Explicit / Idee

La tv commerciale fu una rivoluzione. E io c’ero

di CARLO FRECCERO
IL 91 28.04.2017

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Questo articolo è un estratto in anteprima per “IL” del saggio di Carlo Freccero incluso nel catalogo della mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai”, alla Fondazione Prada di Milano dal 9 maggio al 24 settembre: una selezione d’autore di documenti immateriali provenienti dagli archivi delle Teche Rai (a cui verranno accostati dipinti, sculture e installazioni) per esplorare la produzione televisiva del periodo, vista come fattore di cambiamento sociale e politico che anticipa le modalità di racconto tipiche della tv commerciale del decennio successivo

Ho cominciato a occuparmi professionalmente di televisione nel 1979. Nel 1980 nasce Canale 5, ovvero la televisione commerciale. E nasce con quella rivoluzione copernicana per cui non sono più i direttori di rete, ma l’audience a scrivere il palinsesto. E posso dire: «Io c’ero». Anzi, nel bene o nel male, ne sono stato in qualche modo responsabile. Ancora oggi mi sento attaccare per quel mio peccato originale: per molti censori della televisione, sarei corresponsabile di avere introdotto il consumismo e la massificazione. Ma io ho una visione hegeliana della storia. Ogni epoca esprime uno Spirito del Tempo che non può essere contenuto, ma solo assecondato. E rappresenta in quel momento il progresso, il migliore degli obiettivi possibili. È logico che poi gli eventi lo renderanno obsoleto.

Ma non possiamo giudicare il passato con il presente. Allora il nuovo modello di televisione emergente era il massimo, era il futuro. Per questo, in seguito, ho voluto cimentarmi con tutte le televisioni possibili – commerciale, pubblica, digitale – perché niente è mai, in assoluto, bello o brutto, buono o cattivo. Capire lo Spirito del Tempo in anticipo è il massimo che ci sia concesso. Ho cominciato a occuparmi di televisione nel 1979, ma ho potuto farlo perché, da un po’ di tempo, la studiavo e la osservavo. Immaginavo di crearmene una mia a livello locale.

Da quando il concetto di televisione ha attirato la mia attenzione? A memoria, direi, verso la metà degli anni Settanta. È in quel periodo che si comincia a ragionare in termini di televisione come specifico, cioè come un medium con una propria fisionomia. Prima la televisione c’era, ma era inesistente, invisibile, irrilevante. Era la piattaforma di appoggio, la cornice del quadro, il supporto di qualcos’altro. E questo qualcos’altro era la cultura in generale.

Gli anni Settanta si collocano simbolicamente tra due eventi, due date, che sono state fondamentali per la mia generazione e per quello che allora si chiamava “il movimento”. Parlo del 1968 e del 1977, un decennio in cui si passa dalla cultura alla comunicazione, dall’evento al simulacro, dalla realtà alla sua rappresentazione spettacolare, dall’opera come riproduzione del reale alla ripetizione della ripetizione mediatica.

Nel 1968 si realizzano pienamente gli ideali europei che vedono la priorità del capitale culturale sul capitale economico, emblema, invece, del pragmatismo americano. Il Sessantotto è una rivoluzione in cui solo apparentemente si reclamano obiettivi economici. C’è forse anche questo, il desiderio di allargare i consumi su modello americano, ma se c’è non è mai esplicitato.
E le lotte degli operai per gli aumenti salariali? Non sono legate alla produttività o alla meritocrazia, ma a un concetto di eguaglianza di bisogni e di valore della persona, scisso dalla produttività materiale.

Per la prima volta, in seguito alle lotte degli studenti, le porte dell’università si spalancano anche per i diplomati degli istituti tecnici e professionali. E nelle fabbriche il dibattito degli operai raggiunge altissimi livelli di analisi. La coscienza di classe passa attraverso l’acculturazione. Ma, in questo modo, con l’accesso generalizzato alla cultura, la televisione perde quel ruolo specifico per cui era stata creata.

 

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Il servizio pubblico televisivo era nato negli anni Cinquanta in Europa come “complemento della pubblica istruzione”, secondo una definizione di Debray. La televisione doveva farlo con gli strumenti culturali di allora, soprattutto: cinema, letteratura, arte. Il Sessantotto, con l’accesso generalizzato alla cultura e con l’esplosione della cultura di massa, segna in qualche modo il raggiungimento dell’obiettivo europeo, ma di fatto svuota di significato il servizio pubblico televisivo. Agli inizi degli anni Settanta, la Rai è ancora una televisione pedagogica che ha perso, però, il suo obiettivo primario, passato in toto alla pubblica istruzione. Ha un’identità fragile e, nonostante l’eccellenza dei suoi prodotti, è un medium invisibile.

Nel periodo che va dalla metà degli anni Settanta alla fine del decennio, un nuovo modello di televisione comincia a emergere. Non è ancora la televisione commerciale, ma la rivoluzione copernicana di presa di potere da parte del pubblico comincia a palesarsi, insieme a un’insoddisfazione di fondo che riguarda un presunto autoritarismo del medium. Se la figura dell’autorità è stata sostituita dall’utopia di un sapere comune e condiviso, com’è possibile che la televisione voglia ancora dettare la linea al suo pubblico? Non c’è qualcosa di autoritario e di forzato, nell’imposizione dall’alto di un modello culturale che appare ormai obsoleto?

Nella Rai degli anni Settanta ci sono prodotti e generi, ma non sono prodotti e generi televisivi. Non mi riferisco solo ai generi “alti” come il cinema e il teatro, ma anche ai generi di intrattenimento come il varietà, che conservano la loro struttura teatrale originale. E sono pensati per il palcoscenico. Manca ancora, ma comincia a emergere una televisione come medium specifico. E cos’è questo specifico che comincia a emergere? La diretta, la ripresa degli eventi mentre accadono. Il mondo è cambiato e non può restare fuori dalla porta degli studi. Progressivamente, il significato del servizio pubblico passa dalla cultura all’informazione e dall’informazione alla comunicazione.

L’informazione politica, l’idea del pluralismo, fa il suo esordio con la lottizzazione dei telegiornali. Rai 1 e Rai 2 offrono due telegiornali distinti ispirati a due diversi modelli editoriali. Ma la grande offensiva viene del basso. È l’assedio che le televisioni locali e commerciali cominciano a stringere intorno al monopolio radiotelevisivo. C’è tutta una serie di sentenze che cambiano il quadro dell’emittenza, perché ammettono progressivamente la presenza di emittenti private, purché in ambito locale. Un servizio pubblico con intenti pedagogici richiede il monopolio statale. Anzi, possibilmente, un unico canale. Ma nel momento in cui il pubblico comincerà progressivamente a contare, non si limiterà a intervenire in trasmissione, vorrà essere anche artefice della sua televisione.

È un paradosso che la televisione commerciale, presunta causa di istupidimento del pubblico e matrice del consumismo, nasca come ricerca di libertà. Il pubblico vuole svolgere un ruolo attivo e vuole liberarsi dai vincoli, anche culturali, dell’autorità e creare la sua cultura. Non più una cultura elitaria, ma quella cultura di massa che già Andy Warhol aveva identificato con la comunicazione. Prima l’arte si rivolgeva al reale come ispirazione. Nel Novecento diventa avanguardia, rottura di codici visivi, riflessione sull’arte stessa e sul ruolo dell’artista come demiurgo in grado di trasformare un oggetto di uso comune in opera d’arte. Ma è solo con l’avvento massiccio della comunicazione che l’attenzione dell’artista si sposta dall’oggetto alla sua rappresentazione fotografica, giornalistica, televisiva.

C’è un nuovo oggetto di secondo grado da cui l’artista può trarre ispirazione: la comunicazione. L’agenda dei media diventa la matrice incessante delle icone del nostro tempo. Un mondo messo in scena dalla Pop Art: il fumetto, gli oggetti di uso comune, ma anche e soprattutto tutto quello che è oggetto di comunicazione e può generare dibattito pubblico o gossip. E tutto al plurale, perché è solo la dimensione quantitativa, della ripetizione attraverso i media, che conferisce valore iconico all’immagine.

 

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Nel Settantasette, rispetto al Sessantotto, il mondo è già cambiato. Non è più rivoluzione, è rappresentazione. Non è più politica, è comunicazione. Ma è anche merce, oggetto di desiderio, consumo. In questa fase di transizione dal servizio pubblico alla televisione commerciale abbiamo trasmissioni che si collocano ancora su un versante o sull’altro della scena televisiva, nell’ambito del servizio pubblico o dell’emergente tv generalista commerciale. Accanto ai tg nasce l’infotainment di Odeon, la tv utile (Di tasca nostra), la tv processuale (Processo per stupro); agli sceneggiati di soggetto letterario si affiancano i prodotti americani come le miniserie Radici e Holocaust, e poi Kojak, Charlie’s Angels, Starsky & Hutch e Colombo; il varietà classico prende la forma del programma comico come Non stop; da Mike Bongiorno, il re del quiz, si passa a Enzo Tortora, l’inventore del reality che trasforma il pubblico in sceneggiatura di programmi.

All’esordio degli anni Ottanta, la televisione ha compiuto il miracolo di sdoppiarsi in due modelli distinti, televisione pedagogica e tv commerciale, che tenderanno col tempo ad appiattirsi sul modello unico di tv commerciale. La televisione culturale-servizio pubblico era elitaria, premiava le avanguardie e ospitava l’arte così come tutti i prototipi di cultura “alta”. La televisione commerciale inverte l’ordine delle cose e fa della popolarità, della quantità, dell’audience, il criterio vincente. Avanguardia significa avamposto di pochi; audience ascolti di massa e cultura di massa. E nella cultura di massa non c’è spazio per le avanguardie. Possiamo dire allora che la televisione ha in parte emarginato l’arte, che rimane tutt’oggi l’unica forma di avanguardia praticata. Ma le ha dato nello stesso tempo nuovi contenuti e nuovi spunti di riflessione.

Ma c’è un altro campo che la televisione ha contaminato, ed è l’immaginario. Generazioni e generazioni di bambini sono cresciuti come i loro genitori e i loro nonni, facendosi raccontare o leggendo favole, così come oggi i bambini apprendono la narrazione attraverso i videogiochi. Ma c’è una generazione di mezzo il cui immaginario è stato plasmato dal medium televisivo. Se io appartengo ancora alla generazione che ha imparato a leggere prima di vedere la televisione introdursi nella sua vita, c’è chi con la televisione ci è nato e cresciuto, ben prima di andare a scuola. È il pubblico che è cresciuto con Furia Cavallo del West, Happy Days e Ufo Robot e che è rimasto contemporaneamente abbacinato dalle luci del varietà. Quel pubblico che rincorre oggi il vintage come matrice consolatoria contro un presente ipertecnologico. E che al digitale contrappone la materialità rassicurante del vinile e della pellicola.

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