La città da cui nel 1989 partì il movimento che portò alla caduta del Muro è considerata la nuova Berlino: artisti e creativi arrivano qui perché i prezzi sono ancora bassi e l'aria che si respira è internazionale

 
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Lipsia

Superficie 298 km²
Abitanti 531.562
Densità 1.786 ab./km²

 
 
Da Kassel a Lipsia c’è una pressoché ininterrotta distesa di monumentali pale eoliche che ruotano ad alta velocità, il futuro che infuria. Invece, a Lipsia, il passato sferraglia. Parte dei tram sono ancora Tatra di fabbricazione novecentesca, comunista, cecoslovacca. «La gente si lamenta perché sono vecchi», conferma la signora Slomka, che lavora per l’ente turistico della città ed è vicina di casa di Frauke Petry, leader del partito populista AfD, della quale si limita a dire che dal fruttivendolo ha un atteggiamento freddo e machista. Il centro di Lipsia ha appena un chilometro di diametro, ci si può muovere tranquillamente su piedi Made in Italy. In Augustusplatz, la signora Slomka dice: «Questa era una delle più belle piazze del Paese. Dopo i bombardamenti alleati era rimasta in piedi soltanto la Chiesa dell’Università del XIII secolo. Per gli abitanti fu un miracolo. Sotto la Repubblica Democratica, la piazza è stata ribattezzata Karl Marx. Ma come poteva esistere una chiesa sospettata di miracolo, in una piazza dedicata al padre del comunismo? Nel 1968 la fecero saltare con la dinamite». Così va la vita. Negli anni 2000 è stata ricostruita, con la facciata sbilenca per ricordarne quel crollo.

Eppure Lipsia, da sempre città borghese, di commercianti e di mercati, anche sotto il regime aveva una fortuna: la fiera universale. «Due volte all’anno arrivava gente da tutto il mondo, dormiva nelle case dei cittadini, che guadagnavano il privilegio di conoscere l’universo al di là della cortina di ferro». Forse anche per questo è partita proprio da Lipsia la rivoluzione pacifica che nel 1989, dopo un mese esatto, avrebbe sbriciolato il Muro, e il secolo breve. «Per la precisione, nella Chiesa di San Nicola. Dal 1982 i giovani dissidenti si trovavano qui ogni lunedì per la cosiddetta preghiera per la pace. In verità, discutevano e progettavano. Lunedì 9 ottobre si tenne l’ultima preghiera. Uscirono sul sagrato cantando “noi siamo il popolo”. Credevano che l’esercito avrebbe reagito, ma non lo fece. Al corteo si unirono 70mila persone che chiedevano riforme democratiche». In un’altra chiesa del centro, San Tommaso (3), Johann Sebastian Bach lavorò come direttore musicale dal 1723, per poi morire qui nel 1750. Ora la sua testa parruccona dà forma a statue, busti, effigi e cioccolatini in giro per la città. A Disneyland c’è Topolino, a Cuba Fidel, e qui c’è lui. Paperino è Wagner, che a Lipsia c’è nato, ed è quasi altrettanto riprodotto di Bach.

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Auerbachs Keller

Grimmaische Straße, 2-4

+ auerbachs-keller-leipzig.de
 

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Chiesa di San Tommaso

Thomaskirchhof, 18. Qui si trova la tomba di Johann Sebastian Bach

 

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G2

Dittrichring, 13

+ g2-leipzig.de

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Non meno dense di storia sono le osterie. La Auerbachs Keller (1–2), tutt’ora attiva e vagamente tellurica, la frequentava il diavolo, portandosi dietro Faust. Almeno così è scritto nel libro di Goethe. Oggi anche Satana è diventato un peluche disneyano, che cavalca una botte. Il fondatore della locanda, Heinrich Stromer, era un caro amico di Lutero, che qui veniva a bere boccali di birra, nonostante odiasse la venale Lipsia. Di solito arrivava in città a piedi, da Wittenberg, settanta chilometri più a Nord. Nel 1519 ci venne per la Disputa che sancì la definitiva rottura con il papa dopo la diffusione delle 95 tesi di due anni prima, mezzo millennio spaccato fa.

«Il mondo è come un contadino ubriaco. Non si fa in tempo ad aiutarlo a montare in sella da una parte, che subito cade dall’altra», diceva il padre della Riforma. E, pensa te, quando il Partito, alla fine degli anni 80, stava per inaugurare qui un bel nuovo Centro Elaborazione Dati dal profumo di Stasi, non gli va a crollare il Muro? Dal 2015 questo spazio è una Kunsthalle di arte contemporanea, G2 (4–5). Ospita la collezione di Steffen Hildebrand, imprenditore di Francoforte che ha fatto fortuna a Lipsia e si sdebita così. La direttrice della galleria, Anka Ziefer, ha vissuto in Italia per dodici anni. «Quando sono tornata a Lipsia per lavorare a G2, l’ho trovata rinata. Alla fine dello scorso secolo era semidisabitata, senza lavoro, talmente inquinata che mi chiedo se la rivoluzione non sia iniziata perché la gente stava messa così male da non avere niente da perdere. Ora sono in crescita l’economia e, cosa rarissima per la Germania, perfino la demografia». Lo spazio asettico della Kunsthalle contrasta con l’esplosiva policromia di quadri e foto alle pareti. «Si dice che Lipsia sia la nuova Berlino. La capitale sta a meno di 200 chilometri, il network è facile. Ma, se là gli affitti si sono alzati parecchio, qui i prezzi restano tra i più bassi della Germania, ideali per giovani creativi». La galleria, che si rinnova periodicamente dal momento che la collezione di Hildebrand è vastissima, alterna nomi noti e ignoti. Il cardine è la cosiddetta Nuova Scuola di Lipsia, nata negli anni 90, spesso figurativa e allucinata. Come nel caso di Das Treffen (“l’incontro”), quadro che per composizione pittorica ricorda un classico soggetto religioso ma in cui due coleotteri lucanidi taglia gatto, dalle mandibole rosse e blu, lottano sul tavolo. Siamo sull’ordine del milione di euro. L’opera è di Neo Rauch, il campione della Scuola, che considera «la libertà dallo Zeitgeist» la pietra angolare della sua poetica.

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6–15

Spinnerei

Spinnereistraße, 7

+ spinnerei.de

Il suo studio, insieme a quelli di tanti altri artisti, è in un cotonificio dismesso, cioè nello Spinnerei (6–15) nel quartiere di Plagwitz, al di là di 30mila kleine Gärten (“piccoli giardini”). Tetti in lamiera, staccionate, altalene, salottini in vimini: sono la versione ecologica, molto tedesca, degli orti urbani. Le dimensioni sono regolate da leggi federali, l’82 per cento dei piccoli-giardinieri tedeschi non usa pesticidi chimici e l’acqua per le loro irrigazioni è per il 97 per cento piovana. Di frequente erano lo svago dei lavoratori del cotonificio. «Lo Spinnerei non fila più il cotone dal 1992. Era il più grande del continente. Nel 1994 arrivarono i primi artisti, gli spazi costavano poco o niente. Adesso non c’è più un buco libero ma gli affitti non superano tutt’ora i quattro, sei euro al metro quadrato. E anche le spese per il riscaldamento sono basse: i locali erano isolati termicamente per mantenere i 24 gradi necessari alla lavorazione del cotone», dice Michael Ludwig, biologo di formazione, responsabile della comunicazione dello Spinnerei e anche proprietario, insieme a un esponente della Scuola di Lipsia, Christopher Ruckhäberle, del cinema Luru, dalle iniziali dei loro cognomi. Incastonato nel cotonificio, proietta due volte al giorno trash porno e cinema d’autore. Christopher ha disegnato la carta da parati, realizzata da uno stampatore a venti metri dalla sala, e l’etichetta dei succhi biologici in vendita nel piccolo bar: mela, rabarbaro, bacche varie. Esci dal retro del cinema e ti ritrovi in un corridoio di cemento. Prendi la porta di fronte e sei nel laboratorio dei coniugi Maria e Vlado Ondrej. Tra i primi ad aprire qui, snobbano la semplificazione «giornalistica» della Nuova Scuola di Lipsia. Sfornano incisioni, serigrafie e acqueforti.

Dispersa tra i meandri di un blocco dove aleggia un odore di curry di cui non si riesce a identificare la fonte, al terzo piano, lavora la romagnola Vonbrota. Ai muri del suo luminoso studio, collage fotografici e falci. Per terra, coltelli e un rarissimo Tristo Mietitore Playmobil. «Mi interessa la distruzione», spiega. Si è trasferita da Londra nel 2015: «Mi sento più a casa qui. I tedeschi conoscono meglio la nostra cultura, fino a Gianna Nannini e a Bud Spencer».

Al piano terra, si apre Halle 14, un arioso centro per la divulgazione dell’arte contemporanea, con una nutrita biblioteca composta da scaffali a rotelle traslocabili. «Li spostiamo a seconda di dove si tengono le mostre, per supportarle con la bibliografia di riferimento», dice Claudia Gehre, assistente curatrice.

Nello stesso edificio c’è pure Spinlab, acceleratore per startup con ping pong, calcetti, open space e fede nell’innovazione digitale. «Siamo una galleria tecnologica. Invece che sugli artisti, scommettiamo sugli imprenditori», dice Matthew McDermott, development manager nato in Nebraska, dal Midwest alla Mitteleuropa. «Li accompagniamo per sei mesi, mettiamo a disposizione contatti e struttura, cerchiamo investitori. Non vogliamo che se ne vadano sempre a Berlino o in California. Lipsia è in crescita e bla bla bla». Nota: bla bla bla è l’onomatopea della gentrificazione. Tra le startup accelerate c’è Binee, un servizio di riciclaggio per rifiuti elettronici. La milanese Marilù Valente è cofondatrice. «Anche io sono scappata da Londra e dalla sua ansia da prestazione», dice.

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16–18

Kunstkraftwerk

Saalfelder Straße, 8

+ kunstkraftwerk-leipzig.com
 

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Westwerk

Karl-Heine-Straße, 93

+ westwerk-leipzig.de
 

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Wkr

Merseburger Straße, 35

+ konradroscher.de

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Invece arriva da Parigi Laetitia Gorsy, che gestisce la galleria francese Dukan, in un altro blocco. «Volevo un ambiente internazionale. Parigi non lo è. Parigi è… parigina», dice. «È un’ipocrisia non ammettere che, senza la gentrificazione e gli investimenti che si porta dietro, qui faremmo quasi tutti la fame». La designer Claudia Biehne, che modella lampade, vasi e soprammobili di porcellana, è nata a Lipsia. «Dopo il 1989, 25mila persone emigrarono a Ovest. Ora qui confluisce la gente più colorata del mondo».

A meno di un chilometro dal cotonificio, un altro esempio di 900 tramutato in 2000: Kunstkraftwerk (16-18), già centrale elettrica di Plagwitz, ferma dal 1992. Dal 2016, questa cattedrale industriale è suddivisa in una galleria dell’illusione e in una immersiva. «Un’arte scientifica, che ti consente di approfondire la tua percezione dello spazio», dice Nicole Rundo, responsabile del marketing, tra i giochi di luce in sincro con la psichedelica colonna sonora della immersive gallery. Deus ex machina dell’intero progetto è l’italiana Luisa Mantovani Löffler, primario del centro oncologico dell’ospedale di Lipsia. «All’inizio organizzavamo mostre semiclandestine», continua Rundo. «Ora, Martin Schulz ha presentato qui il suo programma elettorale e la Porsche, per cui abbiamo creato video installazioni ad hoc, la nuova Panamera. Dove adesso c’è il parcheggio pianteremo delle viti».

Inoltrandosi per Plagwitz, fino al quartiere di Lindenau, si susseguono ciminiere spente e vecchie fabbriche riconvertite in qualsiasi cosa a cui si possa affibbiare l’aggettivo hipster. Sulla chilometrica Karl-Heine-Straße di colpo si apre un grande campo di sterpaglie. Al centro, un anfiteatro scavato nel terreno con qualche poltrona e un calderone di piombo da riti neopagani. Proprio di fronte, nel centro multifunzionale Westwerk (19-20), vicino a una palestra di yoga, il calabrese Enzo Forciniti intaglia i suoi occhiali in legno, «che diventa bello col tempo, mentre la plastica imbruttisce». Per le sole montature l’entry price è di 600 euro. «Forse ad Amburgo o a Monaco ne venderei di più. Ma che importa, quando qui in cinque minuti a piedi sei in un parco e in quindici di bici su un lago?». A cinque metri dal suo laboratorio, Sandra Jahn cuce e vende i suoi vestiti, su misura o da collezione, col marchio Rosentreter Modedesign. «Il mio stile è urban ma senza tempo, come gli edifici di archeologia industriale», dice.

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Beyerhaus

Ernst-Schneller-Straße, 6

+ beyerhaus.de

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Dr Seltsam

Merseburger Straße, 25

+ seltsam-leipzig.com

In Merseburger Straße c’è il negozio d’arredamento Wkr (21-23), dalle iniziali del proprietario e artista Wolf Konrad Roscher. Vende mobili degli anni tra le due guerre e della Repubblica Democratica. Tra i suoi clienti, il solito Neo Rauch. «Negli ultimi anni della Ddr, da bambino, mi portavano a vedere gli operai al lavoro. Ho capito che l’industria è arte. Nel design le più grandi innovazioni vengono da lì, o dai militari. Basti pensare all’estetica funzionalista che ha ispirato il Bauhaus». Sulla stessa via, c’è un’officina di biciclette che alla sera si trasforma in un locale con concerti di elettronica e jazz,
Dr Seltsam (26). È così buio che la barista deve farsi luce col cellulare. Imperversano assoli di ottoni e fumo di sigarette. La manager, Jana Leinbach, è venuta a Lipsia da Marburgo per un master in storia. «Ma musica e due ruote mi fanno felice. Di giorno personalizziamo e ripariamo biciclette, per la notte selezioniamo alcune tra le migliori band emergenti della Germania orientale, a patto che non superino i cinque elementi, altrimenti sul palco non ci stanno». Qui, il livello di gentrificazione è inversamente proporzionale a quello del fumo passivo. Più avanti, nel bar Rudi, le sigarette vengono accese solo dalle 22 in poi, quando chiude la cucina. La divisa d’ordinanza della clientela prevede gli anfibi neri. Il bancone è in mattonelle di ceramica, i muri a tinte pastello, i cocktail buoni.

L’alternativa serale a Lindenau è il quartiere a Sud del centro. Un paio di decenni fa, squatter, club alternativi e teatri abusivi avevano riempito le case pronte per la demolizione. Oggi sono spesso diventati fast food internazionali. «Non so se sia un bene o un male. È un fatto», commenta Ray Lange, manager del Beyerhaus (24-25) di Ernst-Schneller-Straße, vecchio teatro dal parquet consunto dove il palco s’è fatto bancone e la platea distesa di tavoli e biliardi. «So soltanto che adesso il locale è sempre pieno». D’altronde Nietzsche, autore di Al di là del bene e del male, è nato ad appena trenta chilometri da Lipsia.
 
 
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Lipsia Foodie

Gli esperimenti culinari più interessanti della città

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Panorama Tower

Lounge bar e ristorante, con luci soffuse e cucina internazionale, all’ultimo piano di un edificio di 142 metri. Si può prendere anche l’aperitivo in terrazza. La migliore vista di Lipsia.

Augustplatz, 9

+ panorama-leipzig.de
 
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Arthotel Ana Symphonie

In un hotel colorato e funzionale a due passi dalla centralissima piazza del mercato, le colazioni escono da una cucina a vista, dove si grigliano salsicce e spadellano uova.

Hainstrasse, 21

+ ana-hotels.com

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Vegele

Rawfood con cucina non solo a vista, ma proprio “a passaggio”. Pochi piatti ma ben fatti. E possibilità di consegna a domicilio. Attraverso una casetta delle fate si entra nel vicino negozio di magia Hocuspocus.

Merseburger Straße, 68

+ vegele-leipzig.de

+ hocuspocus-shop.de
 
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Chinabrenner

In un’ex fabbrica, è il ristorante asiatico più frequentato dagli artisti di Lindenau. Buona cucina, piatti rotanti, mattoni a vista, finiture e scritte rosse, tavoli anche all’aperto.

Giesserstrasse 18

+ chinabrenner.de

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Maitre

Café ristorante francese. Croques, quiches e gallette. Interni curati. Il pomeriggio, offre una delle merende più frequentate della città. Con annessa pasticceria.

Karl–Liebknecht–Straße, 62

+ cafe-maitre.de
 
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Die Versorger

Bistrot e lounge bar dello Spinnerei con giardino interno e minimarket. Allegro e giovane, serve colazioni con caffè italiano fino alle 11, poi drink e piatti vari.

Spinnereistrasse 7

+ die-versorger.com

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