Dossier / Elezioni tedesche

Fratelli (lunghi) coltelli

24.04.2017

“Noch 4 Jahre”, il racconto della campagna elettorale tedesca. A Colonia Alternative für Deutschland ha scoperto di essere alternativa anche a se stessa: il movimento è arrivato diviso al Congresso e diviso ne è uscito

IL pubblica “Noch 4 Jahre?”, la newsletter sulle elezioni tedesche curata da Edoardo Toniolatti. Per ricevere la newsletter nella propria casella mail ci si può iscrivere qui.

 

Verso Colonia, ovvero Riassunto delle puntate precedenti

Alternative für Deutschland arriva al Congresso di Colonia in uno dei momenti peggiori della sua breve storia.
Il partito è ormai profondamente diviso, e la lotta per il vertice è entrata nelle ultime settimane in una fase cruciale e di grande intensità.
La stessa Frauke Petry, in un documento preparato per il Congresso, identifica le due fazioni principali in campo: da una parte la sua, che mira a rendere il partito sempre più mainstream e a farne nei prossimi anni un potenziale partner di governo a destra, e dall’altra quella degli avversari, più orientati verso una strategia di “opposizione fondamentale” il cui unico sbocco sarebbe invece, a suo dire, un crescente isolamento. Insomma, da una parte i Realos (i “realisti”) e dall’altra i Fundis (i “fondamentalisti”). I Fundis, poi, non sono in realtà un blocco così omogeneo, ma hanno trovato nell’ostilità alla leader un tratto unificante che per adesso regge. Tanti segnali, poi, puntano verso una debolezza sempre maggiore di Petry.
Ad esempio, lo Stern ha pubblicato un bell’articolo in cui si racconta, fra altre cose, di una teleconferenza a cui hanno partecipato, a inizio aprile, i Landesvorsitzende (i segretari regionali) del partito. L’ordine del giorno riguardava proprio i contenuti del documento di Petry, che in quei giorni iniziava a circolare. Bene: solo il segretario dalla Sassonia (Land di provenienza della leader) ha votato a suo favore. Dodici contro.

Mercoledì 19, però, a un paio di giorni dal Congresso, la bomba: Petry rinuncia alla candidatura, annunciandolo con un video sulla sua pagina Facebook.

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Un’immagine del video con cui Frauke Petry ha annunciato il suo passo indietro

 
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Questo, invece, è un tweet a commento dell’account satirico Frau Kepetry (Frau vuol dire “signora”): «Non sarò la candidata di AfD per queste elezioni – forse la prossima volta. O magari aspetto fino al 2033»

 

Lo fa, dice, per evitare che un momento cruciale come questo, in cui il partito deve decidere quale percorso intraprendere e che identità costruirsi, rimanga preda di personalismi e scontri legati più a interessi egoistici che a contenuti politici.
Hanno vinto i Fundis, quindi? Beh, calma: non è così semplice.
Petry rinuncia a candidarsi, ma certo non a proporre al Congresso la sua svolta strategica “realista”: l’idea è quindi rinunciare a essere il volto sui cartelloni, ma restare lo stesso saldamente al timone – e indebolire così in maniera decisiva gli avversari interni. Tra l’altro, a Colonia si deciderà il nome del candidato (o dei candidati), ma non è previsto il rinnovo delle cariche: almeno formalmente, quindi, la sua leadership questo weekend non è in pericolo. Solo formalmente, però: e non è affatto detto che basti.

La notizia, comunque, ha colto molti di sorpresa, anche nel partito, e ha acceso la discussione su nuovi potenziali candidati: ormai l’ipotesi più probabile sembra una candidatura doppia – possibilità di cui si discuteva già nelle scorse settimane, con Petry affiancata da Alexander Gauland, suo vice e uno dei capi dell’opposizione interna. Ora si fa il nome di Alice Weidel, giovane economista e consulente del Baden-Württemberg, che si sta facendo notare in questi giorni per le sue durissime dichiarazioni successive al risultato del referendum di Recep Tayyip Erdogan: sostanzialmente, secondo Weidel bisognerebbe revocare la cittadinanza tedesca ai turchi che vivono in Germania (che in grande maggioranza hanno votato a favore della riforma) perché, adesso, non si può più essere sicuri della loro lealtà. Gauland la stima moltissimo, gli altri Fundis meno: anche lei, infatti, figura fra quelli che hanno votato a favore dell’espulsione di Björn Höcke dal partito. E proprio il deputato della Turingia, ormai da mesi al centro delle polemiche per le sue dichiarazioni sul monumento alle vittime dell’Olocausto di Berlino (un “monumento alla vergogna”) e per la propria vicinanza al mondo neonazista, sembra poter diventare uno dei maggiori beneficiari del passo indietro di Petry.

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Un ritratto di Björn Höcke apparso sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”

 
Nonostante l’avviamento della procedura di espulsione, nonostante l’esclusione dalle liste elettorali per settembre, Höcke è stato comunque votato dalla base del partito in Turingia come delegato al Congresso di Colonia, ed è pure venuto fuori che la delegazione di Brema ha pronta una mozione di annullamento dell’espulsione. Quello che doveva rappresentare l’esempio di come Petry tratta gli estremisti nel partito rischia ora di diventare invece il simbolo della resistenza contro di lei.
Höcke comunque non sarà a Colonia: con un video su Facebook – anche lui – ha annunciato che non parteciperà, perché non vuole essere causa di polemiche o di eccessive polarizzazioni. O magari è anche che la location del Congresso è il Maritim-Hotel, e nella catena di alberghi il deputato della Turingia è dallo scorso febbraio persona non grata.

Colonia, intanto, si prepara: sono previste almeno due contromanifestazioni, e presenza massiccia della polizia. I negozi del centro resteranno chiusi, e addirittura per quattro giorni il centro della città sarà no-fly zone.
Si mobilita anche la Chiesa Cattolica, che invita a dimostrazioni pacifiche contro AfD coniando il motto Unser Kreuz hat keine Haken, letteralmente “la nostra croce non ha uncini”: riferimento diretto alla Hakenkreuz, la svastica.

 

Il Congresso, ovvero Un tranquillo weekend di paura

Che l’atmosfera sia tesissima lo si capisce subito: già sabato mattina alcuni manifestanti hanno cercato di bloccare l’ingresso dei delegati, ed è dovuta intervenire la polizia. Dentro il Maritim-Hotel, poi, diventa presto chiaro quale piega prenderà la faccenda: l’assemblea decide infatti a maggioranza di non votare sul documento di Petry, e di non accettare modifiche all’ordine del giorno. Questo significa che non si voterà sulla procedura di espulsione di Höcke, ma che resterà esclusa anche la mozione con cui Petry intendeva inserire nel manifesto del partito il rifiuto di ogni ideologia razzista, antisemita e nazionalista, una mossa pensata proprio per mettere in difficoltà i suoi avversari. Insomma, secondo la leader si è deciso di non decidere: un grave errore, a suo giudizio. Viene anche proposto, da delegati a lei vicini, di andare in campagna elettorale senza scegliere un candidato cancelliere: in questo modo, pur senza un’investitura ufficiale, il ruolo di leader del partito le garantirebbe una visibilità maggiore, e di continuare a essere percepita dall’elettorato come il volto di AfD. Ma niente da fare: il 56,1 per cento dei votanti è contrario. Ci sarà un candidato, o più di uno, ci sarà un volto sui cartelloni: e non sarà quello di Petry.
La cosa diventa ancora più chiara quando sale sul palco Jörg Meuthen, co-leader del partito e anche lui uno dei capi dell’opposizione interna. Invita tutti alla calma, Meuthen, e poi inizia l’attacco: contro la stampa, colpevole di rappresentare AfD in modo distorto (e vai di Lügenpresse!); contro la Spd, e il suo candidato “Kim Jong Schulz” (grandi applausi); contro i sondaggisti, che riportano dati sbagliati; contro una classe politica con cui non è pensabile alcuna alleanza, né ora né in futuro, ma a cui bisogna invece contrapporre un partito di opposizione “forte come un orso” (bärenstarke Oppositionspartei). Ed è preoccupato, Meuthen, di vedere così pochi tedeschi in giro, quando va a passeggio per la sua città, Essen, che da qui non è neanche tanto lontana. È preoccupato perché vede in giro soprattutto immigrati: «E noi non vogliamo diventare una minoranza nella nostra stessa terra».
La sala si alza in piedi ad applaudire entusiasta; Petry rimane seduta. Una efficace rappresentazione plastica della situazione che chiude la giornata di sabato: come titola il live-blog dello Stern, curato dal giornalista Wigbert Löer, ciò che abbiamo visto è l’umiliazione di Petry, e il trionfo di Meuthen.

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Jörg Meuthen e Frauke Petry

 
Domenica arriva il programma per il voto di settembre, e si capisce che la musica non cambia, rispetto a sabato. Innanzitutto, una politica estremamente rigorosa su rifugiati e migranti: è prevista una quota minima di espulsioni, e l’opposizione ai ricongiungimenti familiari. Compare anche la misura molto controversa di cui parlavamo qualche tempo fa: la revoca cioè della cittadinanza tedesca per gli immigrati colpevoli di alcuni crimini specifici. E si mette nero su bianco che «l’Islam non appartiene alla Germania».
Si parla anche di misure a sostegno delle famiglie, per una vera e propria “politica di ripopolazione” che ponga fine alla “tendenza all’autoannullamento” dei tedeschi; e non manca, naturalmente, l’uscita dall’euro – il punto caratterizzante del partito fin dalla sua nascita. Soprattutto, però, arrivano i nomi dei candidati alla Cancelleria: e sono quelli, di cui si parlava già da qualche giorno, di Alexander Gauland e di Alice Weidel.

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Alice Weidel e Alexander Gauland

 
In tutto questo Frauke Petry rimane sullo sfondo, quasi un’estranea passata lì per caso. L’unico momento in cui ritorna al centro della scena, e strappa qualche applauso, è quando Gauland ricorda che il partito ha bisogno di lei per la campagna imminente. Belle parole, ma di circostanza. Certo Petry è ancora formalmente al vertice, è chiaro però che la sua sconfitta è pressoché totale.
 

E ora?

Non è detto, però, che la lotta interna sia conclusa. Petry è estremamente debole, in questo momento, ma il suo ruolo le consente di restare in qualche modo nella stanza dei bottoni: per quanto, però, chissà. Vedremo se e come parteciperà alla campagna elettorale: è pur sempre la capolista in Sassonia e uno dei volti più riconoscibili della politica tedesca. Ed è difficile che rinunci una volta per tutte al suo progetto di svolta strategica: nonostante questa pesante sconfitta, infatti, ha già dichiarato che i prossimi mesi mostreranno come «durante una campagna elettorale sia necessario tirare fuori ben più che un bel discorso a un Congresso», un’evidente frecciata all’applauditissimo intervento di Meuthen di sabato.
Vedremo.
Ma la domanda che frulla in testa, dopo questo weekend, è la stessa con cui si chiudeva questo articolo dello Spiegel di qualche giorno fa: quanto a lungo Frauke Petry rimarrà dentro AfD?

 

Bonus Tracks

C’è una interessante serie di tweet da parte di Cas Mudde, politologo olandese dell’Università di Leida, che traccia in maniera schematica ma precisa la breve storia di AfD, e mostra come Frauke Petry sia in realtà vittima della stessa frangia populista e radicale che lei stessa aveva sfruttato, nel 2015, per conquistare la leadership: non va dimenticato, infatti, che fu proprio lei a far fuori il gruppo dei fondatori originali (conservatori più ortodossi seppur molto a destra e anti-euro in ambito economico), insistendo sul recupero di tutto quel repertorio völkisch (letteralmente “popolare”, ma ormai inteso quasi esclusivamente in senso nazionalista) che suona come una parola d’ordine per molti estremisti. Come titola la Süddeutsche Zeitung, insomma, Petry lotta contro spettri che lei stessa ha evocato.

Un altro spunto notevole nell’articolo dello Stern citato in apertura riguarda le dichiarazioni di Michael Klonovsky, ex collaboratore di Petry e autore di alcuni suoi discorsi, soprattutto riguardo al rapporto della leader con il marito e compagno di partito, Marcus Pretzell. Secondo Klonovsky, Petry è essenzialmente “telecomandata” da Pretzell, che l’ha condotta “su un sentiero tragico” in cui esistono solo tatticismi e lotte di potere contro i nemici interni.

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La traduzione di un breve estratto dell’articolo

 
Se non altro, una lezione possiamo trarla da questo fine settimana: non è mai una buona idea sposarsi quando in città c’è il Congresso di un partito di destra e sono previste contromanifestazioni. Sedici coppie che avevano programmato le nozze per sabato nel municipio storico di Colonia, infatti, hanno dovuto ricorrere alla scorta della polizia per raggiungere il luogo e muoversi nel centro, praticamente paralizzato.

Dal Congresso di AfD è emersa l’immagine di un partito estremamente tradizionalista anche riguardo alla famiglia: ad esempio, nel suo discorso di sabato Meuthen ha detto che dev’essere motivo di orgoglio far parte di un movimento in cui militano tanti genitori, a differenza di altri partiti guidati da gente senza figli – una stoccata, per citare solo un caso, ad Angela Merkel. E nel programma si insiste molto sulla famiglia tradizionale composta da padre, madre e prole, centro della società da sostenere in ogni modo per ripopolare la Germania di tedeschi autentici.
È in qualche modo interessante, allora, la scelta di candidare Alice Weidel: dichiaratamente omosessuale, è unita in Lebenspartnerschaft (il tipo di unione civile esistente in Germania) con la sua compagna. Vivono insieme, naturalmente, e hanno due bambini.
 
Qui potete recuperare i numeri precedenti

Un ringraziamento poi a hookii.it, che rilancia le nuove uscite di questa newsletter.

Infine, se vi va, mi potete trovare su Il Segnale, insieme a Daniele Bellasio, Francesco Maselli e Gabriele Carrer, per capire qualcosa di più di politica italiana, francese e inglese.

E se proprio non ne avete ancora abbastanza, ho anche un blog, Sutasinanta, dove ogni tanto scrivo di altre cose.

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