Yolo / Serie TV

Che cosa resterà delle ragazze

di Guia Soncini
illustrazione di MARTA SIGNORI
IL 91 28.04.2017

“Girls” è finito ed è tempo di bilanci: chi è Hannah Horvath e chi Lena Dunham? Le opinioni per tutti sono la nuova pace nel mondo? Può esistere la fellatio non consensuale?

Ha portato pazienza dai 25 ai 30 anni. Mentre le dicevano che era troppo cessa per denudarsi nella serie che scriveva e produceva e interpretava; troppo viziata per meritare il successo di una cosa che aveva creato; troppo bianca per parlare di neri. Soprattutto, ha sopportato per quasi sei anni che la scambiassero per Hannah Horvath, il personaggio inconcludente e capriccioso che interpretava; Hannah che, non essendo Lena, non avrebbe mai avuto la tempra per sopportare che, sotto a ogni foto di serata di premiazione, o di set, o anche solo di colazione a letto, ci fossero immancabili schiantati che le scrivevano cose tipo «Zitta tu, che hai molestato tua sorella» (nell’autobiografia per cui ha ricevuto un anticipo così stratosferico da inevitabilmente moltiplicare gli schiantati, Lena aveva scritto di aver messo le mani nelle mutandine alla sorella, quand’erano piccole: bambine che si toccano, ma che scandalosa e inedita immagine).

All’ultima stagione prima di archiviare Girls come opera giovanile, Lena Dunham ha fatto quel che suggeriva Carrie Fisher (una da cui potrebbe dire di aver imparato tutto; Dunham è il tipo cui piace l’idea di non nascere dal nulla, di discendere da madrine artistiche il più possibile prestigiose: ha detto di aver imparato tutto da Nora Ephron ma anche da Mary Tyler Moore): ha preso il proprio cuore spezzato e l’ha trasformato in arte.

Prima, ha per un istante fornito ad Hannah il potenziale di Lena. La prima puntata della stagione d’addio si apre con Hannah finalmente abbastanza pratica da fare della migliore amica che si scopa il suo ex fidanzato quel che ne avrebbe fatto la giovane Lena: una puntata di Modern Love, lo spazio domenicale del New York Times in cui si raccontano le proprie vite sentimentali (l’elemento più fantascientifico era che, nel montage iniziale, tutti – parenti, amici, ex: tutti – leggevano il racconto la mattina sul giornale di carta: sembrava una scena ambientata nel 1985).

Poi, alla terza settimana, ha fatto quel che doveva: ci ha spiegato – in maniera così didascalica che bisogna essere davvero ottusi per non capire – che lei, Lena, non è Hannah Horvath. Semmai è Philip Roth. La puntata si svolge a casa di uno scrittore di successo, interpretato da Matthew Rhys (quello di The Americans). Hannah è stata convocata lì perché ha scritto un’invettiva su un blog femminista contro di lui, fino a quel momento un suo punto di riferimento letterario, e invece dimostratosi (l’hanno scritto delle aspiranti scrittrici su Tumblr, diamine) uno schifoso che s’approfitta delle presentazioni per portarsi in albergo giovani ammiratrici e scoparsele.

Il tema da cui parte la puntata è già lodevole, ed è un sollievo che se ne cominci a parlare (prima di Girls l’aveva affrontato, qualche mese fa, la prima puntata della terza stagione di The Affair): la sessualità umana è complessa, il dualismo non è tra «stupro» e «firma qui il modulo di consenso informato», e comunque, come ci si chiede in entrambe le serie, come diavolo fa a esistere un pompino non consensuale? (In una storia antologica di Girls raccolta dall’Hollywood Reporter, Lena Dunham commenta una scena della quarta stagione, una scena di sesso per cui le femministe dell’internet avevano gridato allo stupro, avendo esse smarrito i confini con qualunque tipo di brutalità consensuale: «Quello non è stupro, non ci somiglia neanche. Quella scena era ricalcata su un’interazione che avevo avuto con qualcuno verso il quale ho continuato a provare successivamente sentimenti molto affettuosi: la sessualità umana è complicata»).

A un certo punto il personaggio di Ryhs – autore stimato ridotto da Hannah a cliché di molestatore in nome dei clic – spiega il mondo alla giovane blogger: tu scrivi una cosa così su un sito minore, e magari la leggono quelle che vanno a scuola con mia figlia, non è che perché non la scrivi sul New York Times allora non è una violenza spropositata, questa idea che siccome non hai accesso ai grandi mezzi di informazione allora su quelli piccoli vale tutto è una stronzata. Ed è chiaro che lui è Lena, e Hannah è gli schiantati dell’internet, la cui linea di difesa è che tutti devono avere la possibilità di esprimersi (che, come frase fatta, ha sostituito «la pace nel mondo» delle finaliste ai concorsi di miss).

D’altra parte era chiaro già dal set, dalla casa in cui vive il personaggio interpretato da Matthew Rhys: quella casa arredata con le targhe dei premi ricevuti, le copertine dei best-seller, le foto dell’autore con Toni Morrison, quella casa lì è la casa di Lena Dunham tra vent’anni. Verso la fine, prima che la sceneggiatura ci sveli che avevano entrambi ragione ed entrambi torto (sì, il personaggio di Rhys è davvero un porco senza ritegno; e sì, le aspiranti scrittrici davvero non vedono l’ora che approfitti di loro), lui regala ad Hannah una copia con dedica del secondo romanzo di Philip Roth. Ed è lì che, di nuovo, Lena decide di prestare ad Hannah un po’ di sé, di farci capire come sarebbe stata la Horvath se davvero fosse stata autobiografismo senza filtri e non una rielaborazione professionale. Di farla infine somigliare più a una scrittrice che a una che lascia commenti sui social, più a un’intellettuale che a un cliché, più a una che pensa che a una che crea gif. Lo fa mandando in tilt i critici televisivi americani, che scrivono che oddio, quella lì non è mica Hannah Horvath (hanno ragione, non lo è: è la luce che filtra da una crepa e illumina la polvere, come scriverebbe Hannah Horvath sentendosi poetica). Lo fa facendo dire ad Hannah che quello di When She Was Good è il suo Roth preferito: quello che tutti considerano uno schifoso maiale, quello che liquidano come Roth al suo peggio, e invece è Roth al suo meglio. Uno come Lena Dunham. Uno che prende le proprie perversioni e le trasforma in arte.

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