Intelligenti o no, le macchine non renderanno obsoleti gli uomini. Anzi, ci renderanno più ricchi e più liberi

Siamo nel diecimila avanti Cristo. È sera, gli uomini discutono animatamente attorno al fuoco. L’anziano chiama la calma attorno a sé ed emette la sentenza: «Questa nuova invenzione, la zappa, distrugge la nostra società, che si basa sul lavoro di cacciatori e raccoglitori. La zappa, in particolare, fa concorrenza sleale ai raccoglitori. Il suo utilizzo non è sicuro e potrebbe causare feriti o addirittura morti. A causa sua molti raccoglitori perderanno il lavoro e aumenteranno le disuguaglianze. Dobbiamo disciplinarne l’uso e tassarne il possesso».

La tassa sulla zappa non è né più irrazionale, né meno giustificata della tassa sui robot proposta da Bill Gates e altri. Se suona paradossale, è soltanto perché, col senno di poi, chiunque capisce che la zappa – al pari di ogni altra innovazione tecnologica del passato – è stata un formidabile strumento di incremento della produttività. Grazie alle nuove tecniche agricole, i nostri lontani progenitori hanno potuto aumentare la resa dei campi e nutrirsi meglio; hanno anche potuto allocare le loro risorse (il tempo e la forza muscolare) ad altre attività, mettendo in moto quello straordinario processo di innovazione e specializzazione produttiva che ci ha condotto fino a oggi, garantendo (in media) a ogni generazione un tenore di vita superiore a quello della generazione che l’ha preceduta.

La zappa, come i robot, ha spiazzato alcuni posti di lavoro e ha determinato (diremmo oggi) uno spostamento dal lavoro al capitale. Questi due fenomeni non hanno gettato nella miseria interi strati della popolazione, pur avendo presumibilmente creato, nel breve termine, vincitori e perdenti. In particolare, hanno “perso” i soggetti relativamente meno efficienti (i raccoglitori) e hanno guadagnato i lavoratori maggiormente qualificati (quelli più abili nell’uso della zappa) e i detentori del capitale (la zappa). Ma, nel lungo termine, è l’intera società ad averci guadagnato: tutti, alla fine della giornata, si sono trovati “più ricchi” (e meglio nutriti).

Non c’è innovazione che non abbia seguito questa parabola: il telaio meccanico, la ruspa, i computer, internet, e tutte quelle tecniche produttive che oggi raccogliamo convenzionalmente sotto l’etichetta dell’Industria 4.0. Nel tempo, non soltanto le tecnologie si sono evolute, ma l’organizzazione è diventata la principale frontiera dell’uso più efficiente dei fattori della produzione: l’esempio più vicino a noi è quello della cosiddetta sharing economy, che fa leva sulle tecnologie esistenti (gli smartphone e la connettività diffusa) per fare “cose vecchie in modo nuovo”, sfruttando al meglio la capacità produttiva esistente.

Man mano che la società è diventata più benestante, si è posta con sempre maggior forza il problema di come aiutare i perdenti, costruendo delle reti di sicurezza sociale (il welfare state) e introducendo strumenti di formazione continua (le politiche attive) per garantire che nessuno sia lasciato indietro, e che tutti possano continuare a offrire un contributo alla collettività guadagnandosi il pane. Parallelamente, l’innovazione ha emancipato gruppi sempre più ampi e ha rafforzato la modernizzazione sociale e culturale: l’occupazione femminile è oggi una realtà non soltanto perché le donne hanno rivendicato un ruolo pari agli uomini, ma anche perché questo è stato reso possibile dagli elettrodomestici che le hanno liberate dai lavori di casa (Dio benedica la lavatrice).

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La macchina, l’automazione, l’organizzazione – la tecnologia, appunto – non elimina l’uomo, ma consente di fare più cose, più rapidamente e meglio. La ragione per cui individui e imprese si sforzano di affinare sempre più la tecnologia è, ovviamente, la speranza di perseguire un profitto (non soltanto monetario: la gloria, la fama, la soddisfazione personale…). Ma l’effetto di questo va molto al di là dei guadagni “privati”, perché genera benefici sociali e per sempre. I nostri macchinari più avanzati sono in qualche modo figli della zappa, perché a essa li collega una lunghissima serie di nessi causali. Il mercato e la concorrenza sono quelle istituzioni che costringono l’individuo “egoista” (cioè interessato a produrre un beneficio per sé) a mettersi al servizio degli altri, intercettandone i bisogni e trovando soluzioni. Per offrire delle risposte, bisogna anzitutto capire le domande e dotarsi delle istituzioni che consentano di massimizzare la probabilità di arrivare a un risultato.

Dire che la tecnologia accelera la dinamica della produttività significa esattamente questo: data una certa dotazione di risorse scarse (le risorse naturali e il capitale umano), il progresso tecnico è lo strumento che rende possibile una loro combinazione sempre più intelligente e razionale. Dagli stessi input possiamo oggi cavare molti più output (e output molto differenziati tra di loro) rispetto a quanto potevamo fare allorché vagavamo per il pianeta nudi ed esposti alle bizze del clima. Altro che “produci, consuma, crepa”, come vuole uno slogan no global ultimamente passato di moda: crepare è il nostro destino insuperabile, e consumare è l’unica cosa che possiamo fare per allontanarlo e renderlo meno insopportabile. Ma se vogliamo consumare dobbiamo prima produrre, cioè trasformare la materia grezza in beni e servizi fruibili dall’uomo, impastandola col nostro lavoro e la nostra intelligenza. Perfino le missioni più disinteressate e generose (sradicare la povertà) dipendono in ultima analisi dalla disponibilità di mezzi. Se oggi, a livello globale, la povertà, la fame e la disuguaglianza si sono ridotte e continuano a ridursi, è solo perché qualcuno ha scoperto il fuoco e inventato la zappa, e dopo di essa l’aratro e così via.

Dice: va bene la zappa, va bene la ruspa, ma il robot intelligente? Non finirà per rendere obsoleto l’uomo? È molto difficile che ciò accada, e per sostenerlo non serve scomodare le leggi della robotica di Isaac Asimov. Il robot è, per definizione, un’invenzione dell’uomo. La macchina può svolgere in modo infinitamente più rapido e preciso calcoli e simulazioni, può perfino “apprendere” (anche se in un senso diverso dal nostro), ma per sua stessa costruzione deve sempre e necessariamente seguire degli schemi prodotti dall’uomo. Come scrisse nel 1987 Sergio Ricossa in un profetico testo recentemente ripubblicato dall’Istituto Bruno Leoni,

«nell’antica civiltà greco-romana si era disposti a pagare uno schiavo in vendita tanto più caro quanto più intelligente fosse. Nessun padrone si sognava di temere lo schiavo intelligente. Non vedo perché oggi dovremmo temere il robot intelligente, che serve tutti noi, si ribella anche meno dello schiavo e non solleva in noi alcuno scrupolo morale».

Quanto più la macchina sostituirà l’uomo, tanto più ci avvicineremo al giardino dell’Eden. Già oggi i robot ci liberano da molte fatiche e da rischi che fino a non troppo tempo fa facevano parte della vita, e che oggi consideriamo inaccettabili. L’intelligenza artificiale non è né intuizione né sentimento: è lavoro. La macchina non aggiunge, ma moltiplica: moltiplica la nostra forza e ci consente di elevare grattacieli, moltiplica la nostra precisione e ci permette di sviluppare le nanotecnologie, moltiplica la nostra capacità di resistere agli elementi naturali e ci conduce a zonzo nello spazio e nelle profondità marine. Ma in tutto questo, quello che veramente ci interessa è il primo uomo sulla Luna, non il primo razzo; il piacere di rivedere un film in tre dimensioni, non l’indecifrabile flusso di bit che si trasmette nell’aria. Su un piano ancora più generale, non si può evitare di fare i conti con le nostre limitazioni cognitive. Nessun uomo, nessun organismo, nessun governo, può prevedere né le evoluzioni future della tecnologia, né i suoi utilizzi: porre delle barriere o delle limitazioni può generare costi incalcolabili nel lungo termine, o addirittura indirizzare investimenti e tecnologie su sentieri sterili perché quelli potenzialmente più proficui sono preclusi da norme o tasse dettate solo dalle nostre paure e dalla nostra incomprimibile ignoranza riguardo al futuro.

Il robot, qualunque aspetto e funzione assumerà, non fa che renderci più ricchi e più liberi, perché ci aiuta a rimuovere le nostre limitazioni. Probabilmente c’è un limite fisico e cognitivo che ci impedirà per sempre di superare le Colonne d’Ercole, ma il robot è lo strumento grazie al quale possiamo avvicinarci e ammirarle (e la barca di Ulisse era il suo robot, beninteso).

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