Dossier / Elezioni francesi

I tre moschettieri sono quattro

17.04.2017

“Présidentielle 2017”, il racconto settimanale della corsa all’Eliseo. Sorpresa! La campagna elettorale conta ancora: a pochi giorni dalle elezioni, quasi tutto è cambiato rispetto a qualche mese fa. E la gran rincorsa del candidato della sinistra radicale Mélenchon conferma che il voto per il primo turno, che vede ancora in vantaggio nei sondaggi Le Pen e Macron, ha quattro protagonisti (il terzo è Fillon)

Ogni lunedì IL pubblica “Présidentielle 2017”, la newsletter settimanale sulle elezioni presidenziali francesi curata da Francesco Maselli. Per ricevere ogni domenica sera la newsletter nella propria casella mail ci si può iscrivere qui

 

1-Quattro candidati possono qualificarsi al ballottaggio. La situazione è inedita e difficilmente prevedibile. Come ci siamo arrivati?

2-Jean-Luc Mélenchon continua a recuperare nei sondaggi. Cosa rappresenta il candidato della France Insoumise?

 

1-Viva le campagne elettorali!

Questa newsletter, che con grande fantasia ho battezzato “Présidentielle 2017”, è cominciata il 25 settembre 2016. Se mi avessero detto che avrei assistito in prima persona a una delle campagne elettorali più strane e imprevedibili della Quinta Repubblica francese ci avrei creduto, perché le premesse per un’elezione diversa dalle altre c’erano tutte. Ma che arrivassimo al punto in cui siamo oggi, con quattro candidati a pochissimi punti percentuali l’uno dall’altro a una settimana dal voto, era impensabile. Guardate questo sondaggio e per una volta ignorate i numeri, ma fate attenzione ai nomi.

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La situazione attuale è invece questa
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Sono scomparsi due ex presidenti della Repubblica (François Hollande e Nicolas Sarkozy) e due ex primi ministri (Alain Juppé e Manuel Valls, che non era inserito in questo sondaggio ma iniziava ad apparire in alcune simulazioni). I candidati dei due principali partiti, Benoît Hamon e François Fillon, non figuravano nemmeno tra i possibili nomi in corsa.

Ci sono due insegnamenti che possiamo trarre da queste istantanee. Il primo è che il sistema politico che ha retto il Paese dal 1958 a oggi è completamente saltato. Tra i quattro candidati che possono aspirare alla qualificazione al ballottaggio solo uno, François Fillon, è il leader di un partito tradizionale, che tra l’altro ha scalato da outsider; Marine Le Pen rappresenta il partito erede del governo collaborazionista di Vichy, quel Front national considerato fino a pochi anni fa una vergogna nazionale; Emmanuel Macron è un giovane funzionario di 39 anni, ex banchiere, che ha fondato un movimento politico un anno fa con l’esplicito proposito di andare oltre le divisioni tradizionali destra-sinistra; Jean-Luc Mélenchon è il candidato della sinistra radicale, un politico di lungo corso che ha lasciato il Partito socialista dopo anni di cocenti e umilianti sconfitte ai congressi interni.

Forse non cambierà il sistema istituzionale con cui funziona la Francia, avremo ancora un presidente della Repubblica eletto a suffragio universale e un Parlamento eletto con un maggioritario a doppio turno, ma il sistema dei partiti che vedremo affermarsi dopo il 7 maggio sarà completamente diverso. È fisiologico che gli attori politici cambino e le esperienze ideologiche arrivino a una conclusione: probabilmente è questo che ho raccontato e visto in questi mesi, insieme a voi che come me vi siete divertiti, siete stati sorpresi dagli scandali e dai colpi di scena, e ora siete curiosi di capire come va a finire.

Sullo sfondo François Hollande, un presidente talmente impopolare da suscitare non odio, non rabbia ma indifferenza e talvolta ironia. François Hollande, primo presidente della Repubblica a non poter difendere il suo mandato, distrutto dalla sua vanità e dalla sua incapacità di farsi comprendere dai francesi. François Hollande, che continua a dare interviste ai giornali commentando serenamente l’attualità politica come fosse un editorialista, giudicando i vari candidati e lasciando intendere qual è la sua preferenza: Emmanuel Macron, autore di una scommessa politica “coraggiosa” e dopotutto “in continuità” con la sua presidenza. François Hollande, il capo dello Stato più impopolare della storia che ha concluso il suo mandato, ironia della sorte in una campagna segnata dagli scandali, senza essere toccato nemmeno da un’inchiesta o da un sospetto.

L’altro insegnamento, tale per la tendenza a considerare i sondaggi come degli oracoli, è che le campagne elettorali servono a modificare le preferenze dei cittadini, a imporre temi all’opinione pubblica. Il modo in cui sono gestiti i mesi precedenti allo scrutinio può far vincere o perdere un’elezione. Affrontare una campagna presidenziale è un esercizio lungo ed estenuante dove nulla è acquisito: ogni voto va conquistato e poi difeso. Esistono favoriti, non esistono vincitori designati. Sono molte le analisi sulla “società liquida”, sui punti di riferimento sempre meno validi e sulle fluttuazioni delle nostre preferenze. Le curve dei sondaggi degli ultimi due mesi ne sono una dimostrazione empirica.

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2-Che cosa rappresenta il candidato della France Insoumise

Mercoledì scorso sono andato a Lille, una città del Nord-Ovest della Francia vicina al confine belga, dove ha tenuto un grande comizio Jean-Luc Mélenchon. Nell’enorme sala allestita dagli organizzatori c’erano dodicimila sedie, tutte occupate, più un migliaio di persone rimaste in piedi. Come d’abitudine ai meeting di Mélenchon in molti sono rimasti all’aperto a seguire il comizio sul maxischermo (al freddo e al vento, tra l’altro), perché non c’erano più posti all’interno, a dimostrazione di quanto il leader della France Insoumise susciti curiosità. Anche a Strasburgo, in un altro comizio che sono andato a seguire a febbraio, non tutti riuscirono a entrare ma non c’erano maxischermi. Risultato? Mélenchon parlò per un’ora da un piccolo palco di fortuna allestito nella piazza riempita dai suoi sostenitori, prima di entrare e parlare a chi lo aspettava in sala per altre due ore e mezza. Una maratona di tre ore e mezza.

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Andare a un comizio di Mélenchon è molto interessante e istruttivo. La prima cosa che ho notato è la partecipazione: ci sono sempre più persone di quanto i palazzetti ne possano contener e all’entrata i militanti della galassia che compone il cartello della sinistra distribuiscono giornali, libri e il programma del candidato. Sono tutte situazioni che agli incontri degli altri candidati si presentano molto meno, o per nulla. Durante il discorso sono tutti attentissimi, in silenzio: il leader parla per due ore di fila, senza mai fermarsi, con un foglietto dove ha scritto la scaletta che guarda di tanto in tanto, giusto per ricordarsi quali sono gli argomenti che dovrà trattare. Per intenderci, Marine Le Pen e François Fillon salgono sul palco con il discorso e leggono quanto devono dire, alzando di tanto in tanto la testa per guardare l’uditorio.

La seconda cosa che ho notato mercoledì è la sorpresa. Quando andavo ai comizi di Mélenchon a febbraio trovavo un popolo di convinti, di persone che hanno sempre votato sinistra radicale e che, come al solito, sono orgogliosamente rassegnate alla testimonianza. Adesso invece si respira entusiasmo, quasi incredulità: «La rivoluzione la possiamo fare davvero, nessuno ci credeva, nemmeno io che seguo la campagna da ottobre», mi ha spiegato una ragazza che lavora nello staff. E poi, sintomo della grande dinamica positiva che sta caratterizzando la campagna di Mélenchon, si incontrano i curiosi, gli indecisi. 

Persone che fino a poche settimane fa non avevano nemmeno letto il programma della France Insoumise («Tanto non ce la farà mai») e ora partecipano ai comizi per capire meglio cosa propone un candidato che dopotutto potrebbero votare, perché «Hamon ormai è fuori dai giochi» e Macron poteva piacere ma «Mélenchon è davvero di sinistra e, a questo punto, perché non dargli una possibilità?». Non si incontrano soltanto simpatizzanti di sinistra però, ma anche qualcuno che potrebbe votare Marine Le Pen, una cosa che ho trovato abbastanza sorprendente in un ambiente che a prima vista sembrava molto di sinistra.

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La conversazione che ho avuto con Didier, commerciante di Lille, è stata rivelatrice su quanto spesso diamo per scontato le idee di chi abbiamo di fronte. Spesso chiedo alle persone che incontro cosa voterebbero al secondo turno; l’ho fatto anche stavolta ma, presupponendo l’avversione al Front national del mio interlocutore, ho chiesto: «Quindi al ballottaggio andrà a votare contro il Front national o si asterrà?». L’intervistato, venuto al comizio da solo, prima di rispondere si è guardato intorno, come impaurito che qualcuno potesse sentirlo, e poi ha detto: «Guardi che al secondo turno voterei Mélenchon o Marine Le Pen. Il sistema non funziona più, voterò per chi promette di farlo saltare».

Mélenchon rappresenta un fenomeno strano. Ha 65 anni, è in politica da quando ne ha 17, è stato ministro, funzionario di partito e leader della minoranza socialista per decenni. Non è un personaggio nuovo, anzi per certi versi potremmo definirlo “arcaico”. Eppure è riuscito a presentarsi come una vera novità, come qualcuno in grado di “sortir les sortants”, mandare a casa chi ha gestito il potere fino a oggi. Del suo successo nei dibattiti abbiamo già parlato nelle scorse puntate; in più, Mélenchon ha dimostrato di essere molto a suo agio con le nuove tecnologie, oltre ad avere un’équipe di campagna innovativa e a tratti geniale: il 5 febbraio ha parlato da Lione e in contemporanea è apparso, in ologramma, a Parigi.

L’idea ha riscosso un successo notevole, tanto che per martedì prossimo sono previsti sei “meeting in ologramma”: Mélenchon sarà quindi a Digione, di persona, e contemporaneamente a Nantes, Clermont-Ferrand, Grenoble, Nancy, Port à la Reunion e Montpellier.

Ha avuto poi la capacità di portare al centro del dibattito pubblico idee talmente superate o trascurate da apparire nuove, anche se nuove non sono. Ciò che propone Mélenchon non è rivoluzionario o utopista, come il reddito universale di esistenza proposto da Benoît Hamon, ma è pienamente nella tradizione della “gauche de la gauche”, finora minoritaria nel Paese ma sempre esistita. Nel suo programma, l’Avenir en Commun, si leggono proposte come il divieto di licenziamenti collettivi per motivi economici, l’uscita totale dall’energia nucleare, una tassa del 100 per cento sopra una determinata soglia di reddito, il ritorno della pensione a sessant’anni. 

C’è infine il punto sull’Europa: Mélenchon propone di riscrivere tutti i trattati europei per chiudere definitivamente la stagione dell’austerità e di eliminare l’indipendenza della Bce in modo da poter svalutare l’euro rispetto al dollaro. Se non dovesse esserci accordo sui nuovi trattati il candidato della France Insoumise ha pronto il piano B, che Alexis Tsipras non aveva, cosa che ha portato al fallimento le sue trattative con l’Europa: l’uscita unilaterale dopo un referendum. Secondo Mélenchon è questa minaccia, unita al peso politico della Francia all’interno dell’Unione, che renderà credibile la sua proposta di riforma, che altrimenti non verrebbe presa sul serio.

 

Il personaggio della settimana

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Nessun politico ha attirato la mia attenzione, per cui questa settimana vi segnalo Anne Nivat, giornalista freelance spesso inviata in zone di guerra (è stata in Cecenia, Iraq e Afghanistan). Nivat ha fatto un lungo viaggio in Francia cercando di capire com’è cambiata la vita quotidiana nei centri più piccoli, raccogliendo le interviste e le sue impressioni nel libro Dans quelle France on vit (In che Francia viviamo), uscito da poco. Se capite il francese vi consiglio di comprarlo, perché spiega molto bene un Paese che crediamo di conoscere e che invece spesso ignoriamo completamente.

 

Consigli di lettura 

Un’interessante analisi del JDD sulle motivazioni di chi vota Front national. Secondo il settimanale si tratta ancora di un voto di “collera”;

-Secondo Contrepoints, il programma di Mélenchon è “un’aberrazione”. Hector Allain ha raccolto dieci punti particolarmente significativi, secondo lui;

-François Hollande ha rilasciato una lunga “intervista testamento” al Point in cui ha implicitamente detto che voterà per Macron. Secondo il Figaro il leader di En Marche! deve stare molto attento alle attenzioni del presidente, che porta un bilancio incoerente.

 

Domenica prossima si vota. Quindi, come in occasione delle elezioni primarie, vi arriveranno due newsletter, una venerdì, per fare il punto della situazione e una lunedì, per commentare il risultato.

 

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