“La rabbia e l’algoritmo. Il grillismo preso sul serio”, il nuovo saggio di Giuliano da Empoli, esce a metà maggio. Nel frattempo la vicinanza è con David Brooks, editorialista liberale del “New York Times” che non prende sul serio Trump, non ci riesce, e si interroga sulla crisi di incompetenza che sta vivendo il suo Paese, e non solo

Giuliano da Empoli è un raffinato intellettuale e un caro amico e collaboratore di IL, animatore del centro studi Volta e consigliere di Matteo Renzi al modo professionale degli advisor dei presidenti americani. Vive a Parigi, con il privilegio quindi di poter osservare con distacco le miserie della vita pubblica italiana, cosa per cui lo invidio moltissimo, parlo del distacco, non di Parigi. Grazie a questa sua distanza anche geografica dall’Italia, da Empoli si è potuto permettere di scrivere un sapido e disincantato saggio sulla più grande catastrofe politica capitata al nostro Paese dai tempi degli anni di piombo (io non sono distaccato), cioè su Beppe Grillo, intitolato La rabbia e l’algoritmo. Il grillismo preso sul serio che uscirà a metà maggio per una nuova collana, Ancora, della casa editrice Marsilio che già dalla prima uscita si annuncia molto interessante.

Magari l’analisi di da Empoli riuscirà a convincermi a prenderli sul serio e a non chiamarli più babbeiacinquestelle, ne riparleremo sul prossimo numero, ma in attesa dell’uscita del volume mi sento idealmente vicino a un altro intellettuale, il formidabile David Brooks, editorialista liberale del New York Times, il quale vivendo a Washington e non a Parigi non può fare a meno di confrontarsi con un’altra immane catastrofe globale, Donald Trump, il Cialtrone-in-chief.

Brooks non prende sul serio Trump, non ci riesce, semmai si interroga sulla crisi di incompetenza che sta vivendo il suo Paese, e non solo il suo Paese. La vera genialità di un incompetente come Trump, scrive Brooks, è di essere troppo incompetente per riconoscere la propria incompetenza. Trump è uno convinto che le sue azioni catastrofiche siano in realtà dei gran successi; è uno che ignora la storia e per questo è condannato a ritwittarla.

L’ignoranza di Trump, continua Brooks, non è assenza di conoscenza, ma un universo alternativo di disinformazione, una specie di fertile antimateria intellettuale con una sua propria forza gravitazionale. Il problema non è tanto che Trump non conosca le cose di cui parla, ma che è prodigiosamente istruito di una specie di conoscenza che non coincide con i fatti reali. «L’immaginazione umana non è sufficientemente spaziosa da comprendere la molteplicità di modi a disposizione dei trumpiani per mandare tutto a puttane», è l’epitaffio di Brooks.

Togliete Trump e metteteci un grillino qualsiasi, da Raggi a Di Maio, per non parlare dei nemici dei microchip e degli amici delle sirene, e grazie a Brooks ci accorgiamo di essere sulla stessa barca degli americani, ma con qualche falla in più perché Trump si limita a giocare a golf e a Twitter, ma poi caccia a pedate i suoi Di Battista come il generale Flynn, mentre il bivacco di manipoli grillisti vuole smantellare il sistema della democrazia rappresentativa in nome della bufala della democrazia diretta, anzi eterodiretta da una Srl milanese. Di fronte a un’inconsistenza così sbalorditiva capisco il tentativo della Casaleggio associati, con il convegno di Ivrea, di provare a dare peso al nulla cosmico dei Cinque stelle, anche se con contenuti da romanzi Urania e visioni da Mago Otelma. Capisco molto meno l’ingenuità di quelli che si sono prestati graziosamente alla bisogna e questo, in realtà, proprio perché prendo i grillini, una forza politica inconsapevolmente eversiva, maledettamente sul serio.

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