’aria: Cruzamento. Una struttura di ferro con un tino che ribolle di vino, a terra, e una fioca luce emerge sinistra: è Zoo, la ricostruzione dello zoo delle guardie del campo di sterminio di Treblinka, «l’ho fatto più piccolo, usando la mia altezza per le proporzioni». L’uomo è sempre misura di tutte le cose.

La ricerca storica ha portato Balka a realizzare opere vive, che reagiscono ai nuovi tempi in cui sono collocate. Primitive (2008), per esempio, è un frammento in loop del film di Claude Lanzmann Shoah del 1925, in cui una guardia del campo di Treblinka, filmata di nascosto, ripete: «Primitive, yes». «Stava dicendo che Treblinka era primitivo ma produttivo. Lo stesso aggettivo è usato oggi da certi politici polacchi per descrivere gli immigrati che vogliono venire in Polonia. I politici in generale, Trump per esempio, usano termini come questo, o altri che non voglio dire, in contesti pubblici come se fossero parole normali. È un processo in corso. Le nuove circostanze storiche, rispetto a quando l’ho pensata, hanno fatto diventare quest’opera attuale».

BlueGasEyes (2004)

Attilio Maranzano

To Be (2014)

Attilio Maranzano

«La politica non mi ispira in modo diretto, ma oggi, con i brutali interventi dei governi, diventa più importante. Come cittadino e artista e insegnante sento una grande responsabilità. Il mondo è sempre sul filo: può essere così oppure il suo opposto. Un gesto politico in un determinato contesto può essere decisivo».

Camminiamo sopra a 400 x 250 x 30, un piano inclinato sopra a un cilindro che sbatte violentemente a terra al passaggio. Il rumore rimbomba cupo sotto le volte industriali, mentre si apre in fondo alla navata un corridoio dalle pareti ricoperte di sapone, giallo, profumato. È la «purificazione, il corpo che viene lavato», spiega Balka mentre ci conduce verso l’ultima tappa del viaggio dantesco, il grande spazio cubico (Cubo, appunto) dove esplode la luce del giorno e appeso, altissimo, fluttua un sottile filo giallo: Yellow Nerve. Da lontano non si vede, da vicino è una risposta. Alla domanda privata che ciascuno di noi ha portato fino a lì. È poesia, sì. «Una specie di speranza, la luce alla fine dopo l’oscurità».

Miroslaw Balka

Nato nel 1958, cresce a Otwock, cittadina a 25 chilometri da Varsavia, in Polonia, vicina al campo di sterminio di Treblinka. Conclude gli studi di fisica nucleare e poi frequenta il corso di scultura dell’Accademia d’arte di Varsavia dove si laurea nel 1985. Le sue opere sono nelle collezioni di musei come la Tate Modern di Londra, il MoMA di New York, Il Moca di Losa Angeles, l’Art Institute di Chicago

Miroslaw Balka

Prot Jarnuszkiewicz

Chiudi