Non ha realizzato le sue promesse, quindi tutto sommato sono andati molto bene

Cento giorni fa la presidenza Trump sembrava la più grande catastrofe politica capitata agli Stati Uniti dall’11 settembre 2001. Cento giorni dopo, Donald Trump non è riuscito a fare quasi niente di quello che aveva promesso e quindi il giudizio non può che essere meno apocalittico. Non riconoscerlo sarebbe ingiusto, anche se il risultato non è il prodotto di una precisa strategia politica del presidente, semmai della sua paventata incapacità di incidere, sintetizzata dal suo recente e grottesco «pensavo che sarebbe stato più semplice».

A merito di Trump però va la rapsodica tendenza ad affidarsi sempre più ai consigli dei membri «adulti» del suo team, raccolti intorno al genero Jared Kushner. Oggi Trump, show e tweet a parte, non è lo stesso che il 20 gennaio è entrato per la prima volta nello Studio Ovale. Trump non è diventato improvvisamente più saggio o più moderato – ha scritto sul New York Times David Brooks – semplicemente ora è più convenzionale. Le scelte politiche sono più normali, meno rivoluzionarie, e la sua catastrofica incompetenza si è assestata su un livello di inadeguatezza meno rovinoso.

Trump può vantare un unico successo, l’elezione di Neil Gorsuch alla Corte Suprema, un rispettato e capace giudice conservatore al posto del defunto Antonin Scalia. E anche l’approvazione di una manciata di decreti presidenziali con cui ha allentato i limiti allo sfruttamento energetico delle risorse americane.

Per il resto il bilancio di Trump è solo un fallimento politico dopo l’altro. Non è riuscito a far approvare nessuna legge, il divieto di ingresso per gli stranieri provenienti da sette paesi mediorientali è diventato una barzelletta internazionale, è fallito miseramente il tentativo di abrogare la riforma sanitaria di Obama, non ha convinto il Congresso, figuriamoci il Messico, a finanziare la costruzione del muro al confine.

La spavalderia contro la Cina è rientrata, ora pare che Pechino non manipoli più la moneta, i tweet a favore di Marine Le Pen sono scomparsi, la Nato da obsoleta è tornata a essere fondamentale, l’ambasciata in Israele è ancora a Tel Aviv, il trattato di libero scambio con Canada e Messico non è stato abrogato e dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici l’America non è ancora uscita.

Tutta roba che Trump aveva promesso che avrebbe fatto al primo giorno alla Casa Bianca, non nei primi cento. In alcuni casi sono state giravolte acrobatiche molto positive, come nel caso dell’estemporanea scelta di distruggere le basi aeree utilizzate dal regime siriano di Bashar Assad per gasare i bambini siriani, compresi quelli che Trump non voleva far entrare in America.

Trump è stato costretto a ridisegnare un paio di volte il team di Sicurezza Nazionale e ogni giorno Washington si interroga su quale delle due fazioni stia prevalendo nei giochi di potere della Casa Bianca. Da una parte l’ala nazionalista, populista e rivoluzionaria di Steve Bannon, stratega numero uno del presidente ma al momento in ribasso, dall’altra quella razionale, pragmatica e newyorkese guidata da Jared Kushner. Come ha scritto il Financial Times, più che la West Wing di un presidente americano, sembra la Corte di un Re, di Re Donald.

In questo primo bilancio pesano anche l’indice di gradimento popolare, 42 per cento, che è il più basso mai registrato da un presidente nei suoi primi cento giorni, e il rallentamento dell’economia, +0,7 per cento, l’incremento più basso degli ultimi tre anni (l’ultimo quarto di Obama era +2,1 per cento).

Una decina di giorni fa, Trump si è reso conto che si sarebbe presentato al traguardo dei cento giorni senza nessun risultato da mostrare ai suoi elettori e ha provato a sminuirne via Twitter l’importanza, definendoli un’invenzione futile della stampa nemica, nonostante il primo bilancio dei cento giorni sia una convenzione politica risalente al 1933 quando il presidente era Franklin Delano Roosevelt e malgrado il 22 ottobre scorso, due settimane prima del voto, sia stato proprio lui, Trump, a organizzare un solenne comizio nientemeno che a Gettysburg, nel luogo dello storico e mitico discorso di Abramo Lincoln, per presentare al paese le 30 cose che avrebbe realizzato nei primi 100 giorni di una sua allora improbabile presidenza.

Ma Trump ha anche dato mandato ai suoi uomini di trovare il modo di farsi approvare qualcosa di importante entro i cento giorni. In poche ore ha riprovato con l’Obamacare, ma ancora una volta sono stati i deputati del partito repubblicano a fermarlo; ha annunciato che sarebbe uscito unilateralmente dal trattato Nafta di libero scambio con Canada e Messico, ma l’ala responsabile del suo Gabinetto gli ha portato nello Studio Ovale una mappa dell’America per mostrargli che le conseguenze peggiori si sarebbero sentite nelle zone industriali dove risiede la working class bianca che lo ha eletto, così Trump ha ricambiato idea e ha accettato la proposta di avviare un miglioramento del trattato; infine ha presentato al Congresso le linee guida di un ampio taglio di tasse per le aziende e maggiori benefici fiscali per i contribuenti, spacciandola come il primo vero grande risultato della sua presidenza. Solo che, al momento, il piano tasse non è nemmeno un pezzo di carta. Aspettiamo i prossimi cento giorni.

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