New York, Parigi, Milano

Florine Stettheimer, “Asbury Park South”, 1920

Florine Stettheimer, “Beauty Contest: To the Memory of P.T. Barnum”, 1924

Florine Stettheimer: Painting Poetry

Dal 5 maggio al 24 settembre 2017 Jewish Museum, New York. A cura di Stephen Brown e Georgiana Uhlyarik

Dagli anni Venti ai Quaranta, con la madre e le sorelle, Florine Stettheimer (1871-1944) tenne un salotto frequentato dalle menti più luminose e dalle scarpe più lucide della Jazz Age di New York, tra cui quelle di Marcel Duchamp. Libertina nella pittura (nei suoi quadri la donna è padrona del mondo, lady di party e pic-nic multietnici e omosessuali); Florine, algida e spietata nel pensiero («Non ispirava amore, o affetto, o amicizia, ma ammirazione ed entusiasmo» – scrisse Carl Van Vechten); poetessa: You stirred me/ You made me giddy/ Then you poured oil on my stirred self/ I’m mayonnaise. Si è impiegato il secolo d’ordinanza per ammettere una ragazza che ritrae salotti, per di più ornati da linee arricciate e satinati motivi floreali, nel saecula saeculorum dell’arte mondiale; una donna che, a quarantacinque anni, dipinse il proprio autoritratto da nuda, impresa in cui prima d’allora non si era cimentata alcuna pittrice. Stettheimer, Francis Fitzgerald della pittura, un uccello del paradiso nel belletto e nel balletto.

thejewishmuseum.org

Kudzanai Chiurai,“Genesis [Je n’isi isi] III”, 2016

Art/Afrique,le nouvel atelier

Dal 26 aprile al 28 agosto 2017. Fondation Louis Vuitton, Parigi

Il continente africano pullula di artisti, ma conosco poche persone in grado di saperne nominare più di due (in genere, che noia, Kentridge e Dumas). Art/Afrique si divide in sezioni: Les Initiés, selezione di opere dalla collezione di Jean Pigozzi; Être-là, la scena contemporanea del Sud Africa (i sudafricani, i più engagé); una selezione di lavori dalla collezione della Fondazione. Le opere raccolte vanno dall’anno 1989 al 2009, arco di tempo che precede l’incontro definitivo tra l’Africa Subshariana e internet; insomma, testimonianze dall’ultima Africa africana. Impossibile trovare una cifra che unisca tutti gli artisti: furiosamente legati alla propria storia, amano la pienezza e si nutrono d’eccentricità; qualsiasi culto professino, sono più cattolici di noi; pop, grevi e – cosa che ormai a un occidentale riesce una volta su mille – eleganti nella ridondanza. Il più romantico resta il grande Chéri Samba, per sentirlo è necessario avvicinarsi all’idea di artista come creatore d’immagini votive della vita.

fondationlouisvuitton.fr

La città narcisista, Milano e altre storie, Takashi Homma

Fino al 26 maggio 2017. Galleria Viasaterna, Milano. A cura di Fantom

Nel 2014 il fotografo giapponese Takashi Homma (1962) inizia a lavorare a The Narcissistic City; in diverse città, dedicandosi a specifici edifici, coglie l’essenza di un’architettura nello spazio che la circonda tramite il principio primo della fotografia: il riflesso, o meglio l’immagine capovolta nella camera ottica. Armato di camera oscura, Homma colloca il Duomo di Milano, la Torre Branca, la Torre al parco di Vico Magistretti sulla superficie dello specchio d’acqua in cui Narciso si perse, ma lo fa con ben altra intenzione, ritrovare la città. In mostra, la prima personale di Homma in Italia, la galleria Viasaterna presenta anche altre serie fotografiche sottilmente, elegantemente, liberatorie. Si prenda per esempio quella dedicata ai grandi architetti, da Aalto a Niemeyer; nel fotografare l’edificio più razionalista, Homma rivoluziona il codice trascurandolo: non rispetta l’ortogonalità delle linee, rompe gli angoli, taglia in maniera troppo o troppo poco netta, insomma scongela la gemma architettonica, riportandola al mondo.

viasaterna.com
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