A vent’anni dall’uscita del libro di Chris Kraus considerato «un classico della letteratura femminista», Amazon Studios e Jill Soloway confezionano una serie tv formidabile

Se conoscete la storia di I Love Dick, guardarne la serie susciterà la stessa soddisfazione provata per Il divo: la caricatura dello Zeitgeist, fatta bene. Se non la conoscete, eccola: nel 1997 l’artista Chris Kraus pubblica un libro intitolato I Love Dick, in cui racconta l’ossessione per un professore di critical theory. Il gioco di parole del titolo ne condensa efficacemente i temi: l’insolita oggettivazione sessuale dell’uomo da parte di una donna, la forma epistolare, la sperimentazione narrativa. In lettere che si propongono come la versione oscena dei barthesiani Frammenti di un discorso amoroso, Kraus riferisce a Dick le conseguenze della propria infatuazione, incoraggiata dal marito. Solo che questo – nella vita e nel testo – è Sylvère Lotringer, teorico e fondatore di Semiotext(e), editore del suddetto libro nonché evangelizzatore del pensiero Deleuze-Guattari-Baudrillard & Co. negli Usa. Salutato a vent’anni dall’uscita come «un classico della letteratura femminista», il romanzo nasceva come opera d’arte e meno di denuncia. La furba sovrapposizione tra realtà e finzione serviva a scandalizzare lettore e oggetto del desiderio – Dick esiste e rifiuterà ogni coinvolgimento nel progetto – ma anche a sfogare esperienze altrimenti inesplorate (quelle della NY downtown di fine anni 70, dell’ibridazione tra accademia e arte contemporanea nei 90). In generale, è lo scrutinio dall’interno, della “scena artistica”: celebrata a posteriori ma non per questo priva di ingiustizie di classe e genere.

Ora, prendete questo groviglio di complessità e gettatelo nell’incubatore Amazon Studios. Attraverso il makeover della Jill Soloway di Transparent ne esce una serie formidabile, sottile, fedele all’originale quanto innovativa nello sviluppo delle tematiche principali. Reso narrativo un romanzo che non si legge per il piacere della trama, I Love Dick sposta Chris e marito filosofo a Marfa, Texas: deserto che ospita l’installazione di Prada manco fosse in Wile E. Coyote ma anche habitat naturale di residenze e programmi accademici dove gli ospiti sono invitati a fare «impollinazione incrociata» con le loro materie di studio, e non solo. In questa satira spassosissima della schiavitù da biennali e tavole rotonde, Chris (Kathryn Hahn) è videoartista in lotta coi selezionatori del Festival di Venezia e Sylvère ha le fattezze caustiche di Griffin Dunne (attore ingiustamente dimenticato nipote di Joan Didion). Dick invece è un Kevin Bacon più cowboy che land artist, che però nel suo erotismo ruspante ricorda molto il Footloose di debutto e quindi, sebbene maschilista spietato, va bene così. Completano il quadro la modella India Menuez, post-femminista che si occupa di pornografia («Cioè, ti han dato una Guggenheim [fellowship] per questo?») e altri intriganti personaggi a margine.

Anche se non conoscete il libro, la serie vi piacerà molto. Unico difetto: vi piacerà meno se non conoscete il mondo che rappresenta. Che nonostante l’iniziativa di televisione e opere a là Kraus, rimane ancora segregato.

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