Un gruppo di progettiste e un'azienda trevigiana che lavora i metalli: ecco “Tracing Identity”, una piccola collezione di mobili colorati sfruttando le ossidazioni

Sette donne per sette progetti e un unico protagonista: il metallo. Paraventi, cabinet, tavoli e librerie in rame, acciaio, ottone e ferro: è Tracing Identity, la nuova edizione limitata che l’azienda trevigiana De Castelli porta al Salone del Mobile di Milano. L’avanguardia dei fabbri si tinge letteralmente (anche) di rosa. Basta guardare Painting Collection di Alessandra Baldereschi: un paravento di grandi dimensioni “dipinto” usando le diverse ossidazioni dei metalli: verde, giallo, marrone, rosa. Chimica a servizio di un’idea visiva. Una raffinatezza di finiture che sfocia nell’arte. «L’idea era proprio quella di traghettare i metalli, che danno di sé un’immagine dura, preistorica, in un contesto diverso, contemporaneo», spiega Albino Celato, amministratore delegato di De Castelli dopo averla fondata nel 2003. «Abbiamo voluto metterci a disposizione di sette donne designer per ottenere quello che loro esprimevano come sensibilità, cultura, storia. Le nostre competenze a confronto con approcci diversi. La loro espressività in un materiale mascolino come il metallo».

I progetti di Alessandra Baldereschi, Nathalie Dewez, Constance Guisset, Francesca Lanzavecchia, Donata Paruccini, Elena Salmistraro e Nika Zupanc non hanno deluso le attese. Evelina Bazzo di Umbrella è la curatrice di Tracing Identity e sulla genesi della collezione indica il disagio che Celato in qualche modo sentiva di fronte ai progetti dei designer: «Erano idee in cui il metallo non era protagonista, in cui non vedeva la propria identità. Con Aldo Cibic, Michele De Lucchi, Philippe Nigro sono stati fatti bei lavori, ma si iniziava sempre con un designer alla ricerca di una buona azienda manifatturiera per il proprio progetto. Abbiamo pensato di invertire questo rapporto. E per rimarcare l’idea ci siamo detti, perché non farlo con le donne? Per contrastare anche il concetto che una donna non fosse adatta a questo lavoro. Il frutto sono prodotti belli e divertenti, dove il metallo non viene sentito come un materiale che pesa. Sono messe in risalto le finiture, i colori, il racconto: tutte, ognuna con il proprio stile, hanno dato il massimo di espressività».

Le lavorazioni dei pezzi all'interno di De Castelli

«Tutte le sette designer hanno scelto almeno il rame per i loro lavori», racconta Celato. «Con l’ottone è uno dei metalli più preziosi, più nobili, di cui ora assistiamo al ritorno. In Cina a maggio apriremo uno showroom a Shanghai, insieme a un nostro cliente, dove saranno venduti proprio i nostri pezzi in ottone e rame». E nel negozio di Corso Monforte a Milano, l’installazione di Elisa Ossino Color Rhythm mette in risalto le variazioni tonali dei processi di ossidazione di questi due metalli. Di rame è anche la “tela” per pareti presentata nel nuovo spazio di Paola Lenti in via Orobia 15.

De Castelli lavora soprattutto con gli architetti: «Non facciamo il nostro fatturato con le collezioni di design come questa. Però sono importanti perché rappresentano l’avanguardia del nostro lavoro: mostrano cosa siamo capaci di fare. E non dimentichiamo che i metalli sono materiali costosi, per un livello alto di mercato».

Alessandra Baldereschi

Gianluca Vassallo

Nathalie Dewez

Gianluca Vassallo

Nika Zupanc

Fulvio Grisoni

Constance Guisset

Gianluca Vassallo

Donata Paruccini

Gianluca Vassallo

Constance Guisset

Gianluca Vassallo

Francesca Lanzavecchia

Gianluca Vassallo

Elena Salmistraro

Gianluca Vassallo

Albino Celato viene da un’impresa familiare che lavora il ferro da tre generazioni. Nel catalogo dei materiali si trovano acciaio inox ma anche foglia oro, lamiera nera, ferro délabré, ottone martellato, rame satinato, cor-ten (un tipo di acciaio che si ossida ricoprendosi di una patina simil-ruggine). Una serie di lavorazioni da fare a mano e con la giusta tecnologia, più una buona dose di ricerca. L’avanguardia non è solo design: «Quante discussioni tra le progettiste e il saldatore: loro guardavano più alla parte estetica, lui a come realizzare un particolare dettaglio. Uno scambio di informazioni importante, che ci ha fatto crescere», ricorda Celato. D’altra parte, il design non è alieno a queste pianure pedemontane. Crocetta del Montello, dove ha sede l’azienda da 40 dipendenti e 5 milioni di fatturato, è accanto al Piave, a 20 chilometri da quel San Vito d’Altivole dove nacque Giuseppe Brion, fondatore di Brionvega, oggi ricordato da un monumento funebre disegnata da Carlo Scarpa.

Il progetto Tracing Identity avrà un seguito dopo il Salone con un video e un libro che usciranno entro giugno e un dibattito sullo stato del design oggi: «Il pubblico non vuole più prodotti industriali, ma cose meno ripetute, pezzi unici», osserva Evelina Bazzo. Certo, al di là di ogni questione di genere, il mercato ha le sue regole. Però dalla mostra W. Women in Italian Design, iniziata l’anno scorso e conclusa a febbraio alla Triennale di Milano, magari è partita un’onda lunga. Un’attenzione più o meno dichiarata verso il design al femminile. Un’istallazione interessante da vedere in città è Fenoména, allo spazio Sanremo, accanto al grande e dorato Precious Garage di Cartier: un percorso attraverso i sensi di olfatto, tatto, udito, realizzato da The Ladies Room, ovvero Ilaria Bianchi, Agustina Bottoni, Astrid Luglio, Sara Ricciardi, che ha raccontato: «Lavoriamo insieme dalla fiera di design indipendente Operae di Torino e su esempio dei colleghi nordici ci siamo dette: perché non unirci invece di andare sempre ognuna per conto proprio?». Magari è giunta davvero l’ora: «Lavoratrici del design di tutti i Paesi, unitevi!».

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