La chiamano «la più settentrionale delle città italiane». Con il diffuso buonumore, i sorrisi frequenti e tanta arte ha creato una dolce vita a due passi dall’Olanda. È la prima tappa del nostro viaggio nel cuore tedesco che ci condurrà poi fino a Lipsia

 
colonia_2

Colonia

Superficie 405 km²
Abitanti 1.057.327
Densità 2.610 ab./km²

 
 
Apri la cartina su un marciapiede a caso di Colonia e subito qualcuno ti si avvicina spontaneamente, si sforza di darti indicazioni in inglese, si congeda col sorriso. «Colonia è la più settentrionale delle città italiane», dicono qui. In realtà gli italiani sono appena 20mila su un buon milione di abitanti e il dialetto locale, il kölsh – «l’unico dialetto che si beve»: si chiama come la birra tipica ad alta fermentazione – è quanto di più aspro, gutturale, crautesco si possa immaginare. L’italianità di Colonia ha a che fare con il diffuso buonumore, con i sorrisi frequenti e i locali caldi, con una dolce vita a due passi dall’Olanda. E con le legioni. Nel 49 d. C. quello che era un accampamento militare romano sulle sponde del Reno venne promosso colonia (Agrippina) e, pochi decenni dopo, capitale della Germania Inferiore. Oggi, di tutto ciò che c’era prima del 1942, rimane il Reno, che divide in due la città, rimane il duomo gotico, con le sue torri cuspidate e la sua facciata annerita e rimangono tre porte medievali ispirate alle fortificazioni di Gerusalemme. Poco altro. Il resto fu disintegrato da 261 attacchi aerei della Raf.

«Così va la vita», ripete Kurt Vonnegut nel suo Mattatoio n. 5, che racconta dell’analoga distruzione di Dresda. «Così va la vita», se lo devono essere ripetuti anche i coloniesi, prima di ritrasformare in pochi anni la città, oggi quarta della Germania per numero di abitanti, in un ricco polo commerciale, assicurativo e mediatico. Prendendo la metropolitana, a forza di passare sulle anse del Reno, di vedere alberi e piste ciclabili e chiazze di sole, ci si rende conto che di sotterraneo questa metropolitana inaugurata nel 1968 ha davvero poco, dal momento che al tempo della ricostruzione si è potuto riprogettare lo spazio urbano, quasi vergine, a misura di esigenze moderne. Così va la vita l’ho ripetuto anch’io quando mi sono scordato la valigia sul treno che dall’aeroporto di Colonia-Bonn arriva in città, e poi prosegue. Dopo due ore l’ho ritirata all’ufficio oggetti smarriti della stazione al prezzo di cinque euro. Molto, molto tedesco. Altrettanto tedesca è stata la premura con cui un corpulento köbes – cameriere locale – ha convertito il conto della storica birreria Früh am Dom – tutta vetrate multicolori e rivestimenti in legno – prima in marchi, poi in lire. Così come la scena fuori dalla Kölner Philharmonie (10). All’ingresso della piazza lastricata c’era un cartello, presieduto da due funzionari pubblici, che proibiva anche solo di camminare lì sopra: erano in corso le prove. Una signora si avvicina con la bici a mano, pronta ad attraversare la piazza, i funzionari le indicano il divieto, lei annuisce, soddisfatta e orgogliosa, e torna indietro. Per forza, quella filarmonica è la sua filarmonica. «Abolire tutte le frontiere tra mondo e cosmo, tra gli esseri umani, tra il mio e il tuo, tra tutte le cose che vediamo», si proponeva l’artista del primo novecento tedesco Otto Freundlich, a cui è dedicata la mostra Comunismo cosmico (un programma ambizioso) fino al 14 maggio al Museo Ludwig (3-5).

1

2

3

4

5

1–2

Die Kunstagentin

Maastrichter Straße, 26

+ diekunstagentin.de
 

3–5

Museo Ludwig

Hein­rich Böll Platz

+ museum-ludwig.de
 

6

La piazza di fronte al Duomo di Colonia, grandioso edificio in stile gotico del XIII secolo, che con i suoi campanili gemelli è la seconda chiesa più alta d’Europa (la prima è il Duomo di Ulm, sempre in Germania)

 

7–9

Laden Ein

Blumenthalstraße, 66. Un ristorante che si può temporaneamente affittare per proporre al pubblico la propria cucina

+ laden-ein.com
 

10

Kölner Philharmonie

Bischofsgartenstraße, 1

+ koelner-philharmonie.de

6

7

8

9

8

10

Si adatta meno allo stereotipo germanico l’atmosfera lisergica che si respira qua e là nel quartiere belga, fulcro dell’hipsterismo locale, una scacchiera di strade dedicate ai toponimi del vicino Regno trilingue. Il Theater im Bauturm e l’annesso caffè (11–12) con i soffitti tappezzati da vecchi giornali sorgono di fronte al tradizionalissimo teatro popolare Millowitsch, sull’arteria principale del quartiere, Aachener Straße, dal nome tedesco di Aquisgrana, dove questa strada ti porta dritto per dritto. Laurenz Leky, trentanovenne direttore del Bauturm, nell’aprire la porta del suo ufficio, avverte: «Scordatevi tutti i cliché sui tedeschi». Ed ecco marosi di incartamenti, torri pericolanti di faldoni, ciabatte spaiate, custodie di chitarre. Alla parete, un cartello: Köln – Minnesota. «Questa è la filosofia del Bauturm». Cioè disturbare, rimescolare, collegare la ristretta realtà di Colonia al pianeta Terra. «Glocalization», fa Leky. Nel suo teatro da 140 posti va in scena la pièce Petermann!, storia di uno scimpanzé realmente esistito. Da piccolo, star in maschera del carnevale cittadino, il più importante della Germania. Da adulto, prigioniero dello zoo di Colonia. Da vecchio, eroe: scappato dalla gabbia, pesta a sangue il direttore della struttura, mentre sta scavalcando le recinzioni viene colpito alla schiena e muore, si narra, con il pungo alzato. Una specie di Che Guevara quadrumane. Dice Leky: «Prima che cali il sipario facciamo uscire tutti dalla sala, fino al bar qui di fronte per bere e per cantare tutti assieme. Lo spettacolo si inserisce nel flusso della vita».

E addirittura in quello delle lavatrici. Quelle della lavanderia a gettoni Cleanicum Waschsalon (16–17) di Brüsseler Straße sono coronate da abat-jour e madonnine di gesso. C’è un bar, un salottino di velluto da cui i clienti contemplano le centrifughe, vacche di plastica e bici con i freni a bacchetta. Una ragazza in pantaloni di pelle si sta facendo fotografare in pose da vamp, strusciandosi contro gli elettrodomestici, da una signora fulva. All’azzardata curiosità: «Siete madre e figlia?», rispondono: «Ci siamo conosciute questa mattina». «Allora state facendo un servizio?», «No, sono foto per noi». Ogni ulteriore domanda è precipitata nell’abisso.

11

12

13

14

15

16

17

11–12

Theater im Bauturm, Café Bauturm

Aachener Straße, 24-26

+ theater-im-bauturm.de
 

13–15

Street Food Market

Rudolfplatz

 

16-17

Cleanicum Waschsalon

Brüsseler Straße, 74

 

18

Biloveg

Brüsseler Straße, 21

18

Dove precipitano anche i pregiudizi ideologici entrando nel vicino Die Wohngemeinschaft (20–23) (“la comune”), a metà tra un ostello di lusso e un centro ricreativo. Se è vero che attorno al bar del piano terra sta parcheggiato un furgoncino Volkswagen anni 60 e dietro al ping pong giganteggia un murale di Mao Zedong, al primo piano la camera Juri rappresenta l’interno di uno space shuttle e la Tamara è a tema Via col vento. Due innegabili simboli del capitalismo Usa. Ricorda Sören, uno dei gestori: «Il Muro di Berlino è caduto trent’anni fa».

Mentre quelli che strutturano la città di Colonia, rimasti in piedi nel 1989, sono spesso ravvivati da disegni multicolori. Murales ordinati, mai sovrapposti, quasi sempre gradevoli, trasgressioni in parata. La più importante occasione per realizzarli è CityLeaks, un festival di street art che si tiene un settembre sì e uno no. È tutto legale, artisti come il collettivo Captain Borderline e Tika decorano le superfici d’accordo con le autorità e con i proprietari di stabili e case. La curatrice della prima edizione del 2011, Anne Scherer, oggi ha una galleria nel quartiere belga, Die Kunstagentin (1–2), che adesso espone i quadri sgargianti di Will Barras, pioniere dell’arte da strada della generazione di Bansky. «Il movimento è ovviamente nato all’aperto. Ma perfino gli street artist finiscono per aspirare all’eternità», dice. «Le opere sono più in balìa di intemperie e ristrutturazioni sulla strada che nel salotto di un collezionista». Proprio a Colonia Thomas Baumgärtel, soprannominato “Robin Hood dello Zeitgeist”, disegnò il suo primo graffito clandestino a forma di banana. Ora il disegno campeggia all’ingresso di cinquemila spazi espositivi in giro per il mondo – anche fuori da Die Kunstagentin – come stemma universale di espressione artistica.

Dai graffiti agli stemmi, dalla clandestinità all’accettazione istituzionale, dagli squatter ai borghesi, dagli amari al gin. La gentrificazione non perdona. «Dieci anni fa qui ci vivevano un sacco di anziani. Adesso per loro prezzi e musica sono troppo alti», dice Christopher van Laack, proprietario, insieme alla madre Gisela, di un’etichetta di gin che porta il loro cognome. «Il mio bisnonno partì con un bitter, il Köbes (come il cameriere). Ora il gin è il nostro prodotto di punta. Non lo vendiamo alla grande distribuzione ma solo a bar alternativi». Armeggia insieme alla madre dentro al motore di un’auto, parcheggiata in una via belga. «Distillavamo proprio qui nel centro di Colonia. Poi, per colpa delle severe norme europee, abbiamo dovuto spostare la produzione fuori città, a Nord», sbuffa.

19

20

21

22

21

23

19

Hallmackenreuther

Brüsseler Platz, 9

+ hallmackenreuther.d.dom.de

20-23

Die Wohngemeinschaft

Wagner Straße, 39

+ die-wohngemeinschaft.net

Per una fabbrica che va in campagna, nel quartiere arriva un negozio di moda vegana, Biloveg (18). Scarpe fatte di cereali che perfino al tocco sembrano di cuoio (il costo supera i 400 euro), pochette e porta iPad apparentemente in rettile, in realtà in «pelle d’ananas». L’ha aperto quattro anni fa, nel quartiere, un napoletano, Michele, insieme alla sua ragazza tedesca, Bianca. «Quasi tutti i nostri prodotti sono Made in Italy. Ma io in Italia, a Napoli, ci impazzivo. Avevo bisogno di precisione», dice lui. Gli interni sono fatti con il legno riciclato dalle impalcature, le candele aromatiche bruciano in belle ex bottiglie decapitate. «In Germania c’è una sensibilità ecologica molto diffusa».

Kebab, hamburger, dim sum di crostacei, empanadas, pizza, un turco che urla «I’m the king of bacon». Non esattamente un manifesto vegano, lo Street Food Market (13–15) che si tiene ogni giovedì dalle 16 sui sampietrini sotto alla porta di Rudolfplatz, giusto al confine tra centro (a)storico e quartiere belga. Laurence, proprietaria di Délibon, un furgoncino bianco e rosso che serve crêpes e gallette, indicando le sue amiche appoggiate al bancone, dice: «Ci siamo conosciute tutte qui, all’università per il management sportivo più importante della Germania. Poi siamo rimaste. Io ho cambiato strada. Questa città non è la più bella d’Europa, ma è talmente vivibile che quello che fai per campare passa in secondo piano».

Alcuni venditori ambulanti di cibo parcheggiano per due settimane concept e piatti in Blumenthalstraße 66, da Laden Ein (7–9), ristorante pop up in cui si alternano cucine etniche, classiche, sperimentali. Una laica cassa di risonanza del gusto, una liberale roulette di menu a ridosso del Reno. Dice Rhaya, proprietaria del Mashery Hummus Kitchen, temporaneamente ospitato da Laden Ein: «La gente si affaccia e decide se il cibo del momento fa al caso suo. E da qualche tempo, in città, siamo portati a credere che il menu di domani sarà meglio di quello di ieri».
 
 
filo_2-01

Colonia Hipster

Gli indirizzi da non perdere

ger17_00275

The New Yorker

Hotel che sorge davanti a un’ex fabbrica, a qualche fermata di metro dal centro. Dentro, il design moderno duetta con Mozart e Vivaldi, che si alternano a colazione.

Deutz–Mülheimer Straße, 204

+ thenewyorker.de
 
filo_2-01
 
ger17_00372
ger17_00376

Monsieur Courbet e Groove Attack

Il primo, al piano terra, è un negozio di moda maschile con abiti di ricerca, pellami e denim. «Good clothes, good music», sintetizza il commesso, Frankie. Nel seminterrato, Groove Attack vende dischi. Anche dell’omonima etichetta, specializzata in soul, funky e R&B.

Maastrichter Straße, 49

ger17_00256
ger17_00248
ger17_00326

Schmitz

Uno dietro l’altro, con lo stesso cognome, ci sono il Salon, la Metzgerei e il Bar. Il primo è un locale animato, con muri di mattoni e clienti alla moda. Il secondo non è solo una macelleria, ma una bella gastronomia con tavoli anche all’esterno e, all’occorrenza, un take away. Il terzo è un bar ristorante più pettinato che serve tra i migliori gelati della città. Schmitz produce la propria kölsch e il proprio caffè.

Aachener Straße, 28, 30, 34

+ salonschmitz.com

ger17_00455

Kurz oder Lang

Parrucchiere e barbiere che significa “corto o lungo”. Il proprietario, Detlef, è gentile e, a modo suo, molto snob: «Siamo gli unici di tutto il quartiere belga che non fanno tagli alla moda».

Brüsseler Straße, 78

 
filo_2-01
 
ger17_00477

Franta – Objekte & Design

Negli anni 90 riforniva le produzioni televisive. Se l’industria delle tv private di Colonia è in declino, Franta pullula ancora di oggetti colorati
e bizzarri.

Maastrichter Straße, 18

+ franta-koeln.de

Chiudi