Il populismo ha un’origine economica e una culturale. Queste due origini si miscelano in una forma politica in cui il leader è un vortice che aspira l’informe Volontà del Popolo dando direzione agli eventi. Una forma politica, che, per quel che riguarda l’Europa continentale, si contrappone a quanto finora messo in opera.

Quella economica: si ha il trasferimento dei lavori meno qualificati nelle economie emergenti, mentre l’automazione riduce la domanda di lavoro poco qualificato in quelle emerse. I “tritati” da questo meccanismo – i meno retribuiti, i disoccupati di lungo corso – non possono non sentirsi a disagio. Da qui la domanda di protezione che assume la forma del populismo. Quella culturale: il cambiamento epocale, che si manifesta dalla fine degli anni Sessanta come spostamento dei valori verso una combinazione di cosmopolitismo e diritti civili, spinge a volere il ritorno alle tradizioni (“noi e loro”).

Se siamo di fronte a un mutamento epocale (l’arrivo dei Paesi emergenti, la nuova automazione), contro cui le politiche economiche tradizionali (la gestione dei tassi d’interesse e della spesa pubblica) possono ben poco, allora il populismo sarà alimentato dall’economia, e il suo lato culturale, quello che brama il ritorno dell’ordine del tempo che fu, avrà a disposizione il tempo per sedimentarsi.

Il populismo è misurabile come percentuale dei voti per i partiti che lo perseguono sul complesso dei voti. Sommando i voti di Donald Trump, Nigel Farage, Marine Le Pen, Beppe Grillo, e Alternative für Deutschland, si arriva a un terzo dei voti. Molti dei maggiori Paesi emergenti – Russia, Turchia, Venezuela – hanno i loro populisti. Il populismo è perciò un fenomeno globale, anche se mancano all’appello la Cina e il Giappone.

 

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Per il populismo la gente “ordinaria” (ordinary people, silent majority) possiede sia la saggezza (sa che cosa fare) sia la virtù (è onesta). Queste caratteristiche (saggezza e virtù) che il Popolo ha – come una volta i Monarchi – per diritto di nascita, non sono, invece, possedute dalle classi dirigenti. Queste ultime, infatti, sono sia incapaci (la polemica sugli specialisti che nulla sanno) sia corrotte (la Kasta). La gente “ordinaria” è immaginata (dai populisti) come una massa omogenea capace di arrivare ad avere un solo punto di vista. Quest’ultimo (sempre per come è immaginato dai populisti) è privo dei costi e dei tempi della ricerca. Altrimenti detto, “il” punto di vista c’è già, lo si può comprendere senza sforzi particolari. Infine, se soltanto lo si conoscesse, sarebbe immediatamente condiviso. Da qui l’importanza attribuita ai network, capaci di diffondere velocemente “la” soluzione. Il punto di vista della massa (“massa”, dal greco massein – fare la pasta, un verbo che indica un qualcosa di informe ed elastico che viene lavorato) si estrinseca attraverso il Leader. Il quale ultimo è un vortice che aspira l’informe Volontà del Popolo dando direzione agli eventi.

Dopo la Seconda guerra mondiale l’idea prevalsa nell’Europa continentale era di un sistema sopra nazionale, di un governo della Legge, e dunque un governo della Burocrazia, che, per definizione, emana solo “grigiore”. L’idea della “de-nazionalizzazione” delle masse con i sistemi politici avvolti in ragnatele giuridiche era il cuore della nuova Europa. Non si tornava però al sistema liberale ante Prima guerra, quello dello Stato minimo (amministrazione, difesa, giustizia), ma al sistema di Stato sociale (Stato minimo + sanità, istruzione, pensioni). Questo è avvenuto e per ragioni culturali – la prevalenza del Cattolicesimo e del suo “solidarismo”, il peso del socialismo democratico – e per ragioni politiche – perché delle forme di “Stato sociale” erano già emerse con i totalitarismi e non potevano essere rigettate. L’Europa è perciò volutamente “grigia” e burocratica. Sarà un caso, ma quelli che la vorrebbero oggi diversa sono i leader carismatici di partiti o movimenti a sfondo nazionalistico.

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