“Get Out - Scappa” (con Daniel Kaluuya, Allison Williams e Bradley Whitford) è un meta-horror girato dal comico Jordan Peele. Il film, che segue con eleganza la nuova ondata di narrazioni afroamericane, esce in Italia il 18 maggio

La premessa è semplice e perfetta, al livello di “un uomo si sveglia e si scopre scarafaggio”. Un giovane fotografo afroamericano (Daniel Kaluuya) è preoccupato perché il prossimo weekend la fidanzata bianca lo porterà nella casa in campagna dei genitori per le presentazioni ufficiali. La fidanzata è bella, progressista e sensibile (è la bianchissima Allison Williams di Girls). Forse per provocare i genitori (forse), non gli ha detto che il ragazzo è nero: lo scopriranno venendo ad aprirgli la porta. Segue film dell’orrore, dove la vittima è il ragazzo nero e i carnefici sono i bianchi.

Si può evitare ogni spoiler e dire che questo meta-horror elegante e consapevole, scritto e girato da Jordan Peele del duo comico Key & Peele, riesce a far capire che a un nero americano, oggi, l’idea stessa di chiudersi in una casa con dei bianchi può suscitare terrore. Peele conosce il tema da ogni angolatura: nero di pelle, sua madre e sua moglie sono bianche. Nel suo film i bianchi passano dall’accondiscendenza alla complicità forzata, al pregiudizio, al razzismo più violento. L’America è un mondo in cui molti neri, e non solo i poveri, ancora si sentono schiavi, checché ne pensi chi, di fronte all’ennesimo crimine razziale degli ultimi anni, Ferguson 2014, cercò consolazione nella foto virale di un dodicenne in lacrime che abbraccia un poliziotto.

Di quella foto parla Ta-Nehisi Coates in Tra me e il mondo (Codice Edizioni; l’originale è del 2015 e ha vinto il National Book Award per la non-fiction). Un giorno lo invitano a parlare di questione razziale in televisione e la conduttrice, per rilassare gli animi, gli mostra appunto l’abbraccio virale interraziale scattato a Ferguson. Coates non crede alle consolazioni. «Alla tua età», racconta al figlio, destinatario del libro-confessione, «le persone che conoscevo erano tutte di colore e tutte avevano genuinamente, candidamente ed enormemente paura». Da giovane, a Baltimora, Coates si sentiva costantemente nudo ed esposto:

«La nudità non è un errore, né una patologia. La nudità è il giusto e voluto risultato di una politica, l’esito imprevedibile di un popolo costretto a vivere nella paura per secoli. La legge non ci proteggeva. E adesso la legge è diventata una scusa per fermarci e perquisirci, per portare a un livello superiore l’assalto al nostro corpo».

LAPRESSE

Nelle arti americane, quest’era di rinnovata violenza razziale ha stimolato forme interessanti ed efficaci di racconto. In Alright (2015), Kendrick Lamar canta:

«Siamo già stati feriti e abbattuti in passato… quando il nostro orgoglio era scarso… E guardavamo il mondo così: “E ora dove andiamo?”… E odiamo la polizia: ci vogliono ammazzare per le strade…».

Rovesciando il tono drammatico in farsa, invece, lo scrittore Paul Beatty si inventa un grande incipit:

«So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente».

Come Get Out, anche Lo schiavista, primo romanzo americano a vincere il Man Booker Prize (pubblicato in Italia da Fazi), racconta la paura con la lente dell’assurdo:

«Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato, incurante delle regole del mercantilismo e delle prospettive di salario minimo. Non ho mai svaligiato una casa, né rapinato un negozio di alcolici. (…) Eppure eccomi qui, nelle cupe sale della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, le mani ammanettate dietro la schiena, il diritto di restare in silenzio che mi ha detto addio da un bel pezzo; seduto su una sedia dall’imbottitura spessa che, proprio come questo paese, non è affatto comoda come sembra».

La sedia non è comoda perché il narratore è in attesa di processo per tentato reato di segregazione: dopo che la polizia ha sparato a suo padre uccidendolo, Bonbon ha deciso di riscattarsi diventando bianco, e perciò, per allenarsi a dominare come un bianco, ha ridotto in schiavitù un anziano afroamericano.

La scomodità dell’America, la paura, lo straniamento li racconta anche la poetessa Claudia Rankine, che nelle sue brevi prose Citizen: An American Lyric (National Book Critic Circle Award, uscirà in italiano per 66thand2nd) ha definito in tanti paragrafi di precisione le situazioni della vita in cui si è sentita a disagio nella società dei bianchi. Un giorno chiede a un amico di prendere il figlio a scuola e si ritrova una scena di sirene spiegate davanti casa per colpa del “menacing black guy”, l’amico di famiglia, colpevole di stare in piedi fuori casa di Rankine con aria nervosa. Sono stati i vicini di casa bianchi a far intervenire quattro macchine della polizia, non riconoscendo l’uomo che in effetti gli era noto. Oppure c’è l’amica bianca che soprappensiero chiama Rankine con il nome della propria donna di servizio nera. Il disagio in Citizen è tutto molto sottile:

«Lui ti racconta che il suo decano lo sta costringendo ad assumere una persona di colore quando ci sono tanti grandi scrittori in giro. (…) Perché non ti crea problema dirmi una cosa del genere?».

Una volta accettata questa narrazione del disagio e dello straniamento, diventano più intelligibili fenomeni come la vittoria di Moonlight agli Oscar di quest’anno. La cosa importante non è tanto la vittoria di un film indipendente nero dopo che l’anno prima l’Academy era stata accusata di premiare solo bianchi, quanto l’epicissimo fail organizzativo della serata: il premio è stato consegnato per sbaglio al bianchissimo La La Land, che – coincidenza affascinante – racconta di un jazzista bianco che vuole salvare il jazz… Un pasticcio emblematico dei tempi, che accostato ai libri qui citati o al film di Jordan Peele conferma il senso di assurdo in cui vivono gli afroamericani dopo Obama.

Forse è Danny Glover, autore della serie di neorealismo psichedelico Atlanta, a fornire una prima pragmatica soluzione, pretendendo dal canale FX una writers’ room di soli autori neri. «Volevo mostrare ai bianchi che non sanno niente della cultura nera», ha detto a Rembert Browne del New York Magazine. «Ci sono cose talmente sottili e nere che la gente non ha idea di che cosa stiamo parlando».

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