Leggendo “Tutto è in frantumi e danza” di Guido Maria Brera ed Edoardo Nesi avrete meno certezze di prima, ma avrete domande molto migliori da farvi

«Is it getting better
Or do you feel the same
Will it make it easier on you now
You got someone to blame»
One – U2

Ammenda pubblica: Edoardo e Guido mi hanno mandato il loro nuovo libro in anteprima e, complici impegni di lavoro e una certa forma di gelosia per, forse, voler essere della partita anzitempo, l’ho letto solo dopo qualche giorno averlo ricevuto. Per causa maggiore, ma, un pochino, anche a spregio. Questa nota è una forma di ammenda pubblica, anche per una discussione con Edoardo su alcuni dettagli, come si fa fra toscani della Piana di Sesto (o di Prato, dipende da dove si osserva), con vemenza e passione. Sull’oggetto della discussione, manterrò un riserbo da banchiere anni Cinquanta.

Una cosa che mi ha irritato e allo stesso tempo, entusiasmato, e lo scoprirete leggendo questo dialogo di 180 pagine, una specie di road trip in Vespa fra le diverse anime della crisi finanziaria, è questa: parlano con una certa forma di nostalgia del mondo prima di Lehman, ma, alla fine, loro due (come me, dato il mio lavoro) ne sono stati beneficiari. Sono stati vittime virtuali ma, in realtà, escono trionfatori, come in un film di Frank Capra remixato da Fat Boy Slim, dal più grande aggiustamento dell’economia e della società mondiali dai tempi di Cristoforo Colombo a oggi.
Guido perché, da investitore astuto e capace, ha sicuramente avuto la capacità di prendere rischi e di fare soldi dalla gran macchina della volatilità, di posizioni lunghe e corte. Rimanendo nel luogo del delitto, non agendo da paradisi fiscali o territori oltreoceano (almeno come entità fiscale), ma dal suo mondo fra Milano e Brunico. E lo dice, senza censure.
Edoardo perché, dalla fine del ciclo dell’industria di famiglia, dopo gli anni in cui l’industria tessile pratese ha scoperto questa forma di harakiri economico basato su delocalizzazione, manovalanza a basso costo in Paesi terzi, semilavorati scadenti travestiti da filati pregiati, ha saputo tirar fuori una carriera da scrittore e maître à penser di altri tempi. Ha vinto lo Strega perché quello choc di vendere la storia di casa, le mura costruite dal nonno e dal padre, con ancora attaccati sopra i calendari degli operai, quell’odore di cromo e la forma da falansterio delle fabbriche della piana di Prato/Sesto, quel cataclisma di chiudere le attività (che è accaduto anche alla mia famiglia, quando mio nonno ha venduto la fabbrica di porcellana a Sesto), gli ha permesso di diventare un autore, un bluesman di questi anni del medioevo tecnologico. La loro nostalgia è genuina, li conosco, ma, in fondo, lo sanno, lo sanno bene che la ruota della fortuna ha girato bene per loro. Hanno sul volto la serenità di John Lee Hooker, non lo sguardo abissale e nero di Robert Johnson, sempre rimanendo in tema di blues.
«Is it getting better», inizia One degli U2, il momento topicale con cui inizia il libro, la descrizione stupenda del momento in cui Bono la cantò di fronte ai Clinton, nel Capodanno del 1999, la fine del Millennio. Di fronte al monumento a Lincoln, a Washington.

Il Bono post-Red Rocks (cribbio, che concerto, quello) ma prima della sua Red Amex Card, l’inizio della sua versione corporate (che poi, tramestando su YouTube, si scopre che Bono e gli U2, One e altri hits li hanno cantati con cadenza regolare, per ogni celebrazione dei Clinton e degli Obama. Come la spuma bionda alla festa delle medie, ci stanno sempre bene). Il libro racconta, attraverso la mancanza di verve di Bono, di fronte a Bill e Hillary, la fine dell’illusione di quegli anni, del messianismo ribelle degli anni Ottanta, di quando davvero avremmo avuto ogni ragione di scatenare rivolte ogni giorno, la transizione verso un’euforia liberalista, il momento di massimo trionfo dei mercati, della dottrina di “a ogni uomo un mutuo e una carta di credito, magari etica” e della crescita senza fine e senza coscienza, della fine degli anni Novanta. Disillusione o certezza che i mercati da soli potevano costruire un mondo migliore. Perlomeno per le sue élite. Lo conosco bene quel momento storico, ero già da qualche anno, anche io, nella City di Londra, sospeso fra derivati di credito, finanza leverage, dove tutto veniva trasformato, alterato, reso diverso e più “sicuro”, per mezzo della finanza strutturata. La politica voleva consumatori e debitori e noi, nella macchina tritacarte della grande cittadella globale della finanza, obbedivamo.
Un mutuo per una casa nelle paludi lungo il mare in Florida diventava un “asset”, un mattoncino delle famose cartolarizzazioni dei subprime, da vendere a fondi pensione e banche non sistemiche. E, neanche sette anni dopo quel Capodanno del 2000, quei mattoncini crollarono, lasciandoci attoniti ad assistere al potenziale collasso del sistema finanziario mondiale. O, forse, quello fu solamente il momento visibile di una mutazione ancora più grande, radicale, enorme: in quegli anni, siamo tutti diventati “big data”. Non soltanto le nostre case, ma tutte le nostre pulsioni, i desideri, i gusti, le aspettative, tutto è diventato un dato da gestire, usare, monetizzare, indirizzare. La crisi finanziaria del 2007 è arrivata come primo segnale della grande singolarità della fine dell’Antropocene e dell’inizio del Technocene. E, in questo, il libro di Guido e Edoardo percepisce il sommovimento, la trasformazione, quel preciso istante della storia mondiale in cui tutti abbiamo cominciato a condividere, a vivere in una piattaforma elettronica dove niente è più nascosto, velato, ma tutto è diventato trasparente.

 

Getty Images

«Or do you feel the same»
Per questo, ci siamo conosciuti, io, Guido ed Edoardo. Perché la Rete ha permesso di incrociare preferenze, idee, gusti. La nostra amicizia nasce inRete, per conoscenza telematica e poi si è risolta in incontri in ciccia, di persona, nelle notti romane con Edoardo, nell’intorno di Piazza del Popolo e fra due o tre piazze finanziarie con Guido. Persone che, ora, considero fratelli maggiori.
La Rete: il meccanismo di cartolarizzazione del desiderio. La sua interpretazione da algoritmi e la capacità del sistema stesso, non ancora cosciente, di cercare efficienze e “sinergie”, nella riduzione della presenza umana nel sistema, nel lavoro che non cresce anche se l’economia torna a decollare, nella fine dell’artigianato, dell’eccellenza. Perché tutto viene scontato, reso vile, poco caro, ma, perché, signora mia, dobbiamo vestire il mondo, dobbiamo dare a tutti quella sensazione di essere unici, particolari, hipster, ergo standardizzabili, uguali e comparabili agli altri. La moda usa e getta, il low cost applicato al viaggiare in aereo, in treno, le macchinine per i figli, gli abiti che si usano una stagione, prodotti da fabbriche di schiavi alla nostra unicità in ogni periferia del mondo occidentale, dal Vietnam, al Perù. La “fast fashion”, a cui, ora, si oppongono tutti. E di cui Guido ha narrato le insidie nel suo sito I Diavoli.
Certo, il mondo della moda se ne accorge soltanto dopo aver sfruttato il “gravy train” degli extra margini, come ci si rese conto che la rivoluzione liberale di Silvio Berlusconi era non una rappresentazione sacra, ma una operetta, ma solo dopo il suo arrivo al potere e le boutade di fronte ai potenti del mondo, cucchiare a Obama, sberleffi alla Merkel, come è diventato chiaro che riempire le famiglie spagnole di debito o le coste irlandesi di case inutili non erano idee sostenibili. E che cosa ha cambiato la nostra visione del mondo? Ancora una volta, l’effetto del villaggio globale, della circolazione di notizie in tempo reale, dei cellulari della manovalanza delle fabbriche che trasmettono immagini di bambini che cuciono magliette per coetanei nella parte ricca del mondo, palazzi crollati con decine di vittime. Quel senso di giustizia sociale assente che diventa raccolta di firme, gala e fotografie con un post-it nel mondo occidentale. Ma, alla fine, abbiamo scoperto, we all feel the same, we are One. Che vi piaccia o no. Soprattutto di fronte alle foto di gattini e unicorni su Facebook. Siamo in questo meccanismo scintillante che brilla sopra di noi e danza assieme alle nostre speranze e paure. Come un esperimento di cut-up à la William S. Burroughs. Tanti frammenti, frasi scisse dal contesto, notizie non verificabili, o evidenze talmente smargiasse da diventare barzellette (come la flottilla di Donald Trump che, invece di andare in Corea del Sud, era già in Australia). Tutto è vero, perché tutto, come ogni frammento che si rispetti, come un riflesso di un gioco di specchi, lo è, ovviamente, vero. Il cut-up di Borrough che poi era anche la maniera con cui il Jim Morrison scriveva (l’autore della frase che titola il libro, da Ghost Song). Emozioni, sensazioni e frasi apparentemente sconnesse, che ricevono significato soltanto se lette nella fretta e nella corsa, nella confusione mediatica. E diventano, allora, narrative. Come le due storie parallele di Edoardo e Guido, due figli di due borghesie completamente diverse, quella pratese e quella romana, la fabbrica e la macchina sportiva di ordinanza per i giovani di Prato, gli studi alla Sapienza, l’odore di Parioli nel racconto di Guido.

«Will it make it easier for you now?»
Sarà tutto più facile ora che, anche grazie a libri come questo, si aprono i libri delle domande e del post-crisi? Sarà facile o, forse, siamo già in un’altra fase, dove quei frammenti che siamo, quei narvali che agonizzano nei ghiacci (leggete il libro per capire), ancora non sanno cosa accadrà a loro? Quella mercificazione dei nostri desideri, quella frammentazione della verità assoluta in milioni di istanti di vero/falso, di codici binari, ci dicono che il Technocene avanza. Il dominio del sapere, del calcolo, dell’intelligenza che comprende e trova soluzioni appartiene sempre più alle macchine. La razionalità sta abbandonando il corpus umano e ci sta abbandonando a un mondo dominato dalla emozionalità. Siamo rimasti responsabili solo del nostro istinto e del gusto, delle papille gustative e di una forma di anima ridotta. Perché la parte raziocinante che possiamo permetterci sarà sempre troppo lenta e inefficace se comparata alle macchine.

«You got someone to blame»
A chi dare la colpa? Chi è l’assassino nella casa da Cluedo in cui ci siamo condannati a vivere? Lo sviluppo tecnologico, direste, forse. No. La tecnologia è un movimento parallelo, essenziale, ma in contrasto con un altro processo, che osserviamo sotto ai nostri occhi: incapacità del mondo politico di sapersi adeguare alla velocità della modernità, delle decisioni dei traders e della propagazione di notizie e fatti a velocità supersoniche. La politica ci mette sei mesi a eleggere il segretario di un partito, con decine e decine di incontri, dibattiti, che, forse, fanno andare avanti l’industria degli aperitivi e delle tartine di pasta sfoglia con il wurstel dentro, ma non creano quel parallelismo essenziale fra la leadership politica e la società. Di fronte alla velocità imposta dal moderno, siamo ancora bloccati da un sistema politico dove le decisioni non possono mai mutare, ancora bloccati a cicli elettorali di cinque anni, ancorati alla memoria del ciclo agricolo, con le sue vacche magre e grasse. Brexit, Trump, il referendum italiano, decisioni epocali, destinate a cambiare le nostre aspettative razionali e trascendentali sulla capacità dell’anima politica del mondo di dare forma al futuro, prese in maniera irrevocabile, senza capacità di appello. Quando, si sa, nelle macchine, nel mondo dei dati, tutto cambia continuamente, si adatta. La leadership mondiale può anche usare Twitter, ma non ha ancora capito che il nocciolo della questione non è scrivere qualcosa, ma ascoltare il rumore ondivago di migliaia di frammenti sonori e scritti che raccontano, come il coro di una tragedia musicata dai Nine Inch Nails, un mondo che oscilla. E, come reazione, tutto si sfalda, si scompone e balla, appunto, o, paradossalmente, tornano i dittatori, i leader che promettono difesa e sicurezza, in cambio di venti, venticinque anni, trenta, di controllo totale sulla società. Come se ci fidassimo di più di un uomo anche se malintenzionato e corrotto a qualsiasi algoritmo sociale.
Invece, cosa accadrebbe se la politica ragionasse di più con la mentalità del trader o dell’imprenditore? Immaginate un mondo dove, per ogni consultazione elettorale come un referendum, i votanti possano non solo esprimere un’opinione in un dato luogo e giorno, ma abbiano a disposizione un periodo di tempo nel quale possano cambiare decisione e voto. Una specie di opzione sul voto, con call e put, uno strumento liquido, dove addirittura i votanti possano esprimere non solo le preferenze su un “sì” e un “no”, ma anche su un come e dove. Quello che in finanza si chiama strike price e settlement date. Non solo un candidato premier, ma anche un programma basati su indicatori, su appetito di rischio. E questo accada nel tempo. Un mese, due mesi, in cui il dibattito cambia a seconda di come il voto variabile si muove. Come i mercati finanziari. La borsa del sociale. Con la consapevolezza che, in politica, come in finanza, non si può sempre vincere.
Invece, e qui si sa a chi dare la colpa, il mondo politico non ha compreso questo meccanismo di cambiamento, di adattamento. La liquefazione di Zygmunt Bauman o la frantumazione di Nesi/Brera. La responsabilità della crisi finanziaria, dell’idea di far diventare tutti padroni di casa, di creare illusione di reddito, di disponibilità, e, oggi, tutti a dare contro ai banchieri, alla finanza. Quando, si sa, persone come Guido Brera, gli hedge fund manager, sono in realtà Cassandre che la sanno lunga e che le cose veramente epocali e tragiche se le tengono per loro, ma ci permettono di leggere il futuro. Perché lo fanno per lavoro. Come gli scrittori come Edoardo ci raccontano storie che, anche se apparentemente ancorate al passato o a un futuro non esistente, ci danno la traccia. Ed in questo, sì, loro hanno vinto il totocalcio con la crisi. E, leggendo il libro, vi assicuro, avrete meno certezze di prima, ma domande molto migliori da farvi. Su come trasformare la crisi in opportunità e il disfacimento/frammentarsi del reale in un nuovo percorso umano. Come i narvali. O ispirazione per la musica, come i Petit Mal di Crisis in the Credit System.

Cosimo Pacciani è un esperto di risk management e finanza, da venti anni a Londra e sospeso ora fra Londra e Lussemburgo. Ha visto la crisi da vicino, molto vicino.
Ogni opinione espressa è strettamente personale.

Guido Maria Brera – Edoardo Nesi

Tutto è in frantumi e danza

La nave di Teseo 2017
180 pagine, 16 euro

Chiudi